L’EDITORIALE: DELIRIO E VIOLENZE

Ritengo che “stare sul fatto” sia molto pericoloso per un giornalista o per chi esercita la funzione di osservatore e commentatore dei fatti sociali. E’ pericoloso, anche se a volte è opportuno e necessario, pensando al giornalismo d’inchiesta, perché si rischia di essere vittima della circostanza, di quella particolare vicenda, estrapolandola dal significato generale che la contiene. Oltretutto  c’è il rischio di inseguire la realtà proposta dai media di riferimento, che è sempre realtà parziale, e che per l’economia di un certo tipo d’informazione, raccoglie solo gli eventi di grande impatto tralasciando le origini che sempre li determinano. Ma i terribili fatti di Torino, dove la più lurida canaglia del branco si scatena contro gli zingari, e quelli di Firenze, dove il massacro della civiltà si è compiuto dopo essere stato più volte annunciato dalle miserie culturali e politiche che ci circondano, meritano un ossequio per le vittime, quelle che grondano sangue fisico e morale, e tutte le altre, che siamo noi, che osserviamo sempre più allibiti e inermi.

Per tutto questo lascio un commento scritto tempo fa, con l’unica aggiunta che riguarda il tema del “pazzo”, quell’interpretazione salvifica che raccoglie l’incapacità di responsabilizzazione e di comprensione dei fatti che la nostra cultura ha ormai assunto come strategia di sopravvivenza.

La spiegazione del folle, dello psicopatico, che scheggia incontrollabile ha colpito come una catastrofe naturale inevitabile, come è avvenuto per la strage di Columbine da parte degli psicologi e psichiatri chiamati a raccolta dalla polizia federale americana per dare una spiegazione al terribile evento, serve solo a darci scampo nel dolore di una realtà carica d’intolleranza e di violenza. Certo, l’uomo che ha colpito a Firenze poteva non essere un esempio di salute mentale, come i tanti che farneticano sulla razza e sulle discriminazioni etniche, ma i pazzi non uccidono da soli, uccidono meglio se interpretano un delirio di rappresentanza sociale, o se imbottiti di psicofarmaci. Cadere nel tranello dove violenza è uguale a follia è molto pericoloso, soprattutto perché non esiste corrispondenza scientifica tra le due cose, e poi perché così si nega il significato sociale e culturale degli eventi drammatici che sempre più ci circondano.

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2009 sul blog “Psicopillole di riflessione”

La nostra società, parlo di quella italiana, ma ad essa possiamo facilmente affiancare le aree culturali dell’occidente economicamente inteso, si confronta inesorabilmente con una nuova forma di violenza, brutale, incontinente, cieca, che lascia spesso inerti e senz’altra reazione che quella di un vago e logorroico commento, con il desiderio salvifico di abbandonarla al più presto nell’oblio.

Eravamo a conoscenza che questa violenza, fatta di stupri, infanticidi, aggressioni omofobe, etnofobiche e razziste, esistesse da qualche parte, lontano, specialmente nel paese dell’abbondanza, che la esponeva, quasi con vanto, nelle sue propagazioni culturali che da tempo ci hanno invaso, e stentavamo a credere a chi, con piglio da iettatore, ci ammoniva con un presagio di confluenza.

Non so come dare le risposte alla domande che mi pongo, e che mi sollecitano gli altri in qualità di “esperto”, in merito alla comprensione di quello che ci sta accadendo intorno, di questa violenza cruda, delirante, senza soluzione.

Ma sento che quello che in qualche modo questa violenza vuole creare è la sua ineluttabilità. Quasi un prodotto necessario ed inevitabile delle nostre esistenze prive d’illusioni, genuflesse di fronte l’altare delle dee tecnologia e scienza, con l’Angela della sera che farnetica annunciazioni sull’imminente avvento dell’empireo della ragione.

Se accettiamo che tutto quello che una volta ci inorridiva diventi naturale, possiamo averne anche dei benefici. Per esempio possiamo continuare a vivere nell’ignava opulenza borghese, anche in veste di commentatori psicoesperti, pacati ed affabilmente ironici, dalle reminescenze sovversive, gratificati e sospesi nel lindo esclusivo paradiso dei famosi, da onori potere e soldi delle tivvù. Anche più modestamente, come mercanti, liberi professionisti, casalinghe, possiamo sperare che tutto il lercio non ci tocchi, trincerati in casette modello, studi aggraziati, sogni di vacanze in villaggi esotici, continuando indifferenti ad accumulare beni che valgono sempre meno speranze e sempre più dolore di schiavi vicini e lontani.

Ma questo purtroppo non mi convince, so che esistono responsabili di aggressioni culturali ed economiche, di volgare prepotenza del potere, che realizza interessi privati, che spoglia di speranza e futuro le nuove generazioni, e annienta i ricordi e gli ideali di quelle vecchie.

Osservo allibito gruppi di loschi personaggi, di extracomunitari della civiltà, che esprimono, impuniti, sugli scranni delle assemblee istituzionali, le loro vergognose e pavide, ed incostituzionali, elucubrazioni, in merito a legittimabili giustizie sommarie del popolo libero di padania.

E quello che compare, sempre più spesso, come soluzione proposta al problema del nostro vivere violento, dove l’altro assume sempre più il significato di ostacolo invece che di risorsa, è la norma, la regola, sempre più rigida, sempre più assurda, dove ora è addirittura crimine mangiare un panino nell’ora tarda o fumare nei parchi pubblici.

Forse è il caso di interrogarci se tutto questo non merita la nostra attenzione, la nostra rabbia e il nostro rifiuto. Anche come professionisti della cautela, per chi lo è, del mondo degli psiqualcosa, abituati alla dottrina della incoinvolgente comprensione, forse possiamo ogni tanto sporcarci di vita ed espropriare con fermezza la legittimità usurpata della violenza.

Comprendere è importante, capire che vittime e carnefici sono gli stessi discendenti di un degrado etico e culturale, che la miseria dell’indifferenza non è meno struggente della violenza reagita, quest’ultima figlia di umana aggressività compressa di vittime dei nostri egoismi, è una condizione necessaria per non sprofondare nell’abbrutimento della reazione.

Credo che il degrado culturale della nostra civiltà stia esprimendo il suo più assordante ululato, l’incapacità di esprimere ribrezzo per i genocidi magnificati in esportazioni di democrazia, la pietà che si concede solo alle vittime di uno dei terrorismi in atto, quello del dio dei miserabili, sono tristi espressioni di un mondo incapace di redimersi dalle proprie ineluttabili e drammatiche responsabilità.

(Ogni riferimento ad eventi reali, anche attuali alla data di pubblicazione su PsicologiaRadio.it, non è affatto casuale.)

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