L’ennesima crisi del sistema economico capitalista, che strutturalmente procede per crisi e tentativi di rimettersi in piedi sempre sulle stesse instabili zampe, questa volta ci viene presentata con maggiori sintomi di gravità, prospettando una pandemia che si espande in gran parte del mondo occidentale, generando paure e angosce di sopravvivenza.
Quest’ansia ci spinge a cercare di comprendere quello che accade, portandoci con fatica a ricordare che tutto questo è già accaduto, e che con molta probabilità continuerà ad accadere finché non cambieranno gli schemi interpretativi, culturali e psichici, della relazione dell’uomo con il suo contesto ambientale, per poter realizzare finalmente un sistema economico che sia funzionale con l’etica della sopravvivenza umana. Il voler comprendere però si scontra con un sistema culturale ormai di carattere globale, che non ha contendenti e che è divenuto una religione senza un dio trascendente, creando sacerdoti, fedeli e e un gruppuscolo di eretici.
Le basi di questa religione sono antiche, Weber nel suo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” mette in risalto come la religione calvinista, con la sua predestinazione e il significato di valore assoluto della ricchezza, sia una base culturale importante per lo sviluppo del modello economico capitalista, che poi nel tempo sviluppa la sua etica di sfruttamento di ogni risorsa disponibile e di libero arbitrio economico.
L’etica capitalista è l’unica rimasta in piedi nel mondo occidentale e in quello limitrofo dalle ceneri culturali del secolo scorso, e trionfa ormai in tutto il mondo con la sua visione farneticante di un progresso fatto di sfruttamento continuo delle risorse, di produzione e consumo di merci sempre più inutili divenute feticci significanti del valore personale, di delirio di controllo totale sul mondo naturale grazie alla forza irresistibile della patologica capacità umana di accaparrare beni a discapito degli altri.
Dietro quest’etica c’è si un significato filosofico, culturale e religioso, ma, come in tutte le cose umane, c’è soprattutto un’origine psicologica che nasce dalla paura, quella del vivere e del morire, che trova risposta compensatoria nella sicurezza protettiva della ricchezza.
L’angoscia del nostro destino minacciato da previsioni catastrofiche ci fa porre l’attenzione sulle proposte di soluzione offerte dai taumaturghi chiamati al capezzale della crisi. Questi troppo spesso non sono altro che membri della stessa chiesa, che dopo aver generato il disastro, offrono indulgenze in cambio dei soliti sacrifici, sempre degli stessi. E così i più miseri fedeli, sempre disprezzati per il loro insignificante valore economico, che nella religione capitalista è valore assoluto, sono ora richiamati a sostenere le sorti di quel sistema che continuerà, una volta risollevato in attesa della prossima crisi, a disprezzarli e a sfruttarli.
Le religioni, a differenza degli ideali che richiedono responsabilità e partecipazione, sono immuni da critiche e da valutazioni razionali, rimanendo intatte nonostante le catastrofi generate. Fondano la loro essenza sul bisogno umano di trascendere l’angoscia dell’esistere, creando enti supremi infallibili e deresponsabilizzanti che chiedono solo dogmatica venerazione.
Ma i sistemi religiosi, immutabili nei loro principi anche nei momenti di crisi, possono vivere delle contradizioni quando si mescolano modelli di valore apparentemente inconciliabili. L’etica cattolica, e quella cristiana non calvinista, soffre generando crisi di valori nel dover sopprimere i suoi significati primordiali in conseguenza della venerazione del capitalismo. “La ricchezza non è peccato” dice il ricco nuovo vate del risorgimento economico italiano nel salotto accondiscendente della tivvù, ma un eco si riverebera nelle incoscienze ammaliate dei suoi discepoli, “E’ più facile che un cammello…”








