LGBT: SE L’ITALIA NON VA IN EUROPA, L’EUROPA…

Sì, per una volta è l’Europa che viene in Italia per “spingerla” ad avvicinarsi a lei. Stiamo parlando della conferenza che si è tenuta a Roma il 16 febbraio scorso sull’accordo promosso dall’Unar per l’adesione dell’Italia al Programma del Consiglio d’Europa in materia di “Contrasto della discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere“.

Un parolone e un titolo infinito per presentare 5 punti che ogni paese civile dovrebbe avere già adottato. Brevemente viene consigliato ai 47 stati membri di:

1. Passare in rassegna le misure legislative esistenti, riesaminarle periodicamente, analizzare i dati pertinenti per monitorare e riparare qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sull’orientamento sessuale o identità di genere. Insomma fantascienza.

2. Vigilare perchè siano adottate e applicate in modo efficace misure legislative miranti a combattere ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o identità di genere e a garantire il rispetto dei diritti umani di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali. Qui inizio a ridere, altro che fantascienza.

Ah, a proposito si parla anche di promuovere la tolleranza  nei confronti di persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali.

3. Vigilare perchè le vittime di discriminazione conoscano e possano accedere a vie giudiziarie efficaci e che le misure dirette a combattere le discriminazioni prevedano sanzioni e risarcimento in caso di trasgressione. Sono piegata in due, altro che fantascienza. E’ un romanzo di Isaac Asimov. Se in Italia si continua ad affermare che le persone LGBT non sono discriminate perchè possono fare sesso con chi vogliono (però non diciamolo pubblicamente…) e vige l’omofobia di Stato (ministri e deputati liberi di affermare pubblicamente qualunque cosa, tanto non sono perseguibili…) figuriamoci se è dimostrabile di essere vittima di discriminazione e magari essere anche risarcit*….

4. Di ispirarsi nelle leggi, politiche e pratiche ai principi e misure presenti nell’allegato :

  • Reati dell’odio” e di aggravanti se la motivazione del reato è legata all’orientamento sessuale o identità di genere (e in Italia una proposta di legge come questa, presente in quasi tutto il mondo, è “discriminatoria” verso tutti gli altri cittadini che non sono nè omo nè transessuali);
  • Tutelare e rispettare ADEGUATAMENTE l’identità di genere delle persone transgender (Capito amici giornalisti, psicologi, medici, ecc?);
  • Combattere ogni forma di espressione che possa fomentare, propagandare o promuovere l’odio e discriminazione verso LGBT

5. Accertarsi, con ogni mezzo e azione appropriata, che la presente raccomandazione [CM/Rec (2010) 5] e il suo allegato siano tradotti e diffusi nel modo più ampio possibile. Vedremo mai spot in tv, cinema o sarà distribuito da qualche parte un fascicolo (vanno bene anche le fotocopi o un pdf) con la suddetta Raccomandazione? Ne dubito.

La ministra Fornero, bloccata in Camera per oltre un’ora, ci tiene a sottolineare che la sua “non è un’adesione di maniera” e il suo discorso, come quello di tutti i rappresentati istituzionali ITALIANI, è in perfetto stile politically correct. Tanto correct che non pronunciano mai le parole lesbiche, gay, transessuali. Al contrario dei “vicini” rappresentati europei del Consiglio d’Europa, che invece non hanno paura di andare oltre le regole del Taboo.

Di più. Il discorso della ministra che difende le donne (solo quelle vestite in tv però, mica quelle penalizzate dalle riforme di pensioni e lavoro) potrebbe essere riciclato tranquillamente in qualunque convention di “diversi”: disabili, immigrati, minoranze etniche e religiose, ecc. Tanto si parla solo di “combattere le discriminazioni con l’educazione, la formazione sulle diversità che esistono e sono un fatto bello della vita. Il tema delle discriminazioni è e deve essere una priorità“. Non pronuncia mai neanche la parola più soft o-mo-se-ssu-a-li, neanche sotto tortura.

Nel successivo tavolo tecnico con le associazioni, diventato di fatto una prosecuzione di interventi dal palco, acchiappo il microfono e chiedo all’Unar e ai rappresentanti del Consiglio d’Europa di allungare un occhio anche alla situazione italiana della psicologia e soprattutto dei professionisti della psicologia. Visto che mancano insegnamenti su orientamento sessuale e identità di genere in ogni grado di istruzione, università e scuole di specializzazione comprese, laddove altrove nel mondo ci sono cattedre intere e addirittura corsi di studio. Sottolineo di aprire anche l’altro occhio e vigilare sulla presenza in Italia di terapeuti riparativi (il punto VII Salute dell’allegato parla di adottare misure appropriate per escludere l’omosessualità dalla classificazione delle malattie, Oms docet).

Questa la fantascienza. Nella realtà invece la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) il 21 febbraio ha lanciato l’allarme per l’Italia, considerata “Un paese che boccheggia tra pene meno severe per i reati di incitamento all’odio e scarsità di denunce“. Non a caso il programma di cui abbiamo scritto qui sopra prevede proprio l’Italia come paese partner, al fianco di Albania, Lettonia, Serbia, Montenegro e Polonia.

Paola Biondi

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