ELEZIONI E PSICOPATOLOGIA DEL POTERE

In questo periodo di campagna elettorale siamo stati sommersi da messaggi pubblicitari da parte di politicanti in attesa di elezione che mostrano la loro faccia, il loro volto ammiccante, che non si sa perché dovrebbe convincerci a dare loro fiducia. Eppure la cronaca è piena di bellimbusti, personcine perbene, che nell’atto dei loro misteri compiono azioni riprovevoli.

Dovremmo essere stati convinti a scegliere i candidati esposti nelle loro nicchie edonistiche dalla grazia del loro taglio di capelli all’ultima moda, oppure dal grazioso vestitino che lascia trasparire delicatezza di intenti e ripudio di ogni tentazione perversa. La logica politica di questo strano tempo che viviamo non si sofferma molto su idee, principi, presupposti etici, miti rivoluzionari o reazionari, ma si tranquillizza su pacate considerazioni estetiche, che non compromettono l’agire del mancato cambiamento che tutti si augurano, politicanti ed elettori.

E’ un patto comunitario, drammatico, ma onnipotente, dove il terrore del cambiamento agisce su ogni molecola sociale, dove l’anestetico televisivo e pubblicitario crea modelli narcisistici ai quali siamo tutti sottomessi. La televisione, madre di ogni azione sociopolitica dei nostri tempi, è il più grande strumento di controllo delle masse mai inventato dall’uomo. In essa si producono tutti i feticci culturali, sociali e politici che poi vengono dati in pasto al popolo per la loro idolatria.

Si è perso il tempo in cui votare, ritornando al discorso di partenza, era un’azione di scelta, di considerazione, di analisi della realtà e della coerenza con i propri motivi interni, ora la dittatura del narcisismo mediatico presenta un paio di modelli preconfezionati, malati di presenza edonistica, senza alcun scopo che quello di confermare la non scelta. Nei luoghi sociali di discussione, sia naturali che mediatici, si compiono valutazioni in merito al carattere estetico del candidato, semmai alle sue convenienze moralistiche, attivando morbosità da grande fratello, dove non c’entra niente Orwell ma solo volgarità televisiva.

Il patto sociale che si compie è quello tra soggetti ormai affetti da psicopatologia del potere, e sudditi anelanti la stessa dimensione seppur in scala ridotta, magari nella propria famiglia, nel proprio condominio, nel proprio posto di lavoro. Il candidato politico ideale dei nostri tempi ha alle sue origini un bambino trascurato che delira per compensazione un se maestoso, potente, in grado di cancellare le sensazioni di disfacimento del sé fragile interno. Questo sé grandioso ha bisogno di adulazione, di conferma della sua potenza attraverso il riscontro sociale, attraverso la posizione di potere che potrà raggiungere mediante l’approvazione degli altri, incosciente della propria ultima miseria.

Ma il sistema è più complesso, prevede la partecipazione degli adulanti come complici ignavi, deprivati di ogni senso critico, ammassati in un conformismo assoluto, che vede solo miraggi di potere e ricchezza facile, deresponsabilizzazione, inconsapevolezza del sé e del reale.
La personalizzazione del gioco politico sottomette le idee, i conflitti, le scelte culturali ed etiche, al mito del personaggio, sempre più simile nelle varie parti contendenti differenti solo per interessi di appartenenza lobbistica, per cui sia valido l’antico detto “cambi tutto in modo che non cambi niente”.

Questo modo di votare senza idee al quale siamo condotti nell’epopea del nulla significante è un’azione senza scopo, senza senso, è il delirio di un modello culturale agonizzante, cieco davanti alla sua disperazione, alla sua imminente fine. Una cultura incapace di affrontare i temi reali ed urgenti dell’economia assasina, delle risorse naturali depredate e sperperate, della condizione miserabile della maggioranza dell’umanità schiavizzata dagli psicopatici del potere.

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