RASSEGNA STAMPA 25 MAGGIO 2012

Sempre più parti fra le adolescenti. Madagascar: gravidanze adolescenziali senza alcuna tutela. Adolescenti malati di pigrizia, 60% seduti per 10-11 ore. “Progetto Superman”: supermercati accessibili ai disabili mentali. Cinque milioni di italiani esposti a frane e alluvioni. SCENARIO CRISI: Casa e crisi. Anziani e nuda proprietà, è boom. I nuovi homeless: professionisti e manager.

 

SALUTE. L’OMS: SEMPRE PIÙ PARTI FRA LE ADOLESCENTI.’GLI STATI TUTELINO LA LORO SALUTE’

(DIRE – Notiziario salute) Sempre piu’ adolescenti rimangono incinte e circa 3 milioni di ragazze tra i 15 e 19 anni si sottopongono ad aborti pericolosi. È quanto rivela l’Oms che spiega che le gravidanze precoci sono uno dei principali fattori di mortalita’ infantile e materna. I casi di bambini nati morti e di morti neonatali sono infatti il 50% piu’ frequenti nelle madri adolescenti, senza contare che i loro piccoli nascono piu’ spesso sottopeso. Nei paesi a basso e medio reddito, il 30% delle ragazze si sposa prima dei 18 anni e il 14% prima dei 15. Alcune adolescenti poi non sanno come evitare di restare incinta o non sono in grado di ottenere i contraccettivi. Spesso pero’ anche quando questi sono disponibili, non vengono usati. A incidere e’ la mancanza di educazione sessuale in molti Stati a basso e medio reddito. Inoltre piu’ 1/3 delle ragazze racconta che la sua prima volta e’ stata fatta sotto coercizione. Per questo l’Oms esorta gli stati membri a migliorare la salute dei giovani.

 

MADAGASCAR: GRAVIDANZE ADOLESCENZIALI SENZA TUTELE

(Redattore Sociale) Ragazzine dei villaggi soffrono le conseguenze (fisiche e discriminatorie) del rimanere incinte e partorire troppo giovani. Non ci sono dottori o levatrici qualificate, spesso partoriscono con l’aiuto della matrona. L’ Unfpa punta sulla contraccezione
(In esclusiva da News from Africa)
NAIROBI – Molte nazioni africane sono ancora alle prese con l’alto tasso di gravidanze adolescenziali. Ragazze di 12 anni nei villaggi intorno a Antsohihy, la capitale della regione di Sofia, nel lontano e tradizionalista Madagascar del nord, spesso soffrono le dolorose conseguenze del rimanere incinte e partorire troppo giovani quando i genitori accettano zebù (bestiame) o denaro come dote.
Noeline Razafindradera, 16 anni, vorrebbe aver ascoltato gli avvertimenti di sua madre e dei suoi insegnanti. Invece, è uscita con uno dei ragazzi che ha incontrato a scuola ed è rimasta incinta. Ha aspettato due giorni dopo l’inizio delle contrazioni prima di lasciare il villaggio di Ambongabe e ha viaggiato per altri due giorni su un carro da buoi per raggiungere l’ospedale Baptist Good Hope nel paese di Mandritsara. A quel punto, il bambino era morto.
Tre mesi più tardi, Razafindradera è tornata in ospedale per una procedura di riparazione della fistula ostetrica – un grave disturbo medico per cui si sviluppa un buco (fistula) fra la vescica e la vagina, o fra il retto e la vagina – causato da un parto difficile.
Il chirurgo ha compiuto l’operazione per un prezzo agevolato di 10 mila ariari (5 dollari statunitensi). “Molte ragazze giovani hanno questo problema – affermano il direttore dell’ospedale e il chirurgo, Adrien Ralimiarison -. Ragazze di soli 13 anni rimangono incinte. Il bacino delle ragazze è troppo piccolo, per cui la testa del bambino rimane bloccata durante il parto. Poiché ci vuole molto tempo per raggiungere l’ospedale, la vescica può scoppiare. Dopo il parto, queste ragazze sono spesso respinte per via dell’odore dovuto alla perdita di urina ed i costi aggiuntivi di sapone e tamponi. In alcuni villaggi, alcune persone credono che queste donne siano addirittura malvagie. Di solito ciò porta alla depressione”.
Ciò è confermato dalla sua paziente successiva, Rasoanirina, 21 anni: anch’essa ha sviluppato il disturbo dopo delle contrazioni prolungate ed un viaggio di tre giorni dal villaggio all’ospedale. “La gente ti respinge, non vogliono esserti vicini per via dell’odore”, ha detto. All’ospedale Good Hope, una specie di oasi nel mezzo di un settore sanitario trascurato e inadeguato, Yolande Zafindraivo è l’unico ginecologo in questa regione di più di un milione di abitanti. “Non ci sono dottori o levatrici qualificate nel villaggio, perciò la gente partorisce con l’aiuto della matrona, la donna più anziana del villaggio che conosce la medicina tradizionale,” ha affermato. “È pericoloso, le matrone danno a queste ragazze erbe tradizionali per provocare il travaglio, ma queste sono molto forti e possono causare una reazione traumatica nel corpo.”
Zafindraivo si occupa di salvare le madri, e afferma di riuscirci nella maggior parte dei casi. Tuttavia, dati del Fondo per la Popolazione dell’Onu rivelano che la regione di Sofia ha uno dei tassi di morte materna più alti del paese, con una madre su 10 che muore durante il parto.
In tutta la nazione, 3.750 madri e 16.500 bambini muoiono ogni anno durante o dopo il parto. Altre 75.000 donne hanno riportato problemi medici in seguito al parto, e circa il 40% di queste donne ha ricevuto delle cure insufficienti. “Queste sono le cifre ufficiali di ospedali e cliniche sanitarie. Non sappiamo quante di loro muoiano a casa con le matrone – ha detto Zafindraivo -. Spesso la gente preferisce le matrona, in quanto pensa che gli ospedali siano costosi e conosco queste donne”.
Gli ospedali nella regione, così come l’Unfpa, stanno formando gli operatori sanitari della comunità e le matrone affinché prevengano i ritardi nel portare le donne bisognose di cure durante il parto all’ospedale. Jean Francois Xavier di Unfpa ha affermato che lo scopo era di ridurre i tre tipi di ritardo: lasciare la casa, raggiungere l’ospedale e trovare assistenza una volta arrivate. “Cerchiamo di ridurre tutto questo tempo perso rafforzando le competenze all’interno della comunità – ha detto -. Ciò include la formazione delle matrone, a cui viene insegnato che una donna con le doglie non dovrebbe vedere il sole sorgere per due volte. Dopo 24 ore, deve essere mandata in una clinica sanitaria o in un ospedale. Supportiamo anche la rete di cliniche e reparti maternità, dove le donne possono partorire gratuitamente. Qui formiamo gli operatori sanitari comunitari e forniamo attrezzature per il parto e per i tagli cesari.”
Questo sistema ha funzionato nel caso di Volasaina Ratongarizafy, 19 anni, che si sta riprendendo da un taglio cesareo dopo essere arrivata in macchina da Port Berger, 122 chilometri a sud di Antsohihy. La levatrice ha mandato Ratongarizafy all’ospedale dopo due giorni di doglie, e la ragazza ha aspettato solo un’ora prima di essere operata.
L’ Unfpa sta cercando di raggiungere più persone giovani con le contraccezioni. Madeleine Razanajafy, lavoratrice sanitaria alla clinica materna di Antsohihy ha dichiarato che le ragazze usavano raramente contraccettivi una volta sposate. “Spesso, i mariti non vogliono che le loro mogli usino i contraccettivi… credono che ciò possa aprire la via alla promiscuità,” ha detto. Raggiungere le ragazze prima che diventino sessualmente attive non è comunque facile in quanto molte lasciano la scuola presto, ha detto Xavier. “Dopo aver avuto un bambino, lo fanno crescere ai nonni – il problema fa pressione ovunque nella società.”
Nel tentativo di superare alcuni ostacoli, l’Unfpa ha costruito una clinica speciale per persone giovani nelle sedi della clinica materna di Antsohihy, dove fornisce opzioni di contraccezione che durano alcuni mesi, come cerottti ormonali, iniezioni e sistemi intrauterini (Iud).
Ong locali, come Vilavila, stanno anche formando giovani volontari affinché parlino coi loro coetanei dell’Hiv, delle infezioni sessualmente trasmissibili (Ist) e dei contraccettivi, mentre gli anziani del villaggio promuovono gruppi di discussione coi genitori per cercare di fermare la tradizione di barattare ragazze giovani con mucche o denaro. “Questi genitori sono poveri, ed é quindi difficile per loro rifiutare – talvolta vengono offerti loro fino a 2 milioni di ariary (1.000 dollari),” ha detto Piantoni Rabarison, direttore di Vilavila. “Mostriamo film e discutiamo con loro. Spesso, ammettono di non pensare agli effetti che le loro azioni possono avere sulle giovani ragazze.”
All’ospedale New Hope, il chirurgo Ralimiarison chiede ai suoi pazienti di raggiungere altre ragazze attraverso un programma radio. “Posso dire molte cose, e lo faccio regolarmente, ma queste ragazze sono le mie ambasciatrici. Possono dire alle loro coetanee di stare attente, di essere sicure che non rimangano incinte.” (Traduzione di Sara Marilungo)
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ADOLESCENTI MALATI DI PIGRIZIA, 60% SEDUTI PER 10-11 ORE. L’ALLARME DEI PEDIATRI DELLA SIP.

(DIRE – Notiziario minori) Gli adolescenti sono malati di sedentarieta’: il 60% di loro passa 10-11 ore al giorno incollato ad una sedia. È l’allarme lanciato dai pediatri della Sip che lanciano l’edizione 2011-2012 dell’indagine ‘Abitudini e stili di vita degli adolescenti’ della Societa’ italiana di pediatria, che ha coinvolto un campione nazionale rappresentativo di 2.081 studenti (1.042 maschi – 1.039 femmine) frequentanti la classe terza media inferiore.
DIECI ORE SULLA SEDIA – Tra le dieci e le undici ore al giorno seduti: cosi’ trascorrono la loro giornata – in periodo scolastico – il 60% degli adolescenti. Con tutti i rischi che cio’ comporta in termini di insorgenza di malattie croniche in eta’ adulta. Dalle tre alle quattro sono in media le ore trascorse davanti a uno schermo, tv e/o pc che sia, alle quali si sommano le 4 ore passate nel banco a scuola (stima riduttiva), l’ora e mezza destinata a pranzo e cena, e l’ora e mezza dedicata ai compiti. La causa principale di questa “epidemia di sedentarieta’” e’ il sommarsi del tempo trascorso davanti alla televisione a quello trascorso a navigare in Internet, che dal 2008 e’ diventato un fenomeno di massa per gli adolescenti. Con l’aggravante che quest’anno la Tv, dopo 4 anni di declino, sta tornando ad esercitare un certo fascino sugli adolescenti; per la prima volta, da tre anni a questa parte, sono di nuovo aumentati coloro che la guardano per piu’ di tre ore al giorno (17,3%).
SPORT QUESTO SCONOSCIUTO – Non consolano i dati sul tempo che gli adolescenti dichiarano di dedicare all’attivita’ sportiva raccolti dalla Sip in collaborazione con la Fmsi (Federazione medici sportivi italiani). Circa il 40% (44% delle femmine) oltre alle due ore (lorde) di educazione fisica previste dall’orario scolastico, o non pratica alcuna attivita’ sportiva o pratica sport per meno di due ore alla settimana. Anche riguardo a quel lodevole 30% che dichiara di dedicare allo sport piu’ di 4 ore alla settimana, si puo’ ragionevolmente dire che 4 ore di attivita’ fisica alla settimana non compensano le 4 ore di computer (o tv) al giorno.

 

 

CINQUE MILIONI DI ITALIANI ESPOSTI A FRANE E ALLUVIONI

(Rassegna.it) Il dossier realizzato in collaborazione con la Protezione civile certifica l’alto rischio legato al dissesto idrogeologico del nostro paese. In cinque regioni è in pericolo il 100% del territorio. Bocciati otto Comuni su dieci.
Otto Comuni d’Italia su dieci a rischio idrogeologico. In tutto sono 6.633 (82%) per un totale di 5 milioni di residenti. In cinque regioni è in pericolo il 100% del territorio. Lo afferma Legambiente nel rapporto “Ecosistema Rischio 2011” realizzato in collaborazione con la Protezione civile.
L’indagine prende in considerazione le attività realizzate dai Comuni contro il dissesto idrogeologico. Sono interamente a rischio, oltre alla provincia autonoma di Trento, anche Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta (Marche, Liguria al 99%; Lazio, Toscana al 98%). Il resto del paese non scende comunque al di sotto del 56% nel Veneto.
I Comuni bocciati sono quelli in cui è presente una “pesante urbanizzazione” e “non sono state avviate sufficienti attività per la mitigazione né sul versante della manutenzione del territorio né su quello dell’organizzazione di un efficiente sistema comunale di Protezione civile”.
Altro dato allarmante: quest’anno nessun Comune raggiunge la classe di merito ‘ottimo’ sulla mitigazione del rischio. I più virtuosi sono Peveragno (Cn), Endine Gaiano (Bg) e Senigallia (An). Le ‘maglie nere’ vanno invece a Bagnoli Irpino, Moschiano e Quindici (Av), Castelmassa (Ro), Biccari (Fg), Garessio (Cn), Sannicandro di Bari (Ba), Monterosso Calabro (Vv). All’ultimo posto Lagnasco (Cn).

 

 

PROGETTO SUPERMAN”: SUPERMERCATI ACCESSIBILI AI DISABILI MENTALI

(Redattore Sociale) Nei punti vendita Conad i commessi saranno formati per accogliere e assistere clienti malati di Alzheimer o con difficoltà intellettive, cognitive e di relazione. Iniziativa della cooperativa Kara Bobowski.
Un programma con un nome da supereroe per aiutare i disabili mentali e le persone con patologie che limitano le capacità intellettive a fare la spesa. È “Superman”, il progetto che renderà accessibili una ventina di supermercati Conad del territorio romagnolo: ma in questo caso le barriere da superare non sono quelle architettoniche, ma quelle relazionali e cognitive. Il personale dei punti vendita sarà formato per facilitare il momento degli acquisti quotidiani di persone affette da malattie come l’Alzheimer o con semplici difficoltà di lettura, comunicazione, comprensione e orientamento.
“Superman” sta per “Supermarkets Meet Accessibility Needs” e nasce da una collaborazione tra una serie di partner internazionali, soprattutto italiani e tedeschi, ed è una delle 22 iniziative selezionate in Italia per il progetto europeo “Lifelong Learning”. Coordinata dalla cooperativa sociale Kara Bobowski di Modigliana (Forlì-Cesena), l’idea si ispira a un’esperienza già avviata in Francia. “Nel 2007”, spiega la presidente Franca Soglia, “l’associazione Unapei ha promosso un percorso per formare e sensibilizzare il personale dei supermercati E. Leclerc sulla disabilità mentale. I dipendenti hanno acquisito strumenti per offrire accompagnamento e ascolto ai loro clienti con necessità specifiche”. L’approccio del progetto italiano è lo stesso: trattare il tema dell’accessibilità mettendo l’accento su un sostegno umano fatto di attenzione e sensibilità verso chi è bloccato da barriere relazionali e cognitive invece che architettoniche.
L’idea di lanciare l’iniziativa in Romagna viene da Domenico Settanni, funzionario a riposo della Direzione provinciale del lavoro di Forlì-Cesena. “Durante una visita in Francia”, racconta “sono rimasto colpito dal progetto, che dai supermercati si è esteso a trasporti pubblici, siti culturali e turistici e amministrazioni pubbliche. Perché non portare in Italia questa prassi di disponibilità verso gli utenti più bisognosi di accoglienza? Ho discusso l’idea con la cooperativa Kara Bobowski e ho lavorato per coinvolgere i Commercianti indipendenti associati”. “Superman” è arrivato in contemporanea anche in Germania, dove riguarderà catene di distribuzione come Tegut. I punti vendita, italiani e tedeschi, che partecipano all’iniziativa, inseriranno i propri lavoratori in programmi formativi che li renderanno adatti ad assistere i disabili mentali durante la spesa. I supermercati saranno poi contrassegnati da un simbolo (lo stesso realizzato per il progetto francese) che certificherà la presenza di personale qualificato.

 

 SCENARIO CRISI

 

CASA E CRISI. ANZIANI E NUDA PROPRIETA’: E’ BOOM.

(Rassegna.it) La crescita del fenomeno, annota lo Spi Cgil, è il segno di condizioni di vita sempre più difficili, del bisogno di procurarsi liquidità. Più 10% nei primi mesi del 2012. Il primato a Roma e Lazio. Crisi e (personali) rimedi. Nei primi mesi del 2012 la vendita di immobili in nuda proprietà ha fatto registare un vero e proprio boom: sono ben 80mila gli anziani che hanno scelto questa particolare formula, soprattutto nelle grandi città, è del 10% l’aumento rispetto allo stesso periodo del 2011. A sottolineare questi dati, un’analisi realizzata dallo Spi Cgil sull’andamento del mercato immobiliare.
Il fenomeno della nuda proprietà, osserva lo Spi, rappresenta il segno tangibile di una crisi che avanza sempre di più e che porta gli over 65 a dover sacrificare la casa pur di avere la liquidità che possa garantire il proprio mantenimento a fronte di un potere d’acquisto delle pensioni drasticamente in calo e del costante aumento del costo della vita, dei servizi, dei prezzi e delle tariffe. Altrettanto determinante, nella decisione dell’anziano di vendere il proprio immobile in nuda proprietà, è la possibilità di disporre delle risorse con cui aiutare figli e nipoti alle prese con la crisi occupazionale o con le difficoltà ad accedere al mercato del lavoro.
Il primato del ricorso degli anziani alla vendita in nuda proprietà spetta al Lazio, con oltre il 40%. Il 36% è stato registrato nella sola città di Roma dove gli annunci di vendita con questa formula erano 2.300 nel 2008, 3.100 nel 2009, 5.100 nel 2010, arrivando a 8.700 nel 2011. Seguono la Lombardia con il 14%, la Toscana (12%), la Liguria (11%), il Piemonte (9%) e l’Emilia Romagna con il 5%.

 

 

I NUOVI HOMELESS: PROFESSIONISTI E MANAGER

(Rassegna.it) Marco, Luca, Francesco. Basta poco per trovarsi senza rete. Un divorzio, i clienti che non pagano, e si finisce a dormire nell’auto. “Le biblioteche ci salvano: grazie al wi-fi restiamo in contatto col mondo”
L’uomo si chiama Marco. Quarantadue anni, un buon lavoro in un’azienda ex partecipata, due figli. E dorme in macchina. Una brutta separazione, nessun rapporto con la famiglia di origine a causa di una vecchia lite su un’eredità, e Marco di colpo si è trovato senza casa, il conto corrente bloccato, e la vita, tutta la sua vita, saltata per aria. Lavora, ogni giorno, come se niente fosse, non esce più con gli amici di un tempo anche se non ha troncato i rapporti, nessuno conosce la sua situazione, neanche la sua ex moglie a cui non dice nulla. E da tre mesi dorme in macchina.
“Il mio terrore è che la mia situazione possa essere segnalata ai servizi sociali. Non tanto per me. Ma perché questo pregiudicherebbe il rapporto legale con i miei figli in futuro”. E come fai? Hai trovato qualche soluzione che non sia così drammaticamente precaria? “Stiamo cercando, io e altri due amici che si sono ritrovati nella stessa mia situazione, anche se per ragioni diverse, di trovare una casa da dividere. In questo momento non siamo in grado, per una ragione o un’altra, di trovare una soluzione da soli. E allora proviamo a mettere insieme le forze”. E gli altri due amici si chiamano Luca e Francesco, il primo impiegato statale e il secondo grafico free lance.
Amici di vecchia data? “No – spiega Francesco -. Ci siamo incontrati in questi mesi in alcuni posti che persone nella nostra situazione si trovavano a vivere. In particolare alcune biblioteche pubbliche con la connessione wi-fi. Tutti e tre avevamo bisogno della connessione per mantenere rapporti e comunicazione con il mondo, chiamiamolo così, “normale”. Poi io in particolare ne avevo bisogno per lavoro”. Frequenti gli stessi posti, ti vedi ogni giorno, ti individui come “simile” e vinci la timidezza e il pudore e ti metti a parlare. Luoghi di welfare fai da te, non servizi. Li scopri, li usi, ti accolgono. E le biblioteche sono uno di questi luoghi.
Francesco è il più giovane, 36 anni, e non ha figli. “Mi sono ritrovato in questa situazione perché da un lato si sono bloccati i lavori nuovi, dall’altro tutti i miei clienti hanno smesso da mesi e mesi di pagare. Non ti paga uno, va bene. Non ti pagano in due comincia ad essere un problema. Quando hai 5 clienti e quattro smettono di pagarti, sei per strada”. Anche tu in macchina? No, io dormo in una soffitta di 15 metri quadrati che avevo affittato qualche anno fa come studio. La casa l’ho persa, ma la soffitta sono riuscito a tenerla”. Da quanti mesi in questa situazione? “Ormai è quasi un anno. Una situazione come la mia è assurda. Devo avere decine di migliaia di euro di arretrati, oggi non navigherei nell’oro ma almeno avrei la possibilità di sopravvivere a questa fase di crisi. E’ assurdo poi come questa situazione ti congeli, ti impedisca di reagire davvero. Stai lì e speri. Ma non succede nulla”.
La giornata di Francesco è scandita dagli orari della biblioteca. Nella soffitta, senza bagno e riscaldamento, ci dorme soltanto. A volte, solo, ci mangia. Il resto della sua vita si svolge in due biblioteche che alterna secondo orari e affollamento. Una routine, al ribasso, ma che gli sta salvando la vita, anche perché in questo modo è riuscito a tenersi aggiornato, a piazzare qualche lavoro e a mantenere i propri contatti. “Ti dirò, a volte è quasi accettabile. Ti adatti e sopravvivi. In realtà riesci ad adattarti a tutto. Poi, il problema più grosso non è tanto comunicare, o trovare qualche soldo per mangiare. E’ lavarsi, tenersi puliti”.
Ma non ci sono strutture, come la Caritas, che offrono soluzioni per mantenere una sorta di almeno apparente decoro? A rispondere è Luca, 46 anni e situazione praticamente identica a quella di Marco e anche lui dorme sui sedili della sua auto posteggiata in un box, almeno. “Il problema è che certe strutture sono ormai istituzionalizzate. Cioè, attraverso registrazione e segnalazioni ai servizi sociali o altre strutture del Comune, ti inseriscono in una determinata categoria. Qui in questo paese ormai la povertà, la miseria, le difficoltà sono causa di immediata esclusione, di una sorta di incasellamento da cui poi è quasi impossibile uscire. E non parliamo della questione della residenza. Io non ho più residenza. E prima o poi questa cosa uscirà e la mia condizione emergerà e io mi troverò l’etichetta del paria”.
Ma secondo voi quante persone si trovano nel vostro stesso limbo? “Migliaia solo a Roma – risponde Marco -. Il problema è enorme e sta iniziando a emergere ma nessuno ancora si è reso conto, a livello politico e istituzionale, della sua dimensione”. “E della sua assurdità – lo interrompe Francesco -, quando vieni messo nella categoria dei ‘senza fissa dimora’ perdi gran parte dei tuoi diritti di cittadinanza. Diventi un problema, appunto, e di fatto non sei più un cittadino. E districarsene, poi, è una roba quasi impossibile”.
E ora? “E ora dovremmo aver trovato questa casa da dividere. Fuori Roma e da rimettere a posto, ma non ci possiamo permettere altro. Poi si vedrà. Intanto abbiamo scelto, almeno noi tre, di non essere soli davanti alla nostra situazione e ai meccanismi e alle convenzioni sociali”. Auto aiuto? “No, buon senso”. E a Natale? “Mangeremo carne. Un lusso. E cercheremo di sentirci normali, di pensare che abbiamo ancora qualcosa da dire”.
Marco, Luca e Francesco. Tre uomini. Tre storie diverse che diventano, per scelta e necessità, una. Per non essere stritolati dalla legge, dai luoghi comuni e dai pregiudizi. Tre persone che emergono, e migliaia di altri che rimangono nell’ombra, a un passo dal perdersi per sempre. Un enorme spreco umano e sociale. In questo momento dove anche quelle piccolissime residue tutele saltano davanti all’inevitabile stretta egoistica causata dalla crisi, questi tre cittadini italiani si riprendono la propria vita e ne fanno il punto di partenza per ricominciarsi a pensarsi come persone. “La scrivi questa storia?” Annuisco. “Ti aspettiamo per l’inaugurazione della casa, a febbraio”. Sorrido. “Porterò il vino”. Buona fortuna.
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