EDIPO: MITO E COMPLESSO

Come tutti sappiamo Freud si rifece al mito di Edipo rappresentato nella tragedia di Sofocle, per trarne quello che andrà sotto il nome di complesso, vale a dire quel crocevia evolutivo fondamentale anch’esso a carattere universale, strutturativo dei fondamenti di base della personalità, germoglio fondante di un’identità primigenia sessualizzata, che ingloba anche i primi nuclei caratteriali dell’Io. Cerchiamo di scorgere le necessarie differenze tra MITO e COMPLESSO, per scoprire come il punto di convergenza tra i due autori che sembrano dire la stessa cosa, è anche il punto in cui divergono irrimediabilmente, svelando categorie del pensiero che fatalmente producono visioni diverse della realtà mondana.

Partendo dal punto di convergenza, possiamo dire che tanto l’Edipo del mito quanto il bambino edipico freudiano vivono nell’inconsapevolezza più totale. Ma mentre l’inconsapevolezza dell’eroe tragico, protagonista del mito si svolge nell’esteriorità della realtà “vera”, quella del bambino freudiano si svolge nell’ interiorità dell’immaginario affettivo fantasmatizzato. Nel mito tutto sembra maledettamente “reale”: amori, odi e rancori; battaglie, guerre e duelli; abbandoni, tradimenti e vendette si svolgono drammaticamente sul palcoscenico della vita (e forse il mito in un tempo indefinito è stato anche reale, almeno parzialmente, dal momento che le sue radici s’intrecciano con la storia, leggende e racconti reali o presunti). Nell’ottica freudiana ,ovviamente non c’è nulla di reale (per come s’intende comunemente questo termine), ma il reale psicoanalitico si costituisce nell’importanza che riveste l’immaginario psichico del soggetto ,posto a fondamento della realtà soggettiva e generatore delle situazioni sociali in cui si troverà coinvolto.

Lo sviluppo di queste necessarie considerazioni (che ad alcuni potranno apparire addirittura ovvie), ci spalanca la porta dell’enorme divergenza tra i due autori sui significati di quell’INCONSAPEVOLEZZA. Questa nell’ottica del mito rimanda direttamente alla categoria del DESTINO, o per meglio dire, del FATO dei greci: il protagonista è il portatore “inconsapevole” di un disegno divino non architettato da lui, ma che discende direttamente dall’alto per volere degli dei dell’olimpo e gli piomba sulle sue spalle a sua insaputa ,rendendolo al contempo il “prescelto” ma anche il “tragico” eroe. E tutte le manovre che cercherà di adottare per sfuggire al suo destino saranno proprio quelle che lo realizzeranno drammaticamente.

La vera colpa di Laio non è quella di aver abbandonato il figlio Edipo alle pendici del monte Citerone (come vedremo meglio nel proseguio delle puntate), ma quella di averlo generato contro la volontà dell’oracolo di Delfi, sfociando così in quella che i greci chiamavano la hibrys (tracotanza verso gli dei); o ancora meglio l’esempio di Edipo che per evitare di incorrere nella terribile profezia predettagli dall’oracolo di Delfi che avrebbe ucciso il padre e consumato l’incesto con la madre, fugge dai reali di Corinto, Polibo e Peribea, suoi genitori adottivi ma che lui credeva suoi consanguinei e proprio così facendo s’imbatterà sulla strada di Tebe, dove ucciderà in duello il suo vero padre Laio (anche questo lo vedremo meglio in seguito).

L’inconsapevolezza dell’ Edipo freudiano è invece costruita totalmente dal basso attraverso le “trame elaborative” del soggetto che rinviano al concetto di INCONSCIO individuale, ben diverso da quello di destino ,o ancor peggio ,di fato. O, se volete, potremmo anche ridefinire l’inconscio come quel destino in cui il soggetto c’ha messo il suo zampino. Del resto ,a pensarci bene, Freud si pone a cavallo tra ‘800 e ‘900 ed eccezion fatta per il neo tumorale del nazismo, in tutto il ‘900 si assiste ad una spinta propulsiva tesa alla valorizzazione della soggettività ed anche al principio dell’autodeterminazione dei popoli: dall’espansione nel campo politico delle idee marxiste, all’emancipazione delle masse popolari e al movimento femminista ; dalla scuola di Francoforte all’ esistenzialismo di Sartre; dal movimento del ’68 fino all’attuale antipsichiatria.

Ma continuando il discorso sulle divergenze, il salto epistemologico tra DESTINO E INCONSCIO, rinvia ad altre divergenze tre i due autori. Nella tragedia sofoclea, il riferimento antropologico non è l’individuo, ma il “gruppo” e la “stirpe” e il tema centrale non è quello della sessualità ma quello del “potere”; particolarmente la scommessa di poter esercitare e trasmettere ai posteri un potere legittimo ( scommessa perduta irrimediabilmente dal momento che i tebani, i discendenti di Cadmo, fondatore della città di Tebe, saranno sconvolti e distrutti dall’avverarsi delle profezie e la loro stirpe maledetta per sempre). In Freud, invece, il riferimento antropologico è “l’individuo” (non dimentichiamoci che ciascuno ha il suo edipo, anche se il tema edipico acquisisce il carattere di un punto-momento evolutivo a carattere universale), mentre il tema è più chiaramente il mondo delle pulsioni in generale e quelle di natura “sessuale” in particolare (in Freud il tema del potere rimane in sordina perlomeno nel processo edipico, troverà invece maggior respiro in altri scritti e negli studi degli psicoantropologi sull’esogamia e il tabù dell’incesto).

Come accennavamo nell’introduzione un rispetto filologico delle opere s’impone, gli autori vanno confrontati ma non sovrapposti: se rileggessimo l’opera freudiana con la categoria del fato dei greci, saremmo costretti ad ammettere che Freud s’è inventato tutto e l’inconscio non esiste; ma anche rileggere la tragedia di Sofocle con le categorie psicoanalitiche tout-court ci porterebbe inevitabilmente a forzargli la mano, attribuendogli l’intenzione inconscia di aver voluto descrivere una sorta di inconscio freudiano, senza averne la necessaria lucidità e il coraggio. Ma nessuno può essere sicuro di ciò, nemmeno il miglior filologo di testi drammaturgici antichi, gli autori parlano attraverso i loro testi , portatori impliciti del potenziale limite interpretativo (per fortuna già piuttosto elevato), ma le riduzioni interpretative del pensiero di un autore forzandole dentro le categorie di un altro, risultano stravolgimenti presuntuosi ed ingenerosi che non restituiscono dignità e bellezza all’opera dell’autore, soprattutto quando il confronto è tra autori così distanti nel tempo storico.

Una confrontazione che potrebbe risultare utile a noi moderni ci porta a dire che il superamento della fase edipica descritta da Freud si pone come porta d’accesso alla civiltà: attraverso lo specchio infinito delle identificazioni, non solo quelle relative all’identità sessuale e non solo quelle col genitore dello stesso sesso, si costituisce il “simbolo” dell’immaginario affettivo che scongiura la caduta nel “reale”. Rivisitando freudianamente l’opera di Sofocle, possiamo ben dire che l’errore di Edipo consiste nello scambiare le sue fantasie con l’azione, il simbolo della realtà con la realtà, da qui la sua immane tragedia! Ma tale confrontazione, lungi dall’essere una forzatura interpretativa rende onore al mito, dal momento che, ogniqualvolta apprendiamo dai fatti di cronaca che si è consumato un incesto, un parricidio, un matricidio, si attualizza la brutale “realtà” del mito invece che l’innocenza immaginaria del complesso.

BIBLIOGRAFIA:

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