LA CLASSE MEDICA NON VA IN PARADISO

La classe medica non va in paradisoLe ultime indicazioni governative sulla riforma della sanità pubblica propongono un incentivo della pratica dell’intramoenia, il lavoro privato dei medici all’interno delle strutture pubbliche. E’ questo parte del processo subdolo di privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale che toglie diritti sociali conquistati con anni di lotte, com’è costume della destra neoliberista imposta al governo, mascherata da benemerita equanime salvatrice della patria.  E tutto questo avviene, nella sanità come nel lavoro e negli altri aspetti del vivere sociale, con il beneplacito della gran parte dell’opinione pubblica, stendendo il solito velo pietoso su quella parte politica accondiscendente che non si vergogna ancora di definirsi “sinistra”.

E’ incredibile lo stato di assoggettamento della gente ai poteri forti: la perdita dei diritti non è vista più come un impoverimento della vita individuale e sociale, ma addirittura come opportunità. Si concretizza la speranza da parte del capitalismo, già realizzata nei paesi anglosassoni, della dittatura economica senza opposizione. Lo smantellamento del servizio sanitario a favore di interessi economici dei medici e dei mercanti della salute è un passo indietro di decenni, una sberla alle lotte per il diritto alla sanità pubblica, e per, quel che ne resta, alla democrazia. L’intramoenia è un vergogna, una cessazione dello stato di diritto sottomesso alla corporazione medica. Quello che nella società democratica pre-liberista era il lottare per lo sviluppo di diritti dei più deboli ora è il garantire privilegi ai più forti.

E il paradosso, drammatico, è che sono proprio i meno garantiti che si animano per favorire gli interessi dei loro sfruttatori. La religione del capitale, dove ricchezza è santità calvinista, che con le sue crociate contro i diritti dei miserabili distrugge il mondo, riempie sempre più le sue chiese di proseliti che adorano inconsapevoli il loro crudele dio.

La cura è un momento delicato, che vede la relazione sofferente-terapeuta come fase fondamentale del processo di guarigione. Ho scritto più volte, anche su queste pagine, come la medicina stia attraversando una fase critica del suo rapporto con la sofferenza, identificando la malattia con il “mal di organo”, trascurando sempre di più la persona ammalata. Questo è un processo di semplificazione molto pericoloso, che sta creando forti disagi alle persone che necessitano attenzione al loro dolore in maniera completa, e non solo per quella parte del loro corpo che dimostra la perdita di equilibrio di un intero organismo psico-fisico. Questa semplificazione effettuata da molti medici, ma per fortuna non da tutti, ha come vincitore assoluto l’avidità economica delle case farmaceutiche e come perdente la nostra salute.

Ma quello che è più drammatico dal mio punto di vista di psicoterapeuta è l’adesione sempre più frequente da parte di psicologi e psicoterapeuti al modello medico d’intervento curativo. Una delle caratteristiche della fase storica che stiamo attraversando, e anche questo l’ho scritto più volte, è il conformismo e la sottomissione gregaria ai poteri forti. Molti psicologi credono di poter salvare il proprio scarso potere professionale e sociale scimmiottando i camici bianchi, una “sindrome dello stetoscopio” che porterà soltanto maggiore crisi d’identità nella psicologia, sempre più incapace di far valere il proprio punto di vista sulla malattia e sulla cura. Per questa situazione mi trovo costantemente in conflitto con molti miei colleghi che pur di non perdere quel misero spazio terapeutico concesso dal potere medico, accettano di diventare “coadiuvanti” di terapie sempre più basate sul farmaco e sulla parcellizzazione organica della sofferenza.

A proposito di tutto questo vogliamo qui raccontare una storia, una storia vera come tantissime che ho incontrato nella mia esperienza di terapeuta, dove il rapporto mancato con un medico e la “sindrome dello stetoscopio” di uno psicologo, hanno aggiunto sofferenza a sofferenza. Per fortuna l’intervento di un buon medico, empatico e capace di ascolto, ha portato a buon fine la vicenda. La protagonista della storia oggi compie i suoi fatidici 57 anni, sia questo anche un augurio di buon, anzi ottimo, compleanno. Buona lettura.

 

Sono una donna di 57 anni, sposata da 16 anni, senza figli, da 2 anni in menopausa. In seguito ad un forte stress, la morte di mio padre adottivo, (morto per un tumore intestinale), dieci anni fa ho avuto un carcinoma.Mi hanno fatto una resezione gastrica di tre quarti di stomaco, e non ho dovuto fare chemioterapia o radioterapia. Sono una persona forte ma emotiva. Ho sempre avuto problemi conflittuali con mia madre, una ragazza madre degli anni cinquanta, in pieno clima di perbenismo. La sua famiglia non accettò il fatto che lei volesse tenere un figlio senza un marito.

Ho avuto problemi per l’assenza di mio padre naturale. Ho avuto problemi con il marito di mia madre a causa della possessività di mia madre. Le conseguenze di questi disordini affettivi, le ha pagate lei, allontanandosi da casa, esiliandosi da un paese del nord a Roma.Le ho pagate anche io, colpevolizzandomi di essere nata lo stesso anno della morte di mio nonno materno, avvenuta 57 anni fa per un infarto cardiaco.

Da due anni faccio psicoterapia per cercare di fortificarmi, per trovare se è possibile una soluzione che mi permetta di vivere una vita “autonoma”, staccata da mia madre, da cui cerco ancora il mio “riconoscimento”. La mia vita matrimoniale è stata intrisa della sua presenza e mio marito ne soffre a tutt’oggi.

Il fatto che mi è capitato ha a che fare con queste due date : la mia nascita 1955 e la morte di mio nonno, sempre nel 1955, avvenuta a 57 anni. Io compirò 57 anni in agosto. A marzo ho cominciato ad avere problemi di insofferenza ad una gamba e al piede. Nel momento in cui andavo a letto, o anche di giorno quando mi riposavo sul divano, notavo che non potevo stare tranquilla perchè la gamba mi faceva male. Mi dovevo alzare, mi massaggiavo e il fastidio passava. Appena mi rimettevo in posizione supina il fastidio, che dopo un mese si è trasformato in dolore non passava. Ho passato 1 mese a non poter dormire e a girare per la casa, per mettere in movimento la gamba.

Ho cominciato ad indagare dal punto di vista medico. Sono stata dall’angiologo, che ha detto che la leggera incontinenza venosa che avevo non poteva procurare questi disturbi. L’ortopedico mi ha detto che si trattava di una fascite, e mi ha fatto prendere degli antinfiammatori. A maggio ho fatto controlli posturali, risonanza magnetica del tronco, radiografie ed è risultato soltanto un problema di 2 vertebre lombo sacrali leggermente compromesse.
Con un po’ di sedute di fisioterapia, di ginnastica posturale dicevano che il problema si poteva risolvere. E così ho fatto, ma il problema aumentava. Sono arrivata a giugno, con un abbassamento dell’umore, uno stress procurati dal fatto che non riuscivo a dormire di notte.

La psicoterapeuta intanto mi diceva che stavo somatizzando l’episodio luttuoso di mio nonno, morto 57 anni fa. Una sera ero a casa, indaffarata a preparare la cena per mio marito che stava rientrando dal lavoro. Fu in un attimo, lui apre la porta di casa e le gambe mi cedono entrambe. Mi accascio sulla poltrona. Gli arti erano freddi, come di ghiaccio, morti.

Andiamo al pronto soccorso. L’ortopedico conferma la fascite, o comunque un problema del nervo che passa sul collo del piede fino a salire sulla gamba e mi consiglia di effettuare una elletromiografia. Mi sottopongo alle scosse nei piedi e nelle gambe. Risulta tutto a posto. Il neurologo che legge l’EMG mi diagnostica un amplificazione del dolore a causa del mal funzionamento del sistema neuro vegetativo e mi consiglia Daparox, un antidepressivo, e un ansiolitico, il Lexotan.

Conoscevo il Lexotan che prendo, sotto consiglio dell’ oncologo, nella dose di 2 gocce al giorno da quando ho subito l’intervento allo stomaco ma ero contraria all’antidepressivo. Decido così, nonostante lo stress e la stanchezza fisica, di staccare la spina e organizzo un fine settimana al mare a San Benedetto del Tronto.

Partiamo da Roma verso le 9 del mattino e dopo 2 ore di viaggio, sento le gambe che mi si gelano, sento che si stanno paralizzando di nuovo.
Vedo un cartello stradale con scritto Pronto Soccorso, siamo vicino a Teramo. Arriviamo e sono in uno stato di totale prostrazione fisica e psicologica. Le gambe sono immobilizzate ma anche la parola lo è. Mi mettono sulla sedia a rotelle. Aspetto passivamente. Mi sento come se fossi morta dentro. Mi fanno visita cardiologica, pressione, ecodoppler venoso. Tutto a posto. Mi mettono una flebo di Toradol che dura 3 ore. Abbiamo passato 8 ore al pronto soccorso.
Arriviamo in albergo.

Mi sento una larva umana. Mangio qualcosa, dormo a malapena. Il giorno dopo cerco di reagire. Provo a camminare, ad attraversare la strada per vedere il mare, ma le gambe sono incerte. Torniamo in albergo e chiamiamo un medico che mi fa parlare un po’ e decide di farmi un iniezione di cortisone per farmi passare il dolore alla gamba. Dormo tutta la notte e al mattino mi sveglio con la nausea.

Abbiamo deciso di tornare a Roma ma mi chiedo come farò ad affrontare il viaggio avendo la nausea. Chiedo consiglio al medico che mi consiglia un antivomito. Ma non lo prendo perchè solo all’idea di prenderlo la nausea aumenta. Mi procuro dei crakers, 4 pacchetti, e affronto il viaggio con questo antivomito naturale. Li mangiucchio piano piano per tamponare la mia nausea.
Riesco ad arrivare a Roma dopo 2 ore e mezza di viaggio.

Torno a casa, e nel pomeriggio vedo la psicoterapeuta che mi consiglia vivamente di iniziare la cura con Daparox, l’antidepressivo, perchè mi trova a pezzi. Inizio con una goccia al giorno e secondo il neurologo devo arrivare a 20 gocce. Arrivata a 5 gocce comincio ad avere la nausea, ma il dolore alla gamba si era notevolmente atttenuato. Chiamo il neurologo e mi dice che devo essere paziente che devo aumentare la dose. Arrivo a prendere 10 gocce al giorno. Il dolore alla gamba era scomparso. Io mi alzavo tutte le mattine con la nausea che mi durava fino alle 4 del pomeriggio.

Non avevo nessuna voglia di mangiare, nè di uscire perchè non riuscivo a tenermi in piedi. Rivedo la mia psicoterapeuta che mi dice che devo pazientare, che è così che fanno i farmaci. Io replico che mi stanno uccidendo. Questa volta è lei che chiama il neurologo e lui gli conferma che devo continuare. Arrivo a prendere 13 gocce e comincio a vomitare bile. Nel mio stomaco c’è poco o niente. Mio marito accorre tutti i giorni a casa dall’ufficio perchè lo chiamo in preda alla paura di morire, ma pensa che i dottori sanno quello che mi hanno dato. Io gli dico che il Daparox mi sta uccidendo.

Chiamo il neurologo e gli dico che non ce la faccio più che voglio smettere il farmaco, che ho perso 2 chili, che sono già abbastanza debilitata e che non ce la faccio a sopportarlo. Mi dice che devo smetterlo gradatamente. Tolgo 2 gocce al giorno, conto i giorni, gli ultimi due giorni tolgo 3 gocce perchè la nausea e l’inappetenza mi hanno fatto perdere un altro chilo di peso. Sono alta 1.68, pesavo 52 chili e sono arrivata a 49 chili.

L’ultimo giorno, il 30 luglio 2012, su consiglio di un’amica vado da un omeopata. Voglio stare bene, voglio rivivere. L’omeopata mi visita e mi fa un colloquio di 2 ore. Mi dice che il mio sistema nervoso è a pezzetti, mi da dei consigli per il rapporto con mia madre, mi dice che devo riprendere peso e che ce la posso fare, che la gamba la cureremo con l’olio di arnica e che lo stress con dei granuli che lei mi consiglierà di volta in volta. Mi dice che la posso chiamare per qualsiasi dubbio o aiuto.

Ero andata al colloquio da lei alle 14 del pomeriggio con 38 gradi. Faceva caldo mi diceva mio marito, ma io mi ero messa una maglia di lana, le calze di seta perchè sentivo freddo in tutto il corpo. Dopo il colloquio e il supporto medico e umano mi sono sentita più tranquilla. La notte ho fatto un bellissimo sogno che sembra una fiaba per bambini.

Ciò che mi ha aiutato è stato sicuramente il tipo di relazione diversa che l’omeopata ha instaurato con me. Mi ha fatto una visita molto accurata, ha auscultato il cuore, i polmoni, provato la pressione, ha visto il mio corpo, le mie gambe, le mani, lo stomaco. Mi ha fatto tante domande sul mio carattere, sui miei desideri. Mi ha chiesto delle informazioni sulle malattie dei miei genitori, dei miei nonni, degli zii. Mi ha fatto capire che gli interessava di me e che era possibile aiutarmi per farmi stare meglio. Al momento dei saluti l’ho voluta abbracciare per un segno di ringraziamento, e lei mi ha fatto un gran sorriso e mi ha detto “mi faccia sapere come va durante la cura”. Si era creata una relazione tra noi. Ci sentiamo ogni volta che ne ho bisogno, anche di domenica.

Dal neurologo invece la visita è durata 20 minuti. 150 euro per 20 minuti. Il medico aveva un atteggiamento freddo e distaccato. Mi ha controllato  i riflessi alle gambe, mi ha fatto fare due passi e ha detto che avevo un modo di camminare incerto, come di chi ha paura che le gambe gli cedano da un momento all’altro. La risposta era quella ma non ha indagato sul perchè. Mi ha detto che mi consigliava gli antidepressivi. Sono uscita dal suo studio amareggiata e prostrata. Ho pensato che non aveva capito niente di quello che avevo.

Ora anche io ho caldo come tutti, non porto le calze di seta o la maglia di lana e piano piano ho ripreso a mangiare. Certo è troppo poco tempo per poter dire “sto bene”, ma non ho più la nausea e non sento che sto per morire, e sento che piano piano mi rimetterò.

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