EDIPO E IL PARRICIDIO

Edipo e la SfingeDopo aver affrontato negli articoli precedenti alcuni aspetti del mito di Edipo, veniamo ora alla vicenda che rappresenta il tema centrale delle peripezie di Edipo, vale a dire il parricidio. Ma per comprendere appieno l’epilogo tragico occorre partire da un interrogativo: chi è Edipo? Qual è la sua natura? Su questo punto, come vedremo meglio nel proseguio, Sofocle e Freud (a differenza di altre questioni) sembrano perfettamente coincidenti; tanto il parricidio reale sofocleo, quanto quello fantasmatico freudiano riflettono la medesima “natura” del personaggio Edipo, uomo-bambino.

Partiamo da Sofocle.  Edipo viene abbandonato da Laio alle pendici del monte Citerone con le caviglie traforate, in una zona boscosa, impervia,selvaggia, in mezzo a fiere, ninfe, alberi; qui viene raccolto e salvato da pastori nomadi che lo porteranno alla corte dei reali di Corinto, Polibo e Peribea che lo adotteranno come figlio, anche se Edipo crederà per molto tempo che loro siano i genitori di sangue. E’ evidente il valore mitico-simbolico del monte e del bosco: quel luogo in cui il neonato è esposto e poi miracolosamente salvato, segnala il passaggio tra vita, morte e resurrezione. Il bambino è effettivamente morto agli occhi di quella civiltà che lo ha espulso, ma poi ritrova la vita nel cuore di una “natura selvaggia”.

In tal senso il monte e il bosco rappresentano proprio il punto d’incrocio tra cultura (maligna) e natura (benigna) che conferirà ad Edipo quel carattere indelebile di ambiguità tra un “essere civile” e un “essere selvatico”, da cui non si discosterà mai. La sua doppia natura lo porterà a muoversi come un uomo semiselvaggio o come un animale semicivilizzato, sia nei rapporti sociali, sia nei rapporti parentali, sia sui suoi dubbi amletici sul chi sono io e da dove vengo. La sua doppiezza lo relega eternamente sulla soglia della civiltà senza mai entrarci del tutto e quando ci entra subisce gli smacchi dei rovesciamenti di ruolo che aveva creduto veri: cittadino tebano cacciato da Tebe, ritorna a Tebe  come straniero e come eroe-liberatore della città dal flagello della sfinge, viene incoronato re, ma in seguito nuovamente cacciato e mandato in esilio a Colono perché considerato un contaminato, portatore della sciagura della pestilenza.

Re e reietto insieme, salvatore e capro espiatorio, eroe e maledetto, vivrà per tutta la vita a fasi alterne la lacerante doppiezza di sentirsi ora   straniero ora cittadino tanto a Tebe come a Corinto. Anche i suoi rapporti parentali sono caotici e sempre sotto la minaccia dei dolorosi rovesci dell’identità presunta: chiama padre e madre quelli che sono in realtà i suoi genitori adottivi (Polibo e Peribea), chiama moglie quella che in realtà è sua madre, chiama figli quelli che sono anche i suoi fratelli, ed alla fine non saprà più chi è e quando lo scoprirà sarà troppo tardi!| Oggi potremmo ridefinire Edipo un “apolide”,  senza patria, senza la solida sicurezza della terra delle origini, senza la chiarezza dei veri ruoli dei rapporti che gli forniscono la vera identità di se stesso.

Facendo una digressione sull’attualità: la doppiezza del ruolo di Edipo che lo vede tanto eroe quanto capro espiatorio richiama alla mente quelle situazioni famigliari in cui spesso il ruolo del primogenito viene sovraccaricato dalle aspettative dell’investitura famigliare che lo vuole “eroe”, colui che deve tenere alto il blasone e l’onore del casato. Proprio a causa di tale sovraccarico, a  volte accade (ma per fortuna non sempre) che il predestinato eroe divenga  il pilastro su cui si scaricano tutte le tensioni famigliari, costituendosi nel tempo come capro espiatorio patologizzato di una disfunzione famigliare, valvola espiativa che paga da solo le colpe di tutti. Riprendendo il filo del discorso, la natura selvatica, primitiva, pre-civile di Edipo lo ancora al mondo delle passioni e degli istinti e,a pensarci bene, soltanto un animale semicivilizzato come lui poteva tanto gloriosamente sconfiggere la belva semiumana della sfinge, quanto impietosamente macchiarsi dell’orrore del parricidio e dell’incesto.

Qui ritroviamo ( come già accennato all’inizio  una formidabile convergenza tra la “natura” dell’Edipo sofocleo con l’Edipo freudiano che s’identifica con la “pulsione” (trieb). Il concetto di pulsione freudiana si pone proprio al crocevia tra natura e cultura, tra istinto (innato) e ambiente (acquisito). La pulsione è una spinta motivazionale inconscia frutto di un primitivo scambio con l’ambiente, troppo “civilizzata” per essere considerata solo istinto-natura, ma ancora troppo “selvaggia” per essere chiamata  civiltà-cultura, infatti Freud la colloca proprio a cavallo tra il somatico e lo psichico. Anche nel testo classico della tragedia greca, il personaggio di Edipo sembra l’incarnazione antica di qualcosa che noi moderni da Freud in poi,conosciamo col termine di pulsione; Edipo è la rappresentazione della pulsione che quando sfocia nell’ azione reale diviene brutale.

Quanto nell’inconscio di Sofocle serpeggiassero temi antesignani dell’inconscio freudiano, probabilmente nessuno può saperlo con certezza, certo è che la somiglianza tra il suo Edipo e la pulsione freudiana è straordinaria.Rovesciando la questione potremmo  dire che anche per Freud fintantoché il bambino è ancora nella bagarre delle pulsioni edipiche (anche se nelle trame dell’immaginario, è bene ricordarlo) si trova alle soglie della civiltà, esattamente come l’eroe tebano. Sarà proprio il gioco infinito degli specchi delle identificazioni ( che sono molte di più e non solo quelle a carattere sessuale come riteneva Freud), a permettere al bambino di varcare quella soglia ed acquisire un’identità civile, scongiurando l’avverarsi della tragedia edipica; quella fase che lo stesso Freud segnalerà in un suo scritto come “Il tramonto del complesso edipico”.

Veniamo alla scena del duello per vedere come la natura selvatica di Edipo, sprigionerà tutta la sua ferocia primitiva. Come abbiamo visto nel precedente articolo, nel fatidico crocicchio di Mega s’incontravano le strade che giungevano da Dauli e Tebe per incanalarsi verso la strada che saliva verso Delfi. La versione più accreditata è che Edipo tornava proprio da Delfi dove aveva interpellato l’oracolo che gli aveva predetto che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Per scongiurare tale profezia Edipo decise di non ritornare a Corinto dove vivevano Polibo e Peribea che lui credeva fossero i suoi genitori consanguinei e di immettersi verso la strada di Tebe da dove contemporaneamente proveniva Laio.

E’ proprio il caso di dire che il “Fato” mischia le carte illudendo i protagonisti di sfuggire al loro destino. Laio incede col carro  i suoi cavalli e il servo e con l’arroganza di chi sa di appartenere al ceto superiore dell’aristocrazia, intima a quel misero viandante armato solo di bastone di cedergli il passo, cosa che non farà. Il bastone di Edipo, l’arcaico strumento del viandante, non è certamente un’arma eroica, ma un primitivo strumento di difesa, un’arma pre-civile. In effetti nello scontro non c’è nessun copione che rifletta una lealtà cavalleresca: un vecchio re adornato di fregi regali, viene massacrato a bastonate da un giovanetto sconosciuto; uccidere in questo modo è molto più vicino alla brutalità animalesca che all’aggressività codificata della civiltà umana e richiama i combattimenti mitici contro mostri ed esseri primitivi. Non è un caso che il delitto primordiale che segna la storia della civiltà si ritrova nell’iconografia biblica, quando Caino uccide Abele a colpi di bastone, assalendolo a tradimento nei campi..

In alcune versioni (ma non nel testo sofocleo), si narra che Edipo s’incrudelì sul cadavere di Laio, mordendogli il collo e succhiandogli il sangue; ciò che richiama molto suggestivamente il pasto cannibalico dell’orda barbarica di cui parla Freud in “Totem e Tabù”. Nella versione omerica si dice che Edipo spogliò delle armi il corpo del caduto (exenarìxe). Edipo lo zoppo azzoppato dalle mutilazioni paterne ed escluso dalla società civile ha compiuto la sua vendetta senza volerlo e senza sapere che quell’uomo fosse proprio il suo vero padre: il cerchio si chiude e la doppia profezia è compiuta. Secondo alcuni autori la zoppia cronica di cui soffriva segnalava proprio il passo lento ma inesorabile della vendetta. Nel prossimo articolo affronteremo il tema dell’incesto tra Edipo e Giocasta.

BIBLIOGRAFIA

Freud S. “Introduzione alla psicoanalisi”, 1915-32, Boringhieri,Torino

Freud. S. “Il tramonto del complesso edipico” (1924), in “La vita sessuale”, Boringhieri, Torino

Freud S. “Metapsicologia” (1915) in “La teoria psicoanalitica”, Boringhieri, Torino

Freud S. “Totem e tabù”, 1912-13, Boringhieri, Torino

Bettini M.- Guidorizzi G. “Il mito di Edipo”, 2004, Einaudi, Torino

Sofocle “Edipo re”

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