LA TRAGEDIA DEI PROFUGHI: UN SILENZIO COME LA SHOAH

Bambini usati come bersaglio per il tiro a segno. Nel dossier sulle carceri libiche consegnato da don Mussie Zerai al Parlamento Europeo per “raccontare” l’emergenza di profughi e migranti africani, questo gioco crudele è uno degli episodi che colpiscono di più. Se lo sono inventato le guardie del centro di detenzione di Bengasi. Proprio come facevano le SS nei campi di sterminio con i bambini ebrei. C’è un episodio in “Shindler List”, il film di Spielberg sull’Olocausto, che racconta questo orrore. L’unica differenza è che le SS naziste miravano a colpire, i miliziani libici, invece, mirano ad andare il più vicino possibile al “bersaglio”: a sfiorare senza ferire quei ragazzini. Ma resta comunque un gioco orrendo e crudele: vite ridotte a oggetto di divertimento per i loro aguzzini. Le immagini del film hanno tubato gli animi. Il racconto di quell’orrore analogo in Libia non sembra penetrare i cuori.

Lo stesso vale per la ripulsa e la condanna inappellabile suscitate dagli assurdi, inumani esperimenti condotti su bambini, adolescenti, uomini, donne, usati come cavie viventi dal dottor Mengele, il “dottor morte” di Auschwitz. Cavie, persone-oggetto da usare e poi gettar via come rifiuti, appaiono anche i profughi schiavi del Sinai, quasi sempre ragazze e ragazzi giovanissimi, uccisi per prelevarne gli organi da mettere a disposizione sul mercato dei trapianti clandestini. La loro tragedia, tuttavia, continua a consumarsi nel silenzio. Le urla dei pochi che denunciano questo inferno, vengono soffocate da un atteggiamento generale di indifferenza, opportunismo, conformismo. Quasi di fastidio.

C’è da chiedersi il perché di questo “tacere”, scelto coscientemente o comunque accettato senza porsi domande. Una risposta può essere che non si dà credito alle continue denunce che arrivano: si pensa, cioè, che quegli appelli disperati siano privi di fondamento. Un’invenzione o, al più, un’esagerazione. Ma quelle “urla”, invece, quelle descrizioni fatte spesso tra le lacrime dai compagni superstiti, si sono rivelate a volte addirittura meno drammatiche della realtà. Ne fanno fede, ad esempio, i cadaveri trovati nel deserto: giovani migranti che, scarcerati dai lager di Gheddafi ed espulsi al confine meridionale della Libia, sono stati abbandonati in pieno Sahara, si sono persi e sono stati uccisi dalla sete mentre vagavano in cerca di una pista o di un aiuto qualsiasi. O, ancora, la tragedia dei 63 richiedenti asilo eritrei, somali ed etiopi lasciati da soli a morire su un gommone alla deriva, nel canale di Sicilia. Nessuno voleva crederci, ma è accaduto davvero: li hanno visti ma non sono stati soccorsi. Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 2011. Non a caso, del resto, il “conto della morte” nel Mediterraneo è arrivato a una media di 1.500 vittime l’anno: disperati inghiottiti dal mare mentre cercavano di raggiungere l’Europa dal Nord Africa. E una prova ancora più sconvolgente, forse, sono i resti dei ragazzi sacrificati alle organizzazioni criminali dei trapianti clandestini: cadaveri senza più organi vitali, gettati nel deserto del Sinai come spazzatura ormai inutilizzabile.

Le prove ci sono, insomma. I fatti parlano da sé. Cuori e menti, però, continuano a tacere. Si potrebbe pensare che tanto “silenzio” dipenda magari dalla lontananza: che questi episodi, per quanto sconvolgenti, accadono troppo distante da “casa nostra” perché possano colpire. Ma il mondo, in realtà, è molto più “piccolo” di 40-50 anni fa. Il Mediterraneo è ancora più che nel passato il  “mare sotto casa”. Il Nord Africa e il Sinai, l’Egitto o la Libia, dove si compiono queste tragedie, sono solo a poche ore di volo dall’Europa: decine di migliaia di turisti occidentali vi arrivano in ogni periodo dell’anno. Profughi e migranti giungono tutti i giorni alle frontiere dell’Europa a raccontare e a testimoniare, ciascuno con la sua storia personale, la fame, la siccità, la carestia, lo sfruttamento, le persecuzioni, le guerre che li hanno costretti ad abbandonare il proprio paese. La televisione e internet propongono ora per ora le immagini di questa emergenza umanitaria. E tuttavia si continua a tacere: le coscienze non ne sono toccate.

Allora ritorna la domanda: se la tragedia è più che provata e si svolge in pratica sotto gli occhi di tutti, in regioni che sarebbe assurdo, nel nostro mondo globalizzato, definire remote o lontane, perché tanto “silenzio”? Viene da pensare che la radice sia la stessa da cui è nata la Shoah, la quale non si sarebbe mai consumata senza l’indifferenza, il conformismo, l’opportunismo di milioni di persone: di tantissimi, troppi  “uomini comuni” che hanno taciuto. Viene da pensare che si tace perché quelle persecuzioni, quelle morti orribili colpiscono gente del Sud del Mondo: africani, “neri” e “diversi”. Come “diversi” erano, per le leggi razziali naziste e fasciste, gli ebrei. Tutti gli ebrei: uomini e donne, giovani e anziani, vecchi e bambini. Ma, se è così, allora non ha più senso inorridire per la Shoah, commuoversi di fronte alle immagini di film come “Shindler List”, portare i nostri ragazzi a rendersi conto della realtà dei campi di sterminio. E celebrare ogni anno la “Giornata della Memoria”. Non ha senso se non si comprende che la vera “eredità di Auschwitz” è la necessità, il dovere etico dettato dalla coscienza, prima ancora che dalle leggi scritte, di opporsi all’ingiustizia dovunque e contro chiunque si manifesti. Se non si capisce che la Shoah si ripropone e se ne è complici ogni volta che – anche solo restando in silenzio e voltando le spalle – si accetta che qualcuno venga considerato e privato dei diritti umani più elementari come “diverso”.

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