IL PATTO FAMILIARE: QUANDO L’AMORE FA MALE

Quando l'amore fa maleLa vita psicologica di noi esseri umani ci porta a vivere dei paradossi che tentano di risolvere le difficoltà biologiche e istintive insite nella nostra esistenza, e che ci hanno permesso, fino ad ora, di rimanere presenti come specie sul pianeta. Uno dei paradossi più eclatanti, messi in luce dalla psicanalisi, è quello relativo all’innamoramento  dove il nuovo si confonde con l’antico, creando un luogo affettivo nel quale si cerca di risolvere le sofferenze vissute nel passato per trovare un equilibrio più sano del presente. Nell’innamoramento infatti si chiede alla persona amata di risolvere tutti i dolori affettivi causati da quelle figure presenti nella propria storia infantile che inevitabilmente hanno creato sofferenza. Così il partner diventa l’artefice della rivalsa, perdendo però le sue caratteristiche specifiche, idealizzandosi, in nome di una coerenza con il simbolo affettivo del passato.

L’amato così si confonde, nel periodo dell’innamoramento, con i richiami dei legami dell’infanzia, per cui il paradosso consiste nel cercare con il presente di risolvere l’antico, dove i tempi affettivi spesso si confondono creando conflitti e nuove sofferenze che si addensano nel dolore della nostra anima. Ma quello di cui voglio parlare adesso è il paradosso del patto familiare, dove due persone, spesso un uomo e una donna, uniscono le loro vite per creare innanzitutto un supporto affettivo che li possa comprendere e che dia significato all’esistenza in senso biologicamente riproduttivo e affettivamente protettivo. Per capire quello che accade dobbiamo innanzitutto comprendere le basi istintuali della nostra vita sessuale, che sono essenzialmente differenti tra maschio e femmina.

Schematicamente possiamo dire che per la femmina è essenziale trovare, in quel determinato momento riproduttivo, il maschio efficace che possa assicurarle una buona qualità dei geni e una buona protezione, soprattutto nel periodo dell’accudimento dei piccoli. Per il maschio è invece importante, per tramandare i suoi geni, poter fecondare più femmine possibile, visto che non avrà, almeno prima della possibilità dell’analisi del DNA, la certezza della paternità. Quindi nel patto familiare si vengono scontrare due esigenze completamente diverse, quella della femmina di unicità e protezione, e quella del maschio di promiscuità sessuale. Qui interviene la psicologia che con uno dei suoi paradossi crea la possibilità di realizzare quel necessario momento relazionale che è la famiglia per l’accudimento efficace dei cuccioli. Il paradosso consiste nell’attivazione del momento amoroso nella coppia che richiama, come è già successo nell’innamoramento  momenti affettivi del passato che tentano di risolversi nelle loro antiche sofferenze.

La donna cerca nell’uomo la rivalsa al doloroso amore vissuto con la sua figura maschile primaria, il padre, che inevitabilmente non è riuscito ad amarla completamente e in maniera assoluta, anche per la presenza della madre. Il maschio invece chiede alla sua donna di essere amato di nuovo come è stato amato da sua madre, in maniera assoluta ed incondizionata, nell’infanzia.  Si confrontano così due richieste d’amore diverse e per molti versi incompatibili che con il patto familiare cercano un equilibrio spesso instabile e comunque carico di conflitti e sofferenze. Con il patto familiare la donna rinuncia alla valutazione nel tempo di altri maschi che potrebbero essere più performanti e rassicuranti di quello presente, mimando, inconsapevolmente, un amore assoluto verso il proprio uomo che in realtà non prova. Il maschio invece, in antitesi con le sue basi istintuali, promette alla donna la sua scelta assoluta e definitiva, rinunciando a tutte le altre femmine che invece continua a desiderare in maniera più o meno cosciente.

“Amami in maniera assoluta come mio padre non è riuscito a fare “dice la donna al suo uomo, “e in cambio io cercherò di amarti altrettanto anche se non sei perfetto”. “Amami completamente come fece mia madre, senza che io debba dimostrare nulla, e io rinuncerò a tutte le altre donne e ti proteggerò”, queste invece le parole del maschio simbolicamente definite nel patto familiare. Nella costruzione della famiglia si realizza un compromesso, un compromesso spesso non cosciente, nel quale, con il supporto dell’amore romantico e di altre strategie relazionali, si idealizza il partner creando una pericolosa distanza tra l’immagine, la fantasia e il reale. Questa distanza spesso crea conflitti anche gravi, per i quali la delusione dell’altro riempie di dolore l’esistenza sia dell’uomo che della donna. Il patto familiare viene ritualizzato, più o meno in tutte le culture, con dei segni, di carattere simbolico e normativo, che possano avvalorare le aspettative dell’uno e dell’altro, che possano costringere l’uomo e la donna a rimanere fedeli a quanto prescritto.

L’idealizzazione dell’altro all’interno della coppia crea quella che definivo prima una distanza pericolosa, in quanto questa, oltre ad allontanare la reale consistenza della persona, crea una distanza anche con il proprio sé, realizzata dalla difficoltà di poter aderire con coerenza alle regole, affettive e normative, previste nel patto familiare. Questo comporta una sofferenza legata spesso a sensi di colpa che diventano motivi depressivi o aggressivi che coinvolgono tutto il nucleo familiare. E’ appunto l’idealizzazione del sé e dell’altro la causa dei più gravi conflitti all’interno della relazione di coppia, che possono sfociare in drammatici episodi di crudeltà e violenza. Dove prima c’era l’amore dopo c’è il dolore, la rabbia, la paura che si trasforma in aggressione per neutralizzare la distruzione del sé.

Spesso per procedere ad una guarigione del patto familiare sofferente occorre ridurre l’entità dell’idealizzazione, rinunciando per un po’ a quel vano tentativo di risollevare le proprie sofferenze antiche e portando nel presente, con una responsabilizzazione maggiore del sé, la propria storia, i propri dolori, imparando a gestirli, senza l’enfasi del ritorno ad un’infanzia idilliaca.

Ma soprattutto, quello che serve, è la rinuncia all’amore assoluto e incondizionato, che se un tempo, nell’infanzia  era opportuno e necessario, diventa incongruo e irrealizzabile nell’età adulta. Senza chiedere all’altro l’enormità della ricomposizione delle proprie lacerazioni affettive, creando invece un percorso di esistenza dove sono le nostre capacità e le nostre prese di responsabilità verso il presente che ci possono far divenire degli oggetti d’amore desiderabili.

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