L’INTEGRAZIONE SCOLASTICA: REALTA’ O FANTASIA?

Stiamo vivendo anni difficili, in cui pochi si arricchiscono e tutti gli altri diventano ogni giorno più poveri. Qualunque sia il nostro orientamento politico, appare inevitabile un ridimensionamento delle spese pubbliche (pensiamo all’ignobile caso di Fiorito) a 360 gradi: da quelle della politica a quelle della sanità o della scuola. Il governo Monti, fra le bestemmie degli italiani, sta facendo esattamente questo: farci stringere la cinghia dopo 60 anni in cui ci siamo (o si sono) abbuffati tutti più del dovuto. Lungi da me la pretesa di intavolare una dissertazione politica, materia della quale so ben poco, vorrei invece scrivere qualcosa sulla scuola, uno dei settori pubblici maggiormente investito dalle attuali ristrettezze, in particolare dell’integrazione dei soggetti portatori di handicap, un ambito di cui ben conosco le specifiche dinamiche.

I bambini disabili hanno giustamente diritto all’istruzione, esattamente come tutti gli altri; per favorire il loro processo di apprendimento vengono affiancati fin dalle scuole elementari dagli insegnanti di sostegno e da assistenti privati, pagati, o meglio, sottopagati da cooperative a loro volta finanziate dalle scuole tramite i fondi della Provincia. Le cooperative, che in teoria dovrebbero essere senza fini di lucro (mi viene da ridere solamente a scriverlo), partecipano a un bando di concorso che viene indetto dalle singole scuole ma è solamente il dirigente scolastico a scegliere quella vincente e non è assolutamente detto che lo faccia in base a considerazioni tecniche o meritocratiche. La cooperativa riceve 18-20 euro per ogni ora di assistenza ma di questi l’assistente ne percepisce solamente una minima parte, di solito 7-8. Dunque, di questi soldi provenienti dalla Provincia, che fine fa più del 50%? Se li intasca la cooperativa, a quanto pare per tenere fede alla missione sociale di non ricavare profitto.

Gli assistenti sono di diverso tipo: vi sono quelli “di base”, il cui ingeneroso compito è quello di aiutare i disabili ad assolvere le proprie funzioni fisiologiche e di tenerli in condizioni igieniche adeguate, oltre che di accompagnarli fisicamente; vi sono quelli “educativo culturali” (AEC), che si occupano dell’integrazione dei disabili nel gruppo classe, cercando di potenziare soprattutto le abilità comunicative dell’assistito e infine vi sono quelli “specializzati” che lavorano esclusivamente nelle scuole superiori e che fungono in pratica da coadiuvanti del sostegno. Questi assistenti non necessitano di alcuna qualifica particolare, basta un diploma superiore, anche se ultimamente alcune cooperative richiedono la partecipazione obbligatoria a un corso di cosiddetta “alta formazione” per “Operatore Assistente Educativo Culturale” erogato dalle cooperative stesse (ovviamente celate dietro una diversa dicitura come ad esempio “ente di formazione”) e del costo di 6000 euro! Questo corso è però sovvenzionato dalla Regione Lazio per una somma che va dai 4500 ai 6000 euro per ciascun partecipante, a seconda del reddito dichiarato. Senza prove non si possono formulare accuse ma in tutta questa faccenda c’è sicuramente qualcosa di poco chiaro o quantomeno un conflitto di interessi, un fenomeno che pare sia ormai considerato normale dagli italiani che se non si sono indignati quando l’uomo più ricco e potente era a capo del paese figuriamoci se lo farebbero per una storia di scuole e disabili.

Dunque, in questo periodo di restrizioni economiche per tutti (o quasi), vengono spese cifre esorbitanti per consentire ai disabili di restare nella scuola pubblica: esse comprendono insegnanti di sostegno, assistenti di varia natura e trasporto personalizzato, infatti questi bambini o ragazzi hanno diritto ad un pullmino del comune che li trasporti da casa a scuola e viceversa. La scuola deve spesso provvedere a spese accessorie come ausili informatici o didattici, assistenti alla comunicazione per i non udenti e i non vedenti o strutture per facilitare il movimento di questi alunni, ad esempio scivoli e ascensori.

La questione che pongo io è quella riguardante i disabili con ritardo mentale medio, grave o addirittura profondo, se è infatti indispensabile per una società che voglia definirsi “civile” fare tutto il possibile per integrare chi è menomato fisicamente o chi abbia per i più disparati motivi problemi di apprendimento o di comportamento, è altrettanto indispensabile e, soprattutto possibile, inserire nella scuola di oggi, attanagliata da ogni sorta di problema, questi figli così sfortunati? L’inserimento ad ogni costo è la soluzione giusta? Correndo il rischio di apparire ciò che non sono e più aborro, cioè fascista e razzista, io dico no e vi spiegherò il perché.

La motivazione alla base di tutta questa farraginosa macchina assistenziale è di per sé molto nobile: l’integrazione, una bella parola con cui molti si riempionola bocca. Secondo voi, è possibile definire “integrato” un ragazzo di 17 anni che frequenti una classe di terzo liceo e che non sappia neanche che giorno è, o dove si trova, o che differenza ci sia fra una A e una E? Stiamo parlando di un soggetto con un’età mentale intorno ai 5 anni in mezzo a ragazzi che hanno mille interessi difficili da capire anche per chi vi scrive, come ad esempio “Facebook” o la saga di “Twilight”, già pienamente coinvolti in storie d’amore e di sesso.

Ha senso invece che un altro ragazzo che sa a malapena scrivere il proprio nome e alcune parole bisillabe, con importanti problemi prassici, si trovi in una classe di disegno geometrico, dove si utilizzano squadre, righe, compassi, curvilinee, matite di diversa durezza, etc., quando è in grado di disegnare solamente la classica casetta triangolare del bimbo alle prime armi con un pennarello? Costui può essere definito “integrato”?

E i ragazzi con seri problemi comportamentali, che alla prima frustrazione reagiscono con la violenza verso i compagni o gli insegnanti (e avendo un ritardo mentale e trovandosi in un istituto superiore è facile che ci si trovi di fronte a qualcosa che non si è in grado di fare), possono “integrarsi”?

Basta dare un’occhiata nelle classi ed osservarne la posizione per capire quanto questi sventurati ragazzi con ritardo mentale siano “integrati”: sono quasi sempre seduti al primo banco, da soli o affiancati dall’insegnante di sostegno, circondati da un vuoto che è fisico ma anche emotivo. Raramente nella mia esperienza mi è capitato di vedere che venissero presi in giro o maltrattati, la sensibilità delle nuove generazioni è maggiore di quello che pensiamo ma ciò non toglie che è impossibile colmare la distanza che intercorre fra ragazzi tanto diversi fra loro: ogni tanto ci parlano ma come si parla ad un bambino molto piccolo perché in qualche modo, genuinamente, hanno capito che quei compagni più sfortunati sono proprio questo.

La situazione paradossale è che in un periodo in cui mancano i fondi a tutti gli apparati pubblici, le scuole si trovano costrette ad assegnare il sostegno e l’assistenza ai soggetti più gravi, come quelli sopra menzionati, privandone chi davvero ne trarrebbe un grande beneficio, come alunni con disturbi dell’apprendimento o dislessici, che con un piccolo aiuto potrebbero migliorare sensibilmente il rendimento scolastico. Alle famiglie l’onere di ovviare a questa mancanza della scuola pubblica: quelle più facoltose potranno permettersi terapie private, le altre dovranno arrangiarsi.

Ma chi, nello specifico, deve occuparsi dei disabili con ritardo mentale medio-grave nella scuola superiore? Insegnanti di sostegno e assistenti specializzati, quando non siano necessari quelli di base. L’insegnante di sostegno è un professore come tutti gli altri, che per poter essere inserito in due graduatorie e avere quindi il doppio delle possibilità di trovare una sistemazione gradita, ha frequentato un breve corso che lo abilita al sostegno. Perché un professore di matematica o una professoressa di filosofia dovrebbero sapere come si lavora con l’handicap e il ritardo mentale? Potrebbero senz’altro essere di aiuto a un dislessico o a un ragazzo con problemi di apprendimento ma che possono fare per uno che non sa neanche orientarsi nello spazio e nel tempo? Cosa ne sanno di condizionamento classico e operante (o skinneriano), rinforzo, estinzione, ipercorrezione, “token economy” o di qualunque altra tecnica comportamentale? Chi conosce approcci efficaci nell’ambito dell’handicap che non facciano ricorso al comportamentismo può contattarmi presso Psicologiaradio per illuminarmi. Insomma l’insegnante di sostegno non sa nulla di come si dovrebbe lavorare con questi soggetti, ha delle competenze specifiche riguardanti la materia per la quale sarebbe professore curricolare, del tutto inutili in questi casi. I più volenterosi si aggiornano con letture specifiche e si impegnano per lavorare nel più corretto dei modi ma molti si limitano a stare con questi ragazzi aspettando ansiosamente che suoni la campanella. In effetti non sarebbe compito di un professore assistere un handicappato grave anche se spesso si trovano costretti a farlo.

FINE PRIMA PARTE

Aldo Gabardo

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