GLI ITALIANI IN AFRICA E IL MONUMENTO A GRAZIANI

Monumento a Graziani“Italiani brava gente”. E’ un mito che continua ad essere coltivato, specie quando si parla delle colonie e della nostra presenza in Africa. Anzi, è ancora oggi alla base della presunta “diversità” nella partecipazione e nella condotta dei militari italiani nelle “missioni di pace”. Magari in contesti – come l’Afghanistan – che appaiono vere e proprie guerre più o meno camuffate. La “lettura storica” che questo mito sottintende è stata posta a fondamento anche del sacrario eretto di recente ad Affile, per volontà del Comune e con finanziamenti della Regione Lazio, in onore del maresciallo Rodolfo Graziani, che ha costruito le sue “glorie” proprio sulle guerre in Africa (prima in Libia e poi in Etiopia) e sul successivo periodo trascorso ad Addis Abeba come viceré. Ma si tratta in realtà, come per molti, troppi miti, di un falso evidente. Soprattutto nel caso dell’Etiopia.

Decisiva si è rivelata, per dar vita a questa immagine, l’efficientissima “macchina del consenso” fascista, che ha presentato il nostro colonialismo in Etiopia, ma in generale in tutta l’Africa, sotto una luce che fa tuttora breccia nel sentire comune degli italiani: un colonialismo diverso da quello delle altre potenze europee, che non è andato a sfruttare o depredare, ma a portare ricchezza. Basti ricordare alcune note di “Faccetta Nera”, la popolare canzone che ha accompagnato l’invasione dell’Abissinia: “La legge nostraè schiavitù d’amore, ma libertà di vita e di pensiero…”. Parole che sono la sintesi di tre concetti largamente propagandati dal regime. Il primo è quello che la colonizzazione dell’Etiopia era concepita come fonte di lavoro per gli italiani ma anche per gli stessi etiopi e strumento di diffusione della cultura europea e occidentale. Poi, che aveva come obiettivo la modernizzazione del paese, costruendo nuove città, strade, fattorie, aziende, scuole, servizi: in definitiva, una società migliore e più libera. Infine, che la popolazione etiopica era grata all’Italia e riconosceva il valore della sua presenza in Africa: a ribellarsi erano solo i banditi, malviventi finanziati dal vecchio regime del negus Hailé Selassié.

La realtà è tutt’altra cosa. L’avventura fascista nel Corno d’Africa arriva “fuori tempo” rispetto all’evoluzione del colonialismo mondiale; si basa, dal punto di vista storico, politico ed ideologico, su una serie di falsi clamorosi; è condotta e attuata con criteri che costituiscono una delle pagine più nere della storia italiana: basti ricordare che affondano qui le radici, nell’apartheid voluta da Mussolini in tutta l’Africa Orientale, i principi che nel 1938 porteranno in Italia alla proclamazione delle leggi razziali antiebraiche.

E’ “fuori tempo” perché arriva proprio negli anni in cui le lotte per la libertà e l’indipendenza, in Africa come in Asia, stanno mettendo in discussione e in crisi gli imperi coloniali. Basti pensare alla grande battaglia pacifista di Gandhi in India; ai movimenti nazionalisti da cui nasce in Egitto il Wafd, il partito che diventa protagonista della vita politica egiziana fino alla rivoluzione di Nasser nel 1952; alla lotta dei palestinesi sfociata nella rivolta del 1937-39 contro la presenza inglese e la nascita di uno stato ebraico prospettata nella dichiarazione di Balfour; ai fermenti nazionali e patriottici dai quali trarrà poi ispirazione e forza in Algeria il futuro Fronte di liberazione.

Non si tratta, inoltre, di conquistare, come racconta la propaganda fascista, una “terra di nessuno”, un paese selvaggio, governato da un despota che opprime e schiavizza la popolazione. L’Etiopia è uno Stato Nazionale antichissimo, che vanta una storia ultramillenaria, fatta risalire dalla tradizione addirittura alla regina di Saba. Uno Stato che fa parte a pieno titolo della Società delle Nazioni e che Hailé Selassié, sulla scia di quanto già fatto (molto sotto la spinta della regina Taitù) dal negus Menelik e dopo la stasi registrata sotto l’imperatrice Zewditù, sta avviando a un processo di decisa modernizzazione di tipo occidentale, creando una nuova giovane classe dirigente, formata nelle scuole, nelle università e nelle accademie militari europee; riformando il sistema dell’istruzione e l’esercito; cercando di costruire una burocrazia moderna ed efficiente; trasformando Addis Abeba e le altre città principali; prevedendo un vasto programma di servizi e infrastrutture.

Infine, il modo stesso con cui viene “preso” e poi gestito il paese, fino al 5 maggio del 1941, quando Hailé Selassié rientra ad Addis Abeba liberata dall’esercito anglo-etiopico. Le stragi, le violenze, gli eccidi anche nei confronti della popolazione civile, che hanno caratterizzato la riconquista prima della Somalia nel 1922 e poi della Libia a partire dal 1930, avevano già dimostrato sino a che punto era disposto a spingersi il fascismo. In Etiopia, a partire dall’ottobre 1935, quando inizia l’aggressione, si seguono gli stessi criteri. Il paese viene conquistato con una guerra di sterminio che impegna l’intera forza militare italiana ed è combattuta con disprezzo razzista dell’avversario. La pretesa superiorità etica, morale, culturale, civile italiana viene invocata come giustificazione di ogni massacro: dall’uso massiccio dei gas, un evidente crimine di guerra in base alla convenzione di Ginevra, ai bombardamenti indiscriminati e alle stragi di civili che configurano un crimine contro l’umanità. Già i dati italiani sono impressionanti: dai 60 ai 70 mila morti “nemici” in sette mesi di guerra. Ma secondo quelli etiopi, si deve parlare di 275-300 mila vittime, inclusa la popolazione civile.

Altri dati significativi li riferisce lo storico Giorgio Rochat: 75 mila morti nella guerra di resistenza contro gli invasori; 18 mila vittime civili dei rastrellamenti condotti durante le operazioni di controguerriglia dopo la conquista italiana di Addis Abeba nel maggio 1936; 35 mila morti nei campi di concentramento, due autentici lager, allestiti a Danane, in Somalia, e a Nocra, una piccola, spoglia isola di fronte a Massaua. Di contro, le vittime italiane ammontano a 4.350 “nazionali” (inclusi gli operai militarizzati) e tra 1.600 e 4.500 soldati indigeni inquadrati nei reparti coloniali.

Dietro a questi massacri e ai metodi spietati con cui viene condotta la guerra non c’era solo il fatto che Mussolini aveva bisogno di una vittoria rapida e di scongiurare il rischio di una “nuova Adua”, ma un sentimento razzista diffuso e l’idea largamente coltivata (in particolare nei circoli dell’elite fascista, ma non solo) che gli italiani dovessero conquistare la consapevolezza della propria superiorità razziale e costruire nell’impero coloniale una società razzista. E, infatti, è esattamente questo il criterio che guida la presenza italiana in Etiopia. Viene applicato, in pratica, quanto teorizzato da Lidio Cipriani, un eminente antropologo che si era arruolato volontario all’inizio dell’invasione: “Per noi italiani è fissato ormai in maniera inequivocabile l’atteggiamento da assumere verso le razze di colore in Africa. Esso si ispira alla convinzione che una inferiorità irriducibile, legata a cause biologiche e quindi trasmissibili nelle generazioni, contraddistingue codeste razze rispetto ai Bianchi. Da ciò la necessità di evitare miscugli di sangue… E’ nostra salda opinione che l’incrocio con Africani sia un attentato contro la civiltà europea perché la espone a decadenza”.

Contro la resistenza, così, viene ribadita ed anzi esasperata la guerra di sterminio che aveva caratterizzato la conquista. Il pogrom di Addis Abeba seguito all’attentato al viceré Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937, è forse il caso più evidente: tre giorni di uccisioni indiscriminate, incendi, saccheggi, violenze di ogni tipo, fucilazioni in massa, esecuzioni incontrollate, case date alle fiamme con gli abitanti all’interno, uomini, donne e bambini uccisi a randellate o a colpi di coltello e baionetta. Partecipano all’eccidio, oltre ai militari di tutte le armi, i carabinieri e i reparti coloniali, anche quasi tutti i civili italiani presenti in città, organizzati in squadracce che si scatenano contro i quartieri indigeni. Alla fine, il bilancio è da autentico genocidio: secondo le fonti italiane, circa 3 mila vittime; secondo i giornali francesi, inglesi e americani, almeno 6 mila. Secondo le stime etiopiche, circa 30 mila, tenendo conto non solo dei morti dei primi tre giorni, ma dello strascico di violenze che si protrae per settimane. Come la strage della città santa di Debra Libanos, in aprile: circa 2 mila vittime, di cui 500 tra monaci e diaconi copti. Distrutti la chiesa, il santuario, i conventi, il villaggio degli abitanti e dei pellegrini.

Gli stessi principi governano l’amministrazione civile della colonia. Vengono subito introdotte disposizioni che ordinano di non familiarizzare con i “nativi” e di assumere un atteggiamento che denoti in ogni circostanza la “superiorità dei bianchi”, della “razza italiana” sui neri. Così, vanno tenute separate “le abitazioni nazionali da quelle degli indigeni”; occorre evitare che “i pubblici ritrovi frequentati dai bianchi siano frequentati dagli indigeni”, “limitare al massimo, con provvedimenti di polizia, i contatti tra i nazionali e le indigene”. E’ il preludio a un durissimo regime di apartheid sanzionato per legge che investe tutti i settori della vita civile: lavoro, scuola, esercito, organizzazione delle città, con quartieri per i “neri” distinti da quelli per i bianchi, vietati agli indigeni. Un crescendo di regole di separazione, fino alla legge che nel 1937 stabilisce il divieto “di relazioni di indole matrimoniale tra italiani e sudditi di Eritrea, Somalia ed Etiopia”, prevedendo fino a 5 anni di reclusione. E fino alla legge del 29 giugno 1939, che introduce il nuovo reato di “lesione del prestigio della razza” per questo tipo di unioni. O quella del 13 maggio 1940, con norme speciali per i meticci, equiparati ai “sudditi negri”, poco nota probabilmente perché la guerra ha impedito che fosse applicata su larga scala, ma che rivela forse uno degli aspetti più crudeli del razzismo italiano in Africa: il meticcio deve assumere lo status “del genitore nativo”, sicché il padre italiano non può riconoscere e dare il proprio nome al figlio.

Graziani, prima come comandante del fronte meridionale e poi come viceré fino al 1937, è stato uno dei principali artefici di tutto questo. Come lo era stato degli eccidi in Libia durante la guerra di riconquista: decine di migliaia di morti tra i civili nelle marce di trasferimento forzato dai loro territori nel Gebel della Cirenaica e poi nei campi di concentramento, trasformati di fatto in strumenti di pulizia etnica e di sterminio pianificato. Non a caso l’Onu lo ha inserito nella lista dei criminali di guerra per l’uso dei gas tossici e i bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa in Abissinia. Ed era in testa all’elenco dei gerarchi fascisti e dei comandanti militari italiani che l’Etiopia voleva processare, come responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità. A prescindere e semmai in aggiunta al processo per collaborazionismo che lo ha condannato in Italia a 19 anni di carcere (anche se è stato liberato dopo soli quattro mesi) come ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino di Salò. Ma l’Italia non ha mai accettato che si svolgesse questa sorta di Norimberga africana, con Graziani e gli altri sul banco degli imputati.

Anche nell’Italia repubblicana si è fatta strada, anzi, una sorta di auto giustificazione, esaltando il mito degli “italiani brava gente”. La proposta del sacrario a Graziani nasce proprio da qui: dal fatto che questo Paese non ha mai davvero fatto i conti con il proprio passato, tanto che, paradossalmente, finiscono per risultare fuori del coro proprio le voci che si oppongono a iniziative come quella del Comune di Affile: l’ultima è la “voce” dell’Anpi nazionale, che il 5 ottobre ha deciso di sollevare il caso di fronte alla Procura della Repubblica. E tuttora, quando si parla delle ex colonie, resta spesso una presunzione di superiorità etica, culturale e morale, proprio come faceva il fascismo. Con una sottile, sotterranea prepotenza e tracotanza (basti ricordare la vicenda dell’obelisco di Axum), tanto radicate da assumere, ancora oggi, una venatura di razzismo. E’ sintomatico che non ci siano mai state vere “scuse ufficiali” nei confronti del popolo etiopico per quanto l’Italia ha fatto nel suo Paese. E che si innalzino, invece, monumenti a uno dei principali responsabili di quella vergogna.

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