PROFUGHI SCHIAVI ANCHE NELLO YEMEN

 Ci sono profughi schiavi anche nello Yemen. Prigionieri di organizzazioni criminali che pretendono migliaia di dollari di riscatto per liberarli. Proprio come nel deserto del Sinai. La denuncia arriva, ancora una volta, dall’agenzia Habeshia di don Mussie Zerai, divenuto ormai il principale punto di riferimento dei disperati che fuggono dal Corno d’Africa, scacciati da guerre e persecuzioni politiche, fame e carestia.

Le prime segnalazioni – racconta don Zerai – sono arrivate nei mesi scorsi. La tratta è agli inizi. Non ha ancora le dimensioni di quella del Sinai. Anche i riscatti sono più bassi: sei, sette, al massimo ottomila dollari a testa. Meno di un quinto, dunque, di quanto pretendono le bande di predoni che operano nel deserto al confine tra Egitto ed Israele, dove si è arrivati ormai a 35-40 mila dollari. E, almeno per il momento, non si ha notizia di traffico di organi. O meglio: non è arrivata nessuna denuncia in questo senso e non ci sono le prove inconfutabili emerse per il Sinai. Ma anche lì, nel Sinai, quando questa tragedia è iniziata, nell’autunno del 2010, i rapitori puntavano dapprima soltanto al riscatto e le cifre richieste per pagarsi la libertà non superavano gli ottomila dollari. In pochi mesi, però, si è saliti ad oltre 30 mila ed è venuto fuori l’orrore del mercato di organi. Anzi, probabilmente proprio il giro lucrosissimo dei trapianti clandestini ha fatto lievitare così rapidamente il ‘prezzo per la vita’. I banditi lo dicono apertamente ai prigionieri: ‘Pagate in fretta e senza fare storie: per noi valete più da morti che da vivi’. I cadaveri martoriati ritrovati nel deserto confermano che non parlano invano”.

Lo Yemen è da sempre una delle mete principali per chi è costretto a fuggire dal Corno d’Africa. Se non altro perché è vicinissimo: poche decine di miglia nautiche dall’Eritrea e soprattutto da Gibuti, attraverso il golfo di Aden o il Mar Rosso, all’altezza dello stretto di Bab el Mandeb. Una vicinanza che ha consentito rapporti antichissimi tra le popolazioni delle due sponde. Nei primi mesi del 2011, alla vigilia della rivolta portata anche qui dai rivolgimenti della “primavera araba”, tra eritrei ed etiopi erano oltre quattromila. Gli eritrei fuggiti dalla dittatura militare di Isaia Afewerki. Gli etiopi soprattutto dalle regioni meridionali, di etnia somala e di religione islamica, come l’Oromia, una delle zone più gelose della propria autonomia e ribelle all’autoritarismo del governo centrale di Addis Abeba. O come l’Ogaden, dove è in corso da anni, ignorata da tutti, una autentica guerra civile tra le milizie indipendentiste del Fronte di liberazione nazionale (Onlf) e l’esercito etiopico, fiancheggiato da reparti reclutati su base etnica, soprattutto nel Tigrai, la provincia del presidente federale Meles Zenawi, scomparso di recente. A questi quattromila vanno aggiunti i somali, qualche migliaio, fuggiti dalla guerra infinita che insanguina il paese da oltre vent’anni e dalla grande carestia della primavera-estate 2011.

Non meno di seimila rifugiati, dunque, tra richiedenti asilo e migranti. Tantissimi per un paese come lo Yemen, tra i più poveri del mondo. Ma, bene o male, sulla scia anche della tradizionale amicizia tra le genti della sponda africana e di quella yemenita del Mar Rosso, si era attivato un sistema di accoglienza o, quanto meno, una forma di convivenza. Molti profughi lavoravano come braccianti nei campi o, specie gli eritrei, nella pesca, praticata intensamente dai porti di Mokha e Al Hudayda, proprio di fronte all’Eritrea. I problemi sono cominciati con la rivoluzione che ha portato alla destituzione del presidente Saleh. La presenza di diversi soldati somali nella milizia presidenziale ha scatenato un’autentica caccia agli africani, accusati in blocco di essere mercenari del regime. Molti sono stati aggrediti, pestati, arrestati, in un clima di linciaggio. Senza alcuna possibilità di fuggire, a meno di riattraversare il mare per tornare in Africa, riconsegnandosi alle persecuzioni e alla fame da cui avevano cercato scampo, o di tentare la via impossibile del deserto fino al confine con l’Arabia, blindato e sorvegliato a vista, per timore che la “primavera” si infiltrasse, portando il suo vento anche a Riyadh. Non a caso, di fronte a questa trappola, l’agenzia Habeshia ha lanciato un appello all’Onu per organizzare una evacuazione di tutti gli eritrei, gli etiopi e i somali sotto l’egida della comunità internazionale.

Con la caduta di Saleh e l’avvento al potere dell’attuale presidente Rabbo Mansur Hadì, la situazione è tornata progressivamente quasi normale. Ma le vicende del Corno d’Africa continuano a “produrre” profughi che puntano sullo Yemen. Sempre di più, da quando Israele ha blindato le frontiere del Sinai con i respingimenti indiscriminati nel deserto e varato la politica delle espulsioni forzate e del trasferimento degli africani “clandestini” in enormi centri di detenzione. In questo contesto si sono inserite le bande criminali che hanno organizzato la nuova tratta. Tappa obbligata di tutti i migranti in cerca di scampo, provenienti dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Somalia, sono il porto e le spiagge di Gibuti. Migliaia di giovani disposti a giocarsi la vita pur di tentare la fuga verso la libertà e un futuro migliore. Come i loro coetanei dei grandi campi profughi in Sudan o in Etiopia. E come quei campi profughi, Gibuti è diventata la prima base dove i trafficanti prendono contatto con le loro vittime. Emissari e traghettatori delle organizzazioni criminali – ha ricostruito don Zerai, attraverso testimonianze e richieste di aiuto – offrono per qualche centinaio di dollari il passaggio fino all’altra sponda del Mar Rosso. La traversata è facile, i controlli quasi nulli. Forse, anzi, le autorità di Gibuti considerano questi “viaggi” un modo sbrigativo per “smaltire” tutti quegli stranieri, senza doversi far carico dei loro problemi.

Sulla riva yemenita, l’organizzazione controlla l’arrivo di ogni barcone e prende in consegna i migranti appena sbarcati. Non ci vuole molto a convincerne tanti ad affidarsi ai suoi emissari: il miraggio di un lavoro, la promessa di un trasferimento abbastanza facile oltre i confini dello Yemen, magari nel vicino Oman o negli Emirati. E se non si convincono o hanno dei sospetti, scattano spesso i sequestri con la forza, sia individuali che collettivi. I prigionieri vengono trasferiti a nord est, verso le province di Hadramawt o di Al Mahra, in pieno deserto, ai confini con l’Arabia, una zona in mano da anni a clan tribali e sottratta di fatto al controllo del governo centrale di Sana’a. Nascosti in rifugi o comunque in villaggi e accampamenti inaccessibili, gli ostaggi vengono obbligati a chiedere aiuto a familiari ed amici per raccogliere il denaro del riscatto. Se non riescono a pagare, rischiano la morte oppure di essere venduti come schiavi ad altre tribù o ad altre bande. Per questo si teme che anche qui si affacci, prima o poi, il mercato degli organi per i trapianti clandestini.

Sembra scontato – rileva don Zerai – che non ci sia una sola organizzazione a controllare questo traffico di esseri umani. Ci sono clan che agiscono soltanto per far soldi, composti da criminali comuni. Ma altri sono probabilmente legati a movimenti di tipo politico: magari gruppi ostili al governo centrale o formazioni di fondamentalisti islamici vicini ad Al Qaeda. Insomma, una galassia ancora sconosciuta che sta facendo del traffico di uomini e donne una fonte di finanziamento per procurarsi armi, reclutare adepti, acquisire potere. Esattamente come sta accadendo nel Sinai. Bisogna muoversi adesso, prima che questa rete metta radici profonde. Nel deserto tra Egitto ed Israele la tragedia dei profughi schiavi è cresciuta e sembra non incontrare ostacoli anche a causa dell’indifferenza della comunità internazionale. Ho già denunciato alla Commissione Onu per i rifugiati che si corre lo stesso rischio per lo Yemen. E lancio un appello a tutti gli stati dell’Unione Europea. Si sta profilando un’altra emergenza umanitaria. Fermiamola prima che sia troppo tardi”.

 

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