L’INFERNO SONO GLI ALTRI

L'inferno sono gli altriL’ennesima strage di innocenti in America ripropone le solite domande sul perché questo accade, sulla condizione estrema dell’aggressività umana nell’immaginario della convivenza e degli equilibri sociali.

Abituati come siamo sempre di più a non cogliere il nesso profondo con le questioni che riguardano la nostra esistenza, intenti a cercare spiegazioni di comodo che ci possano confermare le nostre scelte senza mai metterle in discussione, la prima risposta che più frequentemente si concede come spiegazione della tragedia è che questa è opera di un matto, di un folle, della malattia mentale che torna ad essere il capro espiatorio di tutte le nostre magagne.

Il pazzo isolato, la scheggia impazzita, l’incontrollabile che ha perso il senno, è sicuramente un ottimo scudo contro le responsabilità enormi di una società iperviolenta, ipercompetitiva, regolata da interessi finanziari ed economici che trascurano il benessere della persona e della comunità in nome del mito della ricchezza e dell’individualismo. I matti non fanno stragi, se non in America e se non definendo matto ogni omicida, non le hanno mai fatte nella storia e l’indice di atti violenti tra i sofferenti di malattie mentali è statisticamente simile a quello della popolazione considerata normale.

L’altro elemento su cui si concentra l’attenzione è l’elevata disponibilità di armi nella società americana. Sicuramente la possibilità di armarsi facilmente, coniugata alla cultura dell’autodifesa e dell’altro vissuto come minaccia, favorisce la possibilità che si realizzino eventi drammatici come quello appena accaduto nella scuola americana. Ma come al solito si tenta d’intervenire sull’intensità del sintomo, rinunciando alla comprensione del problema in ordine alle cause e alle responsabilità.

La capacità di contenimento delle istanze aggressive dipende dalla coerenza della struttura sociale innata in ogni essere umano. La società non è, come vuol fare apparire il sistema culturale dell’economia del liberismo, solo il raggruppamento di individui e delle loro ambizioni personali, ma è soprattutto un sistema di significati psichici che alimenta il valore di ogni persona. Siamo esseri profondamente ed essenzialmente sociali, non solo per agire le opportunità pratiche offerte dal gruppo, ma anche per l’elaborazione mentale del significato individuale.

Diceva Sartre nel secolo dimenticato che “l’inferno sono gli altri” per indicare come il nostro esistere non potrà mai prescindere dall’attenzione ai processi relazionali. L’altro è lo specchio ineluttabile di ogni nostra percezione interna, è il ricettacolo delle nostre intime voragini esistenziali, il culmine di ogni dolore e disperazione. Per questo si socializza la violenza, per renderla meno devastante rispetto all’integrità dell’io minacciata dalla perdita di significato sociale.

Sparare sugli altri è il riportare all’esterno,  in quella comunità interrotta incapace di rendere il valore sano del sé,  la guerra interna che ha avuto inizio con la sconfitta del ruolo sociale efficace. La società apparente, dove i vincoli di appartenenza sono distribuiti solo in merito al valore economico di ogni partecipante, si riprende così, con il fuoco della violenza omicida, l’aggressività distribuita attraverso l’esasperata competizione. La cultura della comunità intesa come luogo di condivisione delle opportunità e delle sofferenze cede sempre più il passo alla cultura dell’individuo artefice isolato della propria realizzazione, maschera tetra e disperata del mancato incontro evolutivo dell’alleanza familiare.

Il luogo sociale dell’etica del capitalismo dispensa significati individuali incoerenti con le necessità del sistema relazionale interno, creando persone socialmente disperate, che quando non più capaci di sublimare il dolore con il consumo, il potere e l’accumulo di beni materiali, diventano metafore aggressive della sconfitta comunitaria.

Solo la riappropriazione di modelli sociali efficaci e coerenti con le necessità individuali, come quelli basati sulla solidarietà, sull’equa distribuzione delle risorse, sulla negazione del danaro come valore del successo personale, potrà interrompere il processo di disgregazione sociale di cui i mietitori di vite innocenti sono il sintomo più drammatico, presto esportabili nel resto del mondo come la coca cola e la “democrazia”.

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