IL NUOVO IRAN: DAI MUSEI DI GUERRA ALL’EGEMONIA REGIONALE

Il nuovo IranA sud ovest di Tabas, nel cuore del deserto centrale iraniano, un grosso ammasso di rottami arrugginisce al sole da oltre trent’anni. E’ quanto resta di un aereo C-130 e di diversi elicotteri militari che gli americani hanno impiegato nel maldestro, fallito blitz del 24 aprile 1980, presidente Carter, per cercare di liberare i 52 dipendenti dell’ambasciata di Teheran presi prigionieri da centinaia di studenti rivoluzionari infiammati da Khomeini, con l’accusa che molti di loro sarebbero stati, in realtà, non funzionari civili ma spie della Cia che tramavano per favorire il ritorno dello scià Reza Pahlavi, deposto da pochi mesi. Il piano messo a punto dal Pentagono prevedeva di partire da quel luogo sperduto per sferrare un colpo a sorpresa nella sede diplomatica, con un commando elitrasportato di ranger e marine, facendo fuori le guardie e fuggendo poi con tutti gli ostaggi. All’ultimo momento, però, la squadriglia di elicotteri fu investita da una improvvisa tempesta di vento: un velivolo fu costretto a un atterraggio di fortuna, due a rientrare e uno dei cinque rimasti finì contro uno dei due C-130 di rifornimento arrivati poco prima. Un fiasco clamoroso, che probabilmente costò a Carter la rielezione: i militari superstiti dovettero fuggire di furia sul C-130 superstite, portandosi dietro morti e feriti ma abbandonando tutti gli elicotteri. E rinunciando, ovviamente, al blitz.

L’Iran ha fatto di quei rottami nel deserto una specie di monumento alla resistenza anti americana. Un alto pennone, sul quale sventola una grande bandiera con i colori nazionali, domina i resti sparsi di elicotteri e aereo, ben visibili dalla strada che, dopo circa 300 chilometri di sabbia, sale e rocce, senza un filo d’erba, sale verso nord est da Ashkezar, una città carovaniera a nord di Yazd, e si inoltra poi fino al confine afghano. Molti camionisti e automobilisti in transito si fermano almeno per qualche minuto, obbedendo al “culto” dell’orgoglio nazionale. E’, per certi versi, l’omologo contemporaneo degli enormi bassorilievi che, nel parco delle tombe dei re di Persepoli o di Bishapur, raccontano l’atto di sottomissione dell’imperatore romano Valeriano al re Shahpur, che lo aveva sconfitto in guerra. Un episodio della storia che molte guide turistiche descrivono come se fosse accaduto al massimo l’altro ieri e non duemila anni fa, nel terzo secolo, sottolineando l’importanza dell’impero persiano ben prima dell’invasione araba e della diffusione dell’Islam. Qualcuna azzarda anzi quasi un parallelo tra ieri e oggi, in omaggio a un senso di appartenenza all’Iran che si perde nei secoli.

E’ esattamente lo stesso “senso di appartenenza” e orgoglio contro il quale ha sbattuto il muso Saddam Hussein nella guerra scatenata contro l’Iran nel 1980, all’indomani della rivoluzione khomeinista. Ben armato e sostenuto dagli Stati Uniti e da buona parte delle cancellerie occidentali, pensava di chiudere la partita in pochi giorni. Ne è nato invece un conflitto lunghissimo e sanguinoso, che si è protratto per più di otto anni e che è costato all’Iran circa 600 mila morti. Secondo le fonti iraniane, anzi, addirittura un milione.

“Noi eravamo soli – dice Alì, un agente commerciale – Dietro l’Iraq c’erano l’America, la Germania, che ha fornito a Saddam i gas e le armi chimiche, mezza Europa. Volevano rovesciare la nostra rivoluzione per mettere le mani sul nostro petrolio e sul nostro gas. Non ci sono riusciti perché tutto il popolo iraniano si è mobilitato. Anche se per fermare e respingere gli invasori sono morti centinaia di migliaia di giovani, il 70 per cento dei quali partiti volontari per la guerra. Mai come allora l’Iran si è mostrato compatto. In tutte le sue componenti etniche. Inclusi gli arabi. Saddam ha attaccato con particolare violenza soprattutto nel sud, nella regione del petrolio, dove oltre la metà della popolazione è di origine araba. Contava di portarla dalla sua parte. Ma anche lì la gente si sentiva e si sente prima di tutto iraniana e si è opposta con tutte le sue forze. Ha patito pure bombardamenti feroci. Ahwaz, il capoluogo della provincia, ne ha subiti più di 200. Ma non ci sono state defezioni. Ci sono voluti otto anni terribili: non c’è famiglia che non abbia dovuto piangere almeno un caduto. Alla fine, però, Saddam e i suoi sostenitori americani ed europei sono stati sconfitti”.

Sono passati più di vent’anni dal cessate il fuoco, ma il ricordo di quella tragedia è ancora vivo nella carne degli iraniani. Ne è nato un vero e proprio culto per chi ha combattuto e si è sacrificato. I “martiri”. Ogni città, ogni villaggio ricorda i suoi. Lungo i viali principali ci sono sempre grandi ritratti dei caduti, allineati ordinatamente in lunghe file, spesso per migliaia di metri, con cadenza regolare: un numero infinito di volti – giovani, meno giovani, qualche anziano ma assai spesso ragazzi appena adolescenti – che sembrano fissare i passanti con i loro occhi scuri, quasi ad ammonire a non dimenticare. E questo culto continua nei sacrari dove sono riunite le tombe. Ogni centro abitato ne ha uno. A volte isolato e monumentale, più spesso uno spazio particolare all’interno del cimitero cittadino. Ma c’è sempre un grande vessillo nazionale verde bianco e rosso issato su un pennone e ogni tumolo è contrassegnato da una piccola bandiera. I reduci e i mutilati sono tenuti in grande considerazione e godono di profondo rispetto. “Molti sono morti negli anni successivi alla fine della guerra – racconta Azim, una studentessa universitaria di Yazd – per le malattie contratte al fronte. In particolare di cancro, per essere stati esposti agli effetti dei proiettili all’uranio o aver respirato gas velenosi. E tuttora tra i superstiti si registra una mortalità per tumore superiore alla media. Per fortuna lo Stato li aiuta. Così come non si dimentica delle vedove”.

Già, le vedove. Ce n’è quasi un’intera generazione in Iran. Centinaia di migliaia di donne, spesso sposate solo da pochi mesi quando il loro uomo è andato in guerra e non ha fatto più ritorno. Quasi nessuna si è risposata. Chi aveva un figlio l’ha cresciuto da sola, con l’aiuto della famiglia e grazie a un sussidio statale. Ora sono donne avviate verso i 50 anni e più. Che non dimenticano. E che sono diventate quasi un simbolo. La sorte peggiore è forse quella delle vedove e delle madri dei dispersi, quelle dei cui mariti o dei cui figli non è stato più trovato neanche il corpo e che non hanno dunque neppure una tomba su cui piangere e pregare. Nessuna di loro riesce ancora a rassegnarsi.

“La madre di un amico della nostra famiglia, una lontana parente – spiega Behzad, una guida turistica – non riesce a darsi pace, dopo tanti anni, per la scomparsa del suo unico figlio. Era un ragazzino poco più grande di me quando è scoppiata la guerra. Io avevo una decina d’anni. Lui non più di 17 o 18. E’ partito subito e non è ritornato. Non se ne è saputo più niente. I primi tempi scriveva a casa. Sua madre ha cominciato a intuire che doveva essere morto quando non sono più arrivate notizie. Veniva spesso da noi a chiedere consiglio, a trovare una parola di conforto. Finché le hanno comunicato che il suo ragazzo era disperso. I miei hanno cercato di starle vicini, ma lei non si è mai consolata. Aspetta ancora”.

Per questo destano sempre grande eco in tutto il paese i ritrovamenti fortuiti di salme dei caduti nei luoghi dove la guerra ha infuriato di più. Quasi sempre nel deserto L’ultimo caso è di un paio di mesi fa: una serie di fosse comuni dove erano state sepolte oltre 350 salme. Forse dagli iracheni o forse dagli iraniani. “Ma probabilmente dal nostro esercito – pensa Behzad – Anche se poi, in quei momenti concitati, si è persa traccia di questo cimitero improvvisato. Ne sono convinto perché gli iracheni quasi mai seppellivano i nostri martiri. Per una forma di disprezzo da parte di Saddam Hussein, che è arrivato a far bombardare anche i nostri mausolei e i nostri santuari proprio nelle ore della preghiera, quando erano più affollati. In particolare la grande moschea del venerdì a Esfahan, colpita alle 12,20 proprio all’altezza di una delle sale principali gremita di fedeli: centinaia le vittime tra morti e feriti”.

Quelle fosse comuni appena scoperte erano a breve distanza dalla frontiera con l’Iraq, nella regione di Ahwaz. Probabilmente si tratta di soldati morti durante la sanguinosa controffensiva che ha respinto l’attacco iracheno. L’Iran intero è stato percorso da una intensa commozione quando la notizia è stata comunicata. Non tutte le salme sono state identificate. La metà circa sono di soldati ignoti. Per loro si sta pensando a un piccolo sacrario. I corpi con un nome sono stati invece restituite alle famiglie. “Perché possano riposare con gli altri martiri della loro città e perché le madri e le vedove possano avere una tomba su cui piangere”, dice Behzad.

Lo Stato è ben consapevole che la memoria della guerra compatta ancora i sentimenti della grande maggioranza della popolazione e non tralascia occasione per alimentarla. Un po’ per convinzione – il presidente Ahmadinejad viene dalle fila dei giovani volontari partiti per il fronte – un po’ per rafforzare l’orgoglio nazionale contro ogni intervento che possa apparire una ingerenza esterna nell’autonomia e nella politica iraniana da parte di una potenza straniera. Di Israele e degli Stati Uniti, soprattutto.

Khamenei, la guida suprema, massima carica dello Stato, ha accarezzato questo tema della “congiura” o, comunque, dei “nemici” esterni anche nel discorso pronunciato il 20 marzo scorso, per l’inizio del nuovo anno persiano, nell’enorme santuario di Mashhad dedicato al martirio di Reza, l’ottavo imam dell’Islam sciita, avvenuto nell’818 dopo Cristo ma vivissimo nel sentire dei fedeli. E’ stato un intervento a tutto campo sulla situazione dell’Iran e, più in generale, del Medio Oriente, non nascondendo il progetto iraniano di svolgere un ruolo guida nell’intera regione, nonostante la crisi e l’embargo occidentale. Anzi, dicendo che proprio l’embargo e le restrizioni possono diventare per l’Iran una grande opportunità di crescita e di autonomia. Ma non ha lesinato avvertimenti: “I nostri nemici hanno sbagliato a dichiarare le sanzioni. Tentano con questo provvedimento di isolare il nostro paese, ma non ci riusciranno. Anzi, l’Iran sta progredendo…”. Poi, più esplicitamente, quasi a rispondere ai discorsi e alle minacce di guerra formulate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu per bloccare gli esperimenti atomici: “L’Iran deve ridurre la dipendenza dal petrolio. Gli Stati Uniti stanno inasprendo le misure antinucleari per boicottare la nostra economia. Noi chiediamo invece agli Usa di porre fine alle ostilità”. E infine un monito durissimo, anzi, un’aperta minaccia, per dire probabilmente che l’Iran persegue la pace ma è pronto anche alla guerra: “Se Israele oserà attaccare, l’Iran raderà al suolo Tel Aviv”.

Queste parole sono state accolte da autentiche ovazioni e da slogan scanditi con forza dalle migliaia di fedeli che gremivano il santuario. Nel paese sono state ripetutamente trasmesse dalla televisione di stato. L’intento sembra palese: acquisire forza e consenso per resistere alla “ostilità occidentale” che, nel sentire generale più diffuso, viene quasi paragonata alla guerra scatenata da Saddam più di trent’anni fa, perché sarebbero frutto, l’una e l’altra, di una pretesa “trama internazionale” o comunque di un programma di supremazia e dominio di tipo neocolonialista ad opera degli Stati Uniti. Anzi, dicono in molti, “degli ebrei ricchi e delle loro banche che sono i veri padroni di Washington e ne condizionano la politica”. Sembra un capitolo delle teorie formulate nei “Protocolli dei savi di Sion”, il clamoroso falso sulla “congiura ebraica internazionale” elaborato dalla polizia zarista all’inizio del 1900 ma che, in Medio Oriente, trova ancora largo ascolto, specie tra i movimenti fondamentalisti islamici più spinti.

Discorsi del genere non sembrano invece incontrare alcuna eco nelle classi più laicizzanti e riformiste, che guardano con fiducia all’Europa e all’Occidente. Il sentimento nazionale tuttavia è forte anche tra queste. Alla festa di Capodanno nel lussuosissimo hotel Caravan di Esfahan, frequentato dall’alta borghesia cittadina, subito dopo la preghiera corale fatta allo scoccare del 1392 persiano, il 20 marzo scorso, è stato intonato solennemente l’inno nazionale. Molti dei presenti, che avevano totalmente ignorato il discorso di Khamenei trasmesso dalla televisione e seguito senza troppa attenzione i versetti del Corano recitati nel salone centrale, alla prima nota si sono uniti con convinzione al coro. E a più di qualcuno è spuntata una lacrima di commozione. Più che alle “tirate” anti americane o anti israeliane, però, queste classi sociali sono interessate probabilmente al programma di espansione verso est perseguito dal governo e che appare l’arma migliore per uscire dall’isolamento al quale l’embargo vorrebbe condannare l’Iran. I risultati finora sembrano incoraggianti, con un crescendo di contatti e relazioni economiche in particolare con i grandi paesi islamici dell’Asia orientale, come la Malaysia e l’Indonesia, che sono diventati anche la meta più frequentata del turismo estero iraniano. Poi l’India, dove la componente musulmana è molto forte, e la Corea del sud. Senza contare i rapporti tradizionali con l’Afghanistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan. Infine, il Pakistan, con il quale proprio in questi giorni è stato completato l’accordo per un enorme gasdotto capace di rispondere a gran parte del fabbisogno del paese ed estensibile in prospettiva all’India e alla Cina.

L’idea prevalente, insomma, sembra quella di fare dell’Iran la potenza economica e politica egemone nella regione e, insieme, il punto di riferimento principale dell’Islam sciita, sia persiano che arabo, con una continuità che, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, attraverso l’Iraq (nel quale governo e maggioranza della popolazione sono sciiti appunto), arriva sino alla Siria e al Libano, dove Hezbollah, da sempre vicino a Teheran, chiede con forza una riforma della costituzione per superare il “confessionalismo” che esclude gli sciiti dalla presidenza della repubblica e dalla guida del governo. Per certi versi, una sorta di “federazione dello sciismo” dal Golfo Persico al Mediterraneo, in grado di fare da “ponte” tra il Vicino Oriente, il centro e l’estremo Est asiatico. A guida iraniana. Un Iran dove alla fede religiosa e al forte sentimento nazionale si affiancano consistenti capacità tecniche e imprenditoriali, una popolazione giovane e con una buona preparazione culturale di base. E una classe riformista emergente, parecchi dei cui esponenti puntano a giocare un ruolo di rilievo nell’economia globale. Si tratta di vedere come evolverà, da un lato, il rapporto di questa “classe” con l’apparato degli ayatollah e la fascia di popolazione più conservatrice e religiosa. E, dall’altro, con le forze che fanno capo al presidente uscente Ahmadinejad, fortemente nazionaliste ma più “laiche”. Ormai in aperta rotta di collisione con Khamenei.

Sono tre componenti sociali e politiche che hanno visioni spesso molto in contrasto tra loro, ma con un saldo, radicato punto in comune, costituito dal forte orgoglio nazionale e senso di appartenenza al Paese. E d’accordo su almeno un punto divenuto cruciale negli ultimi mesi: la scelta nucleare – che tutti giurano rivolta solo a scopi pacifici – è essenziale per conquistare la “supremazia regionale” e non può essere messa in discussione in alcun modo da ingerenze esterne

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