IL LUTTO

luttoUna mia cara amica ha subito una perdita grave, ha perso il suo figlio in un incidente stradale. L’amica mi raccontava di quello che le succedeva nel processo di lutto, mi raccontava della perdita, della tristezza e della depressione, dei suoi pensieri sul passato, della riorganizzazione di ciò che pensava e viveva prima.

Delle sue idee sul perché, delle sue immaginazioni, della sua fede cambiata.
Qualche tempo dopo della perdita la mia amica ha cominciato ad accorgersi che le persone che la conoscevano e che di solito la salutavano nel paese, ad un tratto hanno cominciato a cambiare direzione oppure il lato della strada quando l’incontravano per caso. La gente che la conosceva ha cominciato a evitarla.

Penso che la tendenza di evitare il contatto con la propria fragilità, con il proprio dolore e con la sofferenza, è parte naturale della nostra personalità. Ogni perdita significa la morte di un pezzo di noi stessi. Rappresenta la morte che dobbiamo necessariamente affrontare – non è qualcosa che possiamo scegliere. Prima o poi succederà ad ognuno di dover abbandonare qualcosa – qualche oggetto, progetto, posto, rapporto d’amicizia o amore… Come dice la psicoanalisi, morte rappresenta la paura più profonda della nostra vita, ma nello stesso tempo esistono anche le tendenze contraddittorie, qualcosa che ci porta il desiderio di starle vicino, e di capirla. Accettare la morte, e quindi anche le perdite, fa parte del crescere.

Penso che il comportamento evitante descritto dalla mia amica ha a che fare con l’incapacità di elaborare le proprie perdite, “le possibili morti”. Questa incapacità tra l’altro può essere coperta con la convinzione che la persona che sta nel lutto, vuole sicuramente stare da sola, si potrebbe sentire in disagio o in imbarazzo incontrandoci (che può essere anche vero, ma spesso avviene senza una verifica). Le convinzioni di questo tipo sono il sintomo del contatto scarso con la propria realtà, con il nostro mondo psichico. Spesso siamo noi stessi che vogliamo rimanere soli nel nostro mondo “senza la sofferenza”, abbiamo paura di non essere in grado di far da sostegno o di esprimere qualche parola empatica, perché fare questo significa prendere in considerazione le proprie emozioni.

La teoria e la pratica psicologica ha studiato l’argomento del lutto con l’obiettivo di aiutare ad affrontare le perdite nel miglior modo possibile, e a superarle attraverso un cambiamento costruttivo ed evolutivo. Può sembrare fuori posto pensare che una perdita grave ci potrebbe portare anche qualcosa di positivo, però le persone che hanno elaborato il lutto parlano spesso del cambiamento dei valori, delle prospettive, dei punti di vista. Spesso vale il detto “Quello che non ti uccide, ti fortifica”.

Tra le persone che hanno dedicato il lavoro a questo argomento cito Elisabeth Kübler–Ross, una psichiatra svizzera, fondatrice della psicotanatologia (il sostegno psicologico per i pazienti in fin di vita, e per i loro parenti). La sua opera mi sembra facilmente accessibile, ed è basata sulla sua ricca esperienza con i malati moribondi, e potrebbe esserci utile nel capire come operare il sostegno in caso di lutto.

Il suo modello di elaborazione del lutto consiste di cinque fasi, originalmente è stato descritto come una reazione alla prognosi mortale, ma vale anche per altri tipi di perdita. Le fasi descritte sono: diniego e isolamento (denial and isolation), rabbia (anger), negoziazione (bargaining), depressione (depression), accettazione (acceptance).

Ovviamente queste fasi non si susseguono esattamente una dopo altra, possono essere in forma mista, oppure il processo si può fermare in una delle fasi iniziali. Il modello ci permette di capire le dinamiche mentali più frequenti dell’individuo a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, oppure negli altri casi di lutto.

Un altro personaggio che vorrei citare, è il professore di psicologia clinica dell’Università di Columbia – George Bonnano. Questi ha presentato le controverse idee sulla resilienza nei studi della perdita e del trauma, affermando che la resilienza è la più comune e naturale reazione alla perdita o al trauma.

Con le sue ricerche sulle persone che seguiva prima e dopo della perdita, mette in dubbio le fasi descritte da Kübler-Ross. Secondo Bonnano la più grande parte delle persone non ha bisogno di un aiuto psicologico professionale dopo un evento traumatico, un trattamento nel lutto può persino creare dei sintomi che altrimenti si potevano evitare. La resilienza la descrive come una capacità degli adulti che sono esposti ad un evento potenzialmente traumatico, come una perdita importante, di mantenere relativamente stabili e sani sia i livelli delle funzionalità psichici e fisici, sia la capacità delle esperienze generative e delle emozioni positive.

L’idea sulla resilienza come una naturale e comune capacità umana è sicuramente innovativa anche per la psicologia positiva che si concentra sul benessere completo dell’individuo. Cerchiamo di spiegare meglio il concetto di resilienza – il termine deriva dalla scienza dei materiali, e significa la capacità di riprendere la forma originaria dopo essere sottoposti a schiacciamento o deformazione. Nel caso della psiche il concetto si riferisce alla capacità di resistere, assorbire e ricondizionare in maniera funzionale le difficoltà, sofferenze, traumi. Si può dire che con la resilienza la forma ritorna a quella originaria, non solo nel “ resistere” ma anche nel “ricostruire” la propria vita in maniera positiva, scoprire delle nuove dimensioni e dei significati della realtà e del sé.

La capacità di mettere in atto la propria resilienza dipende da tanti fattori. E’ condizionata dall’importanza del evento potenzialmente traumatico, dal tipo di perdita, ma anche dalla personalità. Le relazioni sociali buone e sane possono offrire un sostegno nei momenti difficili e facilitare questi passaggi. Una ricerca ha scoperto che dopo la perdita di un coniuge erano più disposte ad un lutto efficace le persone che avevano avuto un rapporto conflittuale durante la vita di coppia. Sembra che un rapporto troppo simbiotico non permette di “chiudere” la relazione, e non permette in qualche modo di abbandonare l’altro, cosa necessaria per una nuova costruzione della realtà e dei significati del oggetto perduto.

Sono noti anche casi di persone, soprattutto anziane, che non sopravvivono a lungo dopo la perdita del coniuge. Si può pensare che questo è dato da una riduzione dei confini del sé confusi con quelli dell’altro così intensamente e così da tanto tempo, che l’esistenza di un soggetto solo è impossibile.

Un altra tanatologa americana, Therese Rando, nella sua descrizione del percorso del lutto sottolinea le vie d’uscita, i passi che sono necessari da fare. Dice che è sano vivere il dolore, significa riconoscere la perdita. Secondo Rando si dovrebbe ricordare il proprio rapporto con la persona scomparsa, ma ad un certo momento è necessario a rinunciare ad essa e riadattarsi ad una nuova normalità nella vita. Quando si comincia reinvestire emotivamente, si può parlare del ultimo passo nell’elaborazione del lutto.

La strada verso “la normalità” dopo una perdita è difficile, piena di sofferenza, “il vuoto che percepiamo tendiamo a conservarlo, poiché rimane l’unica cosa in grado di tenerci in contatto con la persona perduta” (Zanaboni). Secondo me, non tutti i vuoti riusciamo a colmare, alcuni rimangono per tutta la vita, mentre altri li trasferiamo in un significato positivo per il nostro futuro.

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