IRAN: DALLA VIA DELLA SETA ALLA VIA DEL PETROLIO

Dalla via della seta alla via del petrolio “Prima da qui passava la via della seta, da oriente verso occidente: basta seguire la serie dei mille caravanserragli costruiti in media ogni 30 chilometri per individuarne i vari rami. Ora da qui passa la via del petrolio e del gas. Ma da occidente verso oriente: dai campi di sfruttamento fino al Pakistan, all’India e tra non molto probabilmente anche la Cina”. Behzad, agente turistico, commenta così l’accordo tra Iran e Pakistan per la nuova grande pipeline che fornirà a Islamabad gran parte del fabbisogno energetico nazionale. La firma definitiva tra i due governi è stata apposta l’undici marzo. Per sottolineare l’importanza dell’evento il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e quello pakistano Asif Ali Zardari si sono incontrati a Gabd, la città del Baluchistan che segna il punto in cui le condotte attraversano il confine: alla linea di frontiera sulle tubature sono state dipinte due grandi bandiere, quella dell’Iran verso occidente e quella pakistana a est.

Teheran si è preparata per tempo, cominciando a costruire il gasdotto quando ancora le trattative erano all’inizio. Parte dalla zona di estrazione, nei pressi di Asaluyeh, nella punta nord occidentale del Golfo Persico, e si dirige diritto verso il Pakistan: circa mille chilometri di percorso sino al confine, senza contare la serie di diramazioni realizzate per le esigenze locali. E’ stato terminato a tempo di record, con cantieri aperti 24 ore su 24 negli ultimi due anni. In territorio pakistano i lavori sono già in corso. Tecnologia e progettazione iraniane con la collaborazione locale: si calcola che l’opera sarà pronta in meno di un anno, per entrare in funzione nei primi mesi del 2014. Lunga 800 chilometri, 1,5 miliardi di dollari di investimenti, si spingerà fino alla provincia orientale del Sindh, ai confini con l’India, con una grande stazione terminale operativa a Nawabshah e una importante derivazione fino a Karachi, la capitale regionale. Una volta in funzione, la condotta porterà ogni giorno 21,5 milioni di meri cubi di gas in Pakistan, una quantità che, secondo le previsioni, rappresenta una soluzione definitiva per le esigenze energetiche del paese per molti anni a venire. Senza contare che, insieme all’accordo per il gasdotto, è stato firmato un memorandum d’intesa per la costruzione di una enorme raffineria di petrolio, la più grande del Pakistan, nel porto di Gwadar, con un costo previsto di 4 miliardi di dollari e che verrà rifornita di greggio sempre dall’Iran.

Si tratta evidentemente di opere che possono cambiare gli equilibri nella regione. Ed è solo la prima tappa. Secondo il programma generale, la nuova pipeline è destinata a raggiungere anche l’India. Non a caso è stata battezzata “il gasdotto della pace”, come a sottolineare che la sua costruzione ha consentito di superare rivalità e contrasti antichi nella regione tra le nazioni interessate. Il ramo indiano, in verità, nei mesi scorsi ha subito un rallentamento, soprattutto da parte di Nuova Delhi: un po’ per le pressioni americane, un po’ per alcune controversie sorte sui costi e sul prezzo finale della fornitura. Secondo i media iraniani, però, questi ostacoli sono stati ormai superati ed è attesa a breve l’estensione dell’accordo anche all’India: le condutture partiranno dal Pakistan e, superato il confine, punteranno direttamente su Delhi. “E’ già stata trovata l’intesa anche sulla quantità finale di gas da fornire”, si dice. Non solo: risolta la questione indiana, la prospettiva è di arrivare in Cina, sempre attraverso il Pakistan.

Si profila dunque per l’Iran la prospettiva di entrare da protagonista in mercati enormi, vanificando l’embargo sul suo petrolio e sul suo gas imposto dalle sanzioni decise dagli Stati Uniti e dalle cancellerie occidentali. Non a caso i media iraniani hanno riportato la notizia con grande rilievo, dilungandosi in approfondimenti e interviste. “Se l’intero programma andrà in porto – dice Ibrahim, un giovane ingegnere edile – sarà la vittoria della linea autonoma adottata dal nostro paese per la gestione delle riserve di gas e petrolio dopo la rivoluzione. Una linea che ricalca quella voluta da Mohammed Mossadeq, il liberal di sinistra che nel 1951, contro il parere dello shah, nazionalizzò come capo del governo l’industria petrolifera, ma fu poi rovesciato nel 1953 da un colpo di stato militare organizzato da inglesi e americani”. Ma oltre che una rivincita postuma di Mossadeq, la cui memoria è ancora viva nel paese, il nuovo gasdotto, noto a livello internazionale con la sigla Ipi (Iran, Pakistan, India), segna anche la vittoria di Teheran e la sconfitta americana nella corsa per le pipeline dell’Asia Centrale, dalla regione del Caspio fino ai mercati emergenti dell’India e della Cina, iniziata ai primi degli anni 990, all’indomani della dissoluzione dell’Urss e dell’indipendenza delle repubbliche centroasiatiche.

A provocare la corsa – il nuovo “grande gioco”, come venne definita, richiamando quello ottocentesco per il dominio della regione tra Impero Britannico e Russia zarista – fu il fatto che paesi come il Kazakistan, l’Azerbaigian, il Turkmenistan, dotati di riserve petrolifere e di gas enormi, non avevano però i mezzi per trasportarle e metterle sul mercato. Due le soluzioni prospettate: un sistema di pipeline da nord ovest a sud est, attraverso l’Afganistan o un sistema meridionale ovest-est, dall’Iran al Pakistan.

Tra i primissimi a muoversi, partendo dal Turkmenistan, fu la Bridas, una società petrolifera argentina di proprietà della famiglia Bulgheroni, di origine italiana, che nel 1992 riuscì ad assicurarsi vaste concessioni, a Yashlar e a Keimir, e progettò una grande pipeline per arrivare fino al Pakistan e all’India passando per l’Afghanistan. Carlos Bulgheroni, in particolare, fu il primo occidentale a prendere contatto con i talebani, nel 1994, per raggiungere un accordo che consentisse la realizzazione del progetto: 1.400 chilometri di condotte dal blocco di Yashlar, in Turkmenistan, attraverso l’Afghanistan e fino a Sui, in Pakistan. Da qui doveva poi partire il prolungamento per il mercato indiano. Ma alla Bridas si contrappose presto la Unocal californiana, con un progetto concorrente fotocopia, presentato insieme all’araba Delta Oil e con il sostegno di Washington, come si evince dalle forti pressioni esercitate sul presidente turkmeno Niyazov e sul governo pakistano, senza contare – anche attraverso l’Isi, i servizi segreti di Islamabad – il “corteggiamento” dei talebani, di cui erano ben note le posizioni fondamentaliste ma che venivano considerati la forza emergente dopo il ritiro dell’armata rossa dal paese e il crollo del governo guidato da Mohammed Najibullah..

La partita è andata avanti per anni, con la politica statunitense sempre più schierata a favore della Unocal, anche a costo di accettare rapporti via via più stretti con i talebani. Inutili le proteste della Bridas, che contestava alla Unocal di ostacolare i suoi lavori nei giacimenti petroliferi turkmeni, citandola formalmente in giudizio: nel 1995 la Corte distrettuale texana di Fort Bend ha respinto il suo ricorso sostenendo che la controversia era competenza delle leggi del Turkmenistan e dell’Afghanista e non di quelle del Texas. Senza esito anche l’azione promossa, sempre nel 1995, da un gruppo di attivisti verdi statunitensi, che chiedevano al procuratore generale della California di sciogliere la Unocal per crimini contro l’umanità e l’ambiente e per i suoi rapporti con i talebani. Accuse sempre respinte ed anzi definite “ridicole” dalla compagnia.

Con Washington palesemente schierata a favore della pipeline Tapi (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India), il sistema meridionale Ipi (Iran, Pakistan India) è rimasto tagliato fuori. Pur avendo il grande vantaggio di non dover attraversare il territorio afghano sconvolto dalle rivolte e dalle lotte di potere, infatti, era nel mirino degli Usa, nell’ambito della politica ostile all’Iran nato dalla rivoluzione di Khomeini, indicato come sostenitore del fondamentalismo islamico e dei movimenti terroristi in tutto il Medio Oriente, con particolare riferimento alla Siria, al Libano e alla Palestina. Ma proprio quando il gioco sembrava ormai chiuso a favore della Unocal, le vicende interne dell’Afghanistan, con i talebani al governo e la presenza nel paese di Osama Bin Laden, hanno bloccato tutto. A far cambiare il vento negli Stati Uniti, oltre che la caccia a Bin Laden, incriminato per terrorismo dal Gran Jury di New York il 26 agosto 1998, sono state in particolare le pressioni esercitate sulla Casa Bianca, presidente Clinton, dal forte movimento d’opinione creato in tutto il paese da parte della Feminist Majority Foundation, in rappresentanza di circa 130 associazioni di donne, per ritirare l’appoggio ed anzi adottare pesanti sanzioni nei confronti dei talebani per la loro politica discriminatoria antifemminista. Il precipitare successivo degli eventi – dal rifiuto dei talebani di estradare Bin Laden come chiesto dagli Usa, fino all’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 a New York – ha fatto il resto, chiudendo la via afghana delle pipeline.

La prospettiva si è riaccesa dopo la guerra condotta in Afghanistan all’indomani della tragedia del World Trade Center. A parte l’intento dichiarato di eliminare Bin Laden, Al Qaeda e i suoi alleati, non pochi osservatori hanno fatto notare che con un governo amico a Kabul si sarebbe potuto riaprire il progetto Tapi. Tra l’altro, anche se gli interessati hanno almeno in parte smentito, secondo diverse fonti (il film inchiesta Fahrenheit 9/11 di Michael Moore o giornali come Le Monde e Christian Science Monitor), il presidente Hamid Karzai avrebbe lavorato in passato come consulente o comunque avrebbe avuto legami con la Unocal. Ma l’Afghanistan si è rivelato una trappola dalla quale non si riesce ad uscire: la guerra non è mai finita, ci sono stati finora almeno 40 mila morti tra la popolazione civile e quasi 3.200 tra i soldati della coalizione guidata dagli americani e si continua a morire. Senza essere mai arrivati alla promessa stabilizzazione del paese, tanto che ormai si parla apertamente di “ritirata” a qualsiasi costo delle forze Nato entro il prossimo anno, pur sapendo che il governo in carica non è in grado di far fronte alla situazione e che i talebani non sono mai stati sconfitti.

Tutto questo ha di fatto sgomberato il campo alla pipeline iraniana verso il Pakistan e l’India, che si prospetta ora come una delle gradi opere attraverso cui Teheran potrà uscire dall’isolamento nel quale ha cercato di confinarla l’embargo. Per questo i media iraniani hanno considerato l’accordo firmato da Ahmadinejad un grande evento che va al di là dei risultati strettamente economici immediati. E’ lo stesso principio che porta la maggioranza degli iraniani a difendere il loro programma nucleare, oggi in grado di fornire al paese appena l’uno per cento del fabbisogno energetico.

Anche questa è una questione antica. Teheran ha mosso i primi passi in campo atomico ai tempi dello shah Reza Pahlavi, che stipulò accordi con gli Stati Uniti, la Francia e la Germania per la costruzione di un impianto a Bushehr, una città sulla costa settentrionale del Golfo Persico. Dopo la rivoluzione del 1979 lo sviluppo del progetto fu interrotto e rimase bloccato per tutto il tempo della guerra contro l’Iraq ed oltre. Solo nel 1995, a sette anni dalla fine del conflitto, si decise di rimettere mano al programma, questa volta in base a un’intesa con l’Unione Sovietica, ma sempre partendo dalla centrale di Bushehr e con l’impegno di restituire il materiale fissile usato alla stessa Russia, per dimostrare che non si aveva alcuna intenzione di utilizzarlo per fini militari.

L’allarme sul presunto obiettivo iraniano di arrivare a costruire armi atomiche è scattato nel 2002, quando fonti della resistenza anti khomeinista hanno segnalato che nei pressi della città di Natanz, 200 chilometri a sud di Teheran, ai margini del deserto centrale, si stava realizzando un impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio. La controversia internazionale si trascina da allora. Teheran non fa mistero di aver avviato l’arricchimento dell’uranio a Natanz, in un sito posto pochi chilometri fuori dalla città, facilmente individuabile dalle misure di sorveglianza adottate e dalle postazioni militari che lo circondano, con tanto di mitragliere e artiglieria contraerea. Ma insiste che si tratta di un arricchimento limitato, giusto sufficiente a fornire il combustibile per Bushehr e i reattori civili in fase di progettazione e realizzazione. Anzi, ha specificato che sta ampliando il programma, sempre per produrre combustibile di uranio leggermente arricchito, sia con l’installazione di altri impianti a Natanz, sia con l’apertura di nuove strutture più moderne e potenti a Esfahan, un sito inaugurato nel 2009 proprio in vista dell’attivazione di altri reattori.

Questa rapida escalation, però, ha messo in allerta gli Stati Uniti e molte cancellerie europee, ma soprattutto Tel Aviv. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu insiste da tempo che il fine ultimo dell’Iran sarebbe in realtà la costruzione di ordigni atomici. Si cita spesso, a questo proposito, la presa di posizione di Alireza Forghani, ex governatore della provincia di Kish e consigliere di Khamenei, la guida suprema, secondo il quale “il mondo islamico deve avere la bomba nucleare”. Ma la voce di Forghani, a sentire l’opinione comune iraniana, sarebbe isolata e non avrebbe trovato alcun ascolto presso lo stesso Khamenei. Tutti sono pronti a giurare, insomma, che il programma intrapreso mira soltanto ad applicazioni pacifiche. Quanto agli impianti di arricchimento, la risposta è univoca: “Una volta imboccata la via nucleare, appare assurdo dover acquistare all’estero il combustibile per il funzionamento delle centrali quando i nostri scienziati posseggono la tecnologia per produrcelo da soli”. E citano le dichiarazioni del presidente dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Mohamed El Baradai, secondo il quale “gli ispettori inviati in Iran non hanno trovato tracce di uranio altamente arricchito a Natanz”.

La questione resta aperta. Nascono principalmente da qui anche le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sul Pakistan e sull’India per bloccare l’accordo sul nuovo gasdotto, in cambio di incentivi economici, assistenza finanziaria e, in particolare per Nuova Delhi, l’offerta di costruire altre centrali nucleari. L’ultimo monito del presidente Obama è proprio di questi giorni: lo ha lanciato a Teheran alla vigilia del suo viaggio in Israele e in Palestina. Mentre Israele, con Netanyahu, ha ribadito la necessità di intervenire al più presto. Anche militarmente. E – come riferisce Euronews – una sponda per questa presa di posizione gli è stata offerta dall’Agenzia per l’energia atomica la quale, per bocca del direttore Yukiya Amano, ha questa volta affermato che “l’Iran non sta fornendo la necessaria cooperazione per permettere di verificare l’eventuale presenza di materiali nucleari non dichiarati”. La conclusione è che “l’Aiea non può affermare che tutto il materiale in Iran sia usato per scopi pacifici”. Nel frattempo Khamenei, nel discorso pronunciato il 20 marzo, in occasione dell’inizio del nuovo anno persiano, ha insistito che il progetto intrapreso ha unicamente scopi pacifici, ma si è detto scettico sull’esito della mediazione internazionale per chiarire e dirimere i punti di incomprensione e contrasto. In ogni caso, il programma va avanti.

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