LIBIA: PROFUGHI SCHIAVI PER BONIFICARE MINE

Profughi schiavi“Una strage. Sembra quasi che debba accadere una strage per indurre ‘chi conta’ a intervenire. Non bastano i feriti e le vittime che, purtroppo, già ci sono stati”. Don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia, trattiene a stento l’indignazione quando denuncia la nuova emergenza esplosa in Libia, nella regione della Sirte, nell’indifferenza delle cancellerie europee e, più in generale, della comunità internazionale. Sono terribili le notizie che gli arrivano dal campo di detenzione per profughi e migranti organizzato alla periferia di Sirte, la città di Gheddafi, ai margini del deserto. I prigionieri sono costretti a “bonificare” la grande pianura stepposa dalle mine e da altri ordigni inesplosi lasciati dalla guerra intorno all’area urbana. A mani nude e senza alcuna preparazione. Improvvisando alla meglio e contando solo sulla fortuna. Chi si rifiuta viene massacrato di botte.

“Non volevo quasi credere alle prime telefonate che mi segnalavano questo orrore – racconta don Zerai – Ma ho dovuto convincermi che quanto raccontavano quei disperati è tutto vero. Qualcuno di loro è riuscito a nascondere un cellulare al momento dell’arresto. E’ l’unico mezzo che hanno per comunicare con l’esterno. Per eludere la sorveglianza telefonano di notte o chiudendosi nel gabinetto. Oppure mentre i compagni cercano di distrarre le guardie con qualche pretesto. Ne vengono fuori racconti da far tremare”.

Nel campo – uno dei tanti che l’ipocrisia europea chiama centri di accoglienza e che sono in realtà autentici lager – sono ospitati tra i 150 e i 200 rifugiati, uomini e donne. Una sessantina sono eritrei. Poi somali, etiopi, sudanesi, maliani e fuggiaschi da altri paesi sub sahariani. La gestione e la custodia sono in pratica in mano ai miliziani islamici fondamentalisti, anche se formalmente dipendono dalle autorità governative. Ed è dei miliziani, appunto, l’iniziativa di utilizzare i profughi come sminatori. In questa zona la guerra è stata feroce. Il fronte si è fermato a lungo tra la costa e il deserto, con i rivoluzionari che, provenienti da est, cercavano di puntare su Tripoli e le truppe di Gheddafi mobilitate per respingerli. Sirte era una città chiave, quasi a metà strada tra Bengasi, la capitale dei ribelli, e Tripoli, la capitale politica del regime. E anche una città simbolo, perché qui era nato e si era formato Gheddafi, qui il rais contava migliaia di fedelissimi. I combattimenti durissimi che ci sono stati per controllarla continuano ad uccidere con le mine e i proiettili inesplosi disseminati ovunque nella periferia urbana e, soprattutto, nei campi e nel deserto tutt’intorno. Così i miliziani – raccontano le disperate telefonate giunte a don Zerai – hanno deciso di usare i loro prigionieri come carne da cannone per “ripulire” il terreno: devono essere loro, queste non persone private di ogni diritto, a cercare, individuare e rimuovere le bombe. Come schiavi mandati al macello.

“Ogni mattina – specifica don Zerai, riferendo il drammatico grido di aiuto di quei giovani dimenticati da tutti – le guardie scelgono un gruppo di prigionieri. Qualche decina. In genere soltanto uomini. Li inquadrano e li portano nei campi minati. E’ impossibile rifiutarsi. Chi si oppone viene frustato con tranci di grossi cavi elettrici. Il massacro continua fino a che il malcapitato cede o cade a terra svenuto, con le carni dilaniate dai colpi. In quel deserto c’è nascosto di tutto sotto la sabbia: mine antiuomo, mine anticarro, proiettili pronti ad esplodere, bombe trappola. I profughi vengono costretti a cercare gli ordigni servendosi al massimo di una paletta o di un sondino, senza alcuna esperienza. I militari li sorvegliano a distanza, con le armi spianate e le fruste in pugno. Non c’è alternativa per i prigionieri: prendersi una fucilata o una bastonatura mortale oppure tentare la sorte con le mine. Va avanti così per ore. E qualcuno ci ha già rimesso la vita. Mi hanno raccontato di almeno sei giovani saltati in aria: due sono morti, gli altri sono rimasti feriti ma non ricevono cure adeguate. Qualcuno è stato portato in ospedale, ma quelli meno gravi sono dovuti rientrare al campo. Ogni mattina si ricomincia. Magari non scegliendo sempre gli stessi, ma si ricomincia. Così è un incubo continuo. Appena si sveglia, ogni prigioniero sa che, se viene selezionato per la squadra di schiavi sminatori, deve scegliere se rischiare di saltare in aria o finire massacrato di botte. Qualcuno, mi hanno raccontato, si è suicidato per la disperazione. D’altra parte sono in tanti ormai ad aver perso ogni speranza. Quei ragazzi sono scappati da dittature e persecuzioni, sperando di conquistare libertà e dignità. Sono finiti, invece, in lager terribili. E l’unico futuro che vedono giorno per giorno è un lungo, interminabile tunnel nero di soprusi e sofferenze. Non solo a Sirte, dove si sta consumando questa atrocità. Tutti i centri di detenzione libici sono un inferno, anche se l’uso di schiavi come sminatori improvvisati finora è stato segnalato soltanto lì, nel deserto della Sirte”.

Proprio questi campi sono stati al centro del voluminoso, documentatissimo dossier di soprusi consegnato da don Zerai, a nome dell’agenzia Habeshia, alle commissioni europee per gli affari interni e per i diritti umani. C’è stata un’apposita audizione a Bruxelles, con l’impegno, da parte dei vertici dell’Unione Europea, di istituire delle commissioni da inviare in Nord Africa e di fare pressioni sui singoli governi nazionali della Ue – a cominciare dall’Italia – per recedere dagli accordi bilaterali che hanno affidato alla Libia il compito di “gendarme del Mediterraneo” per arginare l’emigrazione verso le coste italiane, francesi, spagnole, greche.

“Da allora, era l’ottobre del 2012 – denuncia don Zerai – non si è mosso nulla. Intanto la situazione continua a peggiorare. In tutti i 22 centri di detenzione libici e, in particolare, proprio in quelli indicati nel dossier come i più duri e disumani. Il campo di Sheba, ad esempio, una struttura aperta in pieno deserto, nel centro del paese, è così affollato che in celle di 40-50 metri quadrati vengono ammassati un centinaio di prigionieri. Meno di un metro quadrato a testa, quasi senza servizi, con pochissima acqua, cibo scarso e spesso immangiabile. ‘Siamo costretti a dormire a turno, perché non c’è spazio sufficiente per stare sdraiati tutti insieme’, mi ha telefonato piangendo qualche notte fa un ragazzo eritreo. E un altro: ‘La nostra giornata è sempre la stessa: botte, umiliazioni e frustate senza alcun motivo. Basta un pretesto qualsiasi per scatenare la violenza. Magari un’occhiata. O una lamentela per il pane ammuffito o l’acqua che manca persino per dissetarsi’. Anche solo per telefonare ci vuole coraggio. E’ pericolosissimo. Chi viene sorpreso con un cellulare subisce una scarica di botte tremenda. L’ultimo che mi ha contattato sapeva di rischiare tantissimo, ma telefonare per chiedere aiuto è rimasto ormai l’unico lumicino che tiene in vita quei poveretti. Ha raccontato che è riuscito a chiamare con la complicità di altri detenuti: qualcuno ha distratto l’attenzione del miliziano di guardia; altri, fingendo di conversare tra di loro, hanno fatto cerchio in piedi intorno a lui che, accovacciato a terra col telefonino nascosto nel palmo della mano, si è messo in comunicazione con me per qualche minuto. Mi ha detto che i pestaggi sono così violenti che qualcuno non riesce più ad alzarsi per giorni. A parte gli amici, nessuno se ne prende cura. Così come nessuno si prende cura dei malati. Ogni tanto arriva un medico, ma il più delle volte non entra nemmeno nelle celle: si limita a scambiare qualche parola con il prigioniero che dovrebbe assistere attraverso la porta socchiusa o il finestrino della cella e poi magari prescrive qualche anti dolorifico. Nient’altro. Ciò che accade a Sheba si ripete, a quanto mi dicono, anche negli altri centri di detenzione, come quelli di Twaisha e Sibrata nei sobborghi di Tripoli, a Bengasi, Gianfuda, Homs, Mishrata, Kufra… E’ terribile. Sarebbe terribile anche se fossero fondate appena un decimo delle denunce che mi arrivano. Ma l’Unione Europea continua a ignorare tutto questo”.

Eppure sono state inviate delle commissioni in Libia. E a Tripoli opera l’organizzazione Onu per i rifugiati.

“E’ vero – insiste don Zerai – a Tripoli c’è il Commissariato Onu per i rifugiati, ma non mi risulta che i suoi funzionari possano muoversi liberamente per fare ispezioni vere nei centri di detenzione, senza permessi preventivi e senza l’intervento di rappresentanti del governo libico. Lo stesso accade per i delegati inviati da Bruxelles i quali, oltre tutto, non arrivano in Libia per indagare a tutto campo, ma solo per verificare che i contributi elargiti a Tripoli vengano impegnati nel modo più corretto possibile. Così il governo ha gioco facile: porta i commissari a visitare certe realtà tenute abbastanza bene, magari sistemate appositamente in vista dell’ispezione, e poi tutto va avanti come prima. Ecco perché dopo l’audizione di Bruxelles non è cambiato nulla. C’è stata, anzi, una escalation di violenze, fino al caso degli schiavi sminatori di Sirte. Ne è stato informato anche il Commissariato dell’Onu. Io stesso gliel’ho segnalato. Ora spero che almeno questo induca a fare qualcosa che vada molto al di là dei controlli di routine”.

Vista l’inerzia seguita all’audizione di Bruxelles dedicata espressamente ai centri di detenzione libici, c’è da chiedersi a questo punto che cosa si può fare.

Don Zerai: “Io vedo solo due strade. La prima è che l’Unione Europea istituisca una vera commissione d’inchiesta e controllo con poteri ampi, pretendendo dal governo libico che i suoi componenti abbiano piena libertà di movimento in tutto il paese e di accesso ad ogni centro di detenzione e ad ogni carcere dove ci sono profughi e migranti tra i prigionieri. Insomma, ispezioni come si deve, con la minaccia, in caso contrario, di tagliare tutti i finanziamenti e i contributi che continuano ad essere stanziati per i cosiddetti campi di accoglienza e per l’assistenza agli stranieri presenti nel paese. Anzi, meglio ancora, di revocare tutti i trattati di collaborazione. Inclusi quelli economici. E qui, secondo punto, entra in ballo la politica degli accordi stipulati con Tripoli dalla Ue e da diversi governi nazionali. L’Europa ha delegato alla polizia libica il controllo dell’emigrazione nel Mediterraneo. Ha spostato di fatto le sue frontiere sulla sponda sud, oltre il canale di Sicilia, e a guardia ci ha messo la Libia, fornendole anche i mezzi: armi, istruttori, navi. Lo sanno tutti che Tripoli non ha mai firmato le convenzioni internazionali per il rispetto dei diritti umani e, in particolare, di quelli dei rifugiati e dei migranti. Ma, a quanto pare, non interessa. Ciò che conta, per l’Europa, è che quella frontiera resti sbarrata. E fare affari. Non importa come e a che prezzo. Non interessa se questa chiusura provoca ogni giorno morti, maltrattamenti, carcerazioni illegali, torture, riduzione in schiavitù. L’importante è che non passi nessuno o comunque meno migranti possibile. Non credo di essere lontano dal vero a dire che questo è un crimine contro l’umanità. L’Europa e i governi europei che, come l’Italia, hanno stipulato trattati bilaterali con Tripoli, non possono chiamarsi fuori soltanto perché tutto ciò accade sulla riva africana del Mediterraneo. Sono complici, se non mandanti, di questa tragedia. E continueranno ad esserlo finché la loro politica sull’emigrazione non verrà revocata”.

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