OBAMA, LA GUERRA E IL CONSENSO CHE (ANCORA) NON C’E’.

IBarack Obamal discorso al G20 di San Pietroburgo ha mostrato un presidente Obama in difficoltà, isolato dal contesto internazionale come forse non era mai accaduto. Si è quasi “giustificato” dell’imminente attacco alla Siria. “Sono stato eletto non per fare guerre ma per porre termine a quelle esistenti” ha detto “ma”, ha insistito, “sono state usate bombe chimiche, sono stati uccisi centinaia di bambini”. La macchina mediatica di costruzione del nemico, che accompagna la preparazione di tutte le guerre Usa, si basa molto sugli interventi televisivi del presidente, per ribadire la natura disumana del nemico di turno, stavolta Bashar El Assad, quello che uccide i bambini. Per dire ai cittadini americani e al mondo intero che “non si può stare a guardare”. Sul cliché dei bambini siriani vittime delle bombe chimiche sembrano insistere anche i media statunitensi, come il Washington Post, che oltre a sottolineare la presenza di bambini tra le vittime degli attacchi del regime siriano, evidenzia con tanto di sottolineature grafiche che la metà del milione di profughi siriani in fuga dalla guerra siano proprio bambini. Un elemento in più da mettere in rilievo (quasi che i bambini siano vittime della guerra solo in Siria) per rendere ancora più odioso il nemico da abbattere.

Ma la “pistola fumante” non è stata ancora trovata e probabilmente non si troverà mai. Secondo il governo siriano e secondo alcuni media anche occidentali ad usare le armi chimiche sarebbero stati proprio i “ribelli”. Quelle prove che ad usare il sarin contro il popolo siriano, proprio alla vigilia dell’ispezione Onu, siano state le truppe di Assad, non ci sono. O meglio ci sono, ma ce l’avrebbero solo gli Stati Uniti. Tralasciando qui anche la questione se gli Usa abbiano o meno l’autorità morale che giustifichi l’intervento (visti i precedenti, da Hiroshima, al Vietnam, allo stesso Iraq e altri contesti in cui sono stati usati atomica, bombe chimiche, bombe al fosforo bianco) l’impressione è che l’architettura mediatica che deve sorreggere anche questa ennesima aggressione degli Usa ad uno stato sovrano questa volta non sia così solida. Dubbi attraversano anche i favorevoli all’intervento, non esclusi alcuni giornalisti italiani, che sostengono che si doveva intervenire molto prima di adesso. E il tradizionale alleato, il Regno Unito, ha dato forfait in seguito al voto contrario del parlamento.

Come accaduto nel ventennio passato, anche l’attacco a Damasco, e non potrebbe essere diversamente, rientra nella tipologia delle “guerre umanitarie”, quell’ossimoro coniato negli anni 90, vedi “Desert storm” e Kosovo. Sono guerre, come anche quelle “preventive”, per la pace, guerre che non fanno male, con le bombe che risparmiano i civili. Salvo poi la tragica conta dei morti una volta che il polverone mediatico si è diradato e i giornalisti “embedded” se ne sono tornati a casa. I presupposti messi in gioco per convincere l’opinione pubblica della giustezza dell’intervento militare sembrano sempre gli stessi utilizzati con Saddam Hussein. Il nemico è dipinto dai media come un tiranno oppressore e irresponsabile, pronto ad usare “armi di distruzione di massa” contro il suo stesso popolo e poi anche contro i paesi occidentali. Con Saddam si è visto che non era vero, che le armi, per le quali si è giustificato l’intervento armato non c’erano. Che le “bombe intelligenti”, altra locuzione coniata ai tempi della “guerra chirurgica” in Iraq hanno seminato centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile, distrutto zuccherifici scambiati per fabbriche di armi chimiche. Ma il meccanismo mediatico messo in campo dagli Usa sia nella prima che nella seconda guerra irachena è stato un congegno molto sofisticato, che ha messo in moto una gigantesca macchina del consenso.

“La comunicazione è qualcosa che innanzitutto serve a fare le guerre” ha scritto Armand Mattelart nel 1991. Un’affermazione che sembrerebbe azzardata e cinica. Ma in effetti già dall’antichità, e ancora di più nel mondo moderno, comunicazione e guerra sono andate di pari passo. Basti pensare alle innovazioni nel campo della comunicazione che sono sempre nate e sviluppatesi in ambito militare, dal telegrafo a Internet. Come scrive la semiologa Rossella Rega “la vera posta in gioco non è tanto il risultato intrinseco del conflitto, la vittoria militare, ma piuttosto la realizzazione di politiche di opinione in grado di conquistare non solo il consenso ma anche la fiducia e il coinvolgimento da parte dell’opinione pubblica”. Lo scenario oggi sembra lo stesso, simile a quello iracheno del 1991 e del 2003. Ma come si diceva la situazione appare più complessa, anche dal punto di vista militare (con Putin che ha annunciato senza mezzi termini che la Russia combatterà a fianco della Siria) oltre che da quello della comunicazione. Bush nel 2003 aveva dalla sua il 68 per cento degli americani, una schiacciante maggioranza di cittadini convinti che la guerra era “giusta e inevitabile”. Oggi il presidente Obama è cosciente del 60 percento di americani contrari all’intervento, così come sa benissimo che le migliaia di soldati americani morti (oltre 4500 in Irak, almeno 2000 in Afghanistan, più un enorme numero di suicidi tra i reduci che secondo l’emittente americana CBS arriva a raddoppiare il numero totale delle vittime militari Usa) non possono costituire un background capace di indirizzare favorevolmente le coscienze dei cittadini americani.

Per questo nel consueto discorso del sabato Obama si è premurato di promettere che il prossimo “sarà un intervento limitato, senza truppe di terra, non sarà un altro Afghanistan, non sarà un altro Iraq”. Tutto ciò senza dimenticare di ricordare la ragione principale della guerra: l’utilizzo delle armi chimiche da parte dell’esercito siriano (di cui gli Usa sono convinti) e il fatto che Assad non è pericoloso solo per il suo popolo ma per l’intera umanità, Stati Uniti compresi ovviamente. Il presidente Obama, premio Nobel per la Pace, si è poi rivolto al Congresso che voterà domani (lunedì 9 settembre) sull’intervento in Siria. L’esito del voto è molto incerto e Obama lo sa. Il presidente ha chiesto un voto a favore della guerra, una richiesta densa di retorica patriottica e di collaudati cliché: “Mi rivolgo a tutti i membri del Congresso, di entrambi i partiti, che debbono unirsi per combattere per il modello di mondo che vogliamo, per noi e per i nostri figli” . Di nuovo la guerra per la pace, di nuovo la promessa di una guerra che non farà male: “Nessun soldato americano metterà piede in Siria”. Nonostante il fuoco mediatico nei confronti di Assad (che non riparmia nemmeno la moglie, “la novella Maria Antonietta che fa shopping mentre il suo popolo muore di stenti”), stavolta il meccanismo non sembra così fluido. Manca il consenso dell’opinione pubblica e quello del Congresso potrebbe non arrivare. E il presidente Obama non appare molto convincente, e nemmeno troppo convinto, diviso tra realismo e volontà di potenza, tanto che qualcuno ipotizza che un voto contrario del Comngresso all’attacco alla Siria non gli dispiacerebbe poi così tanto.

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