LA RETORICA DELLA CONCORDIA

Isola del Giglio, continuano i lavori per la rimozione della Costa ConcordiaPiù di qualcuno ne ha fatto una metafora: il raddrizzamento della Costa Concordia come simbolo della capacità tutta italiana di “rinascere”. Quasi la dimostrazione che si stanno ritrovando lo spirito e la forza necessari per uscire dalla crisi in cui è precipitato il Paese. Pur non spingendosi così avanti, quasi tutti – politici e media – hanno parlato di orgoglio nazionale: un’impresa di cui andare fieri di fronte al mondo. Dimenticando che rimediare al disastro provocato venti mesi fa da una somma di insipienze era ed è tuttora un dovere preciso. Già, un dovere. Ecco il punto. Senza nulla togliere al valore dell’operazione, sia sotto il profilo organizzativo che tecnico, rimuovere dagli scogli del Giglio la carcassa enorme di quella nave è un atto dovuto.

Innanzi tutto, è ovvio, da parte della compagnia di navigazione, la Costa. In pari misura, però, da parte dell’apparato pubblico, cioè dello Stato e dunque del Paese in senso lato. In primo luogo per evidenti motivi di carattere generale, visto il pericolo costante creato da quel gigantesco relitto in tutto quel magnifico tratto di mare e in particolare al Giglio, all’arcipelago toscano e al litorale che va da Livorno a Civitavecchia. Ma, in seconda battuta, anche per come è maturato il naufragio. Stando a quanto è emerso dalle cronache sulle indagini, i più diretti responsabili appaiono il comandante Schettino e, in varia misura, la catena che ha obbedito ai suoi ordini nel governare la nave in vista del Giglio. Tuttavia si prospetta una lunga serie di “complicità”, magari non dal punto di vista strettamente giudiziario e legale ma certamente sotto il profilo morale e, per così dire, oggettivo e “politico”. Perché? Perché era noto a tutti che, quando passava dal Giglio, la Concordia rendeva d’abitudine “l’omaggio dell’inchino” all’isola, con una manovra estremamente pericolosa che la faceva passare a brevissima distanza proprio dalle scogliere su cui si è schiantata durante la crociera del gennaio 2012.

Lo sapeva, insiste proprio Schettino, la compagnia di navigazione. Lo sapevano ovviamente, come testimoni diretti, l’amministrazione comunale del Giglio, l’ufficio marittimo e tutti i comandi militari eventualmente presenti sull’isola. E non sembra credibile che non ne fossero a conoscenza la Guardia Costiera e le Capitanerie di porto di quel tratto di costa. Dunque, una fetta non trascurabile dell’apparato dello Stato. Anzi, l’inchino era una pratica così nota che pare fosse diventata una sorta di veicolo pubblicitario della crociera, alimentato dal passaparola tra passeggeri, clienti e, forse, persino membri dell’equipaggio. Non a caso se ne è parlato già all’indomani del naufragio e pare oggi che Schettino basi anche su questo la sua linea difensiva. Nell’euforia del successo dell’operazione di raddrizzamento, però, tutto ciò sembra essere stato dimenticato. E’ prevalsa la tendenza generale ad esaltarsi, a parlare di ritrovato orgoglio nazionale e via dicendo. Ignorando o, peggio, facendo finta di non accorgersi che, pur essendo gli italiani in maggioranza, tra i 500 esperti che hanno reso possibile il “recupero” ci sono anche numerosi stranieri. Ovvero, a rimediare a un disastro tutto “tricolore” ha contribuito, in realtà, gente arrivata da mezzo mondo, il meglio dei tecnici internazionali esperti in questo genere di lavori: una squadra poderosa nella quale sono rappresentate ben 26 diverse nazionalità.

Pochi però lo hanno fatto notare, mentre sul tema del “riscatto nazionale” non ha esitato a gettarsi a capofitto anche il premier Enrico Letta, con l’aggiunta di una filippica contro l’autolesionismo di tanti, troppi italiani. E’ straniero lo stesso capo del team operativo che ha guidato le operazioni dalla central room e al quale sono andati gran parte degli applausi degli isolani subito dopo l’avvenuto raddrizzamento dello scafo. Si chiama Nick Sloane, vive in Sud Africa e si è conquistato fama internazionale per questo genere di lavori, incluso l’eloquente soprannome di “cacciatore di relitti”. Però è così schivo che al Giglio, terminata quella che è senza dubbio la più difficile e importante delle sue imprese, si è schernito dicendo che, a quel punto, l’unico suo desiderio era quello di andare a dormire, dopo aver telefonato alla moglie ed essersi bevuto una birra. L’opposto esatto del “clamore nazionale”. Senza abbandonarsi a facili trionfalismi e in antitesi con le consuetudini di Guido Bertolaso, il suo predecessore, anche il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha mantenuto un atteggiamento di basso profilo simile a quello di Sloane: sia al Giglio nell’immediatezza dell’operazione che poi nel colloquio a Roma con Letta, ha insistito sul “lavoro di squadra”. Di tutta la squadra, italiani e stranieri. E sul senso del dovere. Ecco, torna il dovere. Gabrielli ha detto in sostanza di aver fatto solo quello che gli imponeva il suo compito di responsabile generale della  Protezione Civile.

Viene da pensare, allora, a un passo delle memorie di Garibaldi nel quale si dice che fare il proprio dovere dovrebbe essere la norma, senza aspettarsi ricompense ed onori. E, su questa scia, può essere utile ricordare le parole di Aldo Bozzi, militante antifascista eletto alla Costituente nel 1946 e poi esponente di punta del Pli, il quale, ricevendo un riconoscimento per la sua lunga attività politica e giuridica, ebbe a fare un discorso di questo genere: “Mi stupisce questo onore che volete tributarmi, perché io ho fatto solo il mio dovere. Mi stupisce e insieme mi suscita preoccupazione. Perché un Paese dove si viene premiati solo per aver fatto il proprio dovere temo che sia un Paese avviato al declino”. Forse, cessati i clamori e le celebrazioni, sarebbe il caso di riflettere un po’ di più su moniti di questo tenore. Proprio per ritrovare davvero la forza di “uscire dalla crisi”. Perché certe autoesaltazione spesso servono soltanto a seppellire i disastri nazionali.

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