CIPRO: L’ULTIMO MURO D’EUROPA

Cipro: l'ultimo muro d'EuropaE’ l’ultimo muro d’Europa. Un confine chiuso che attraversa tutta Cipro. Ne è spaccata in due anche Nicosia, la capitale, quasi una piccola Berlino in mezzo al Mediterraneo. E ne è condizionata la vita dell’intera isola, divisa tra la repubblica “greca” del sud e quella “turca” del nord. Perché la barriera è nell’animo della gente prima ancora che sulla linea verde tracciata dall’Onu nel 1974. Va avanti così da 40 anni, ma sembra una questione dimenticata, rimossa. Eppure pesa anche sull’Europa: il mancato ingresso della Turchia nell’Unione, ad esempio, è dipeso pure da questa frattura. Il reportage in due puntate che proponiamo mira a dare un quadro della situazione e delle eventuali prospettive di soluzione.

Per i turisti è diventata una foto irrinunciabile: la fila al checkpoint di confine, nel cuore di Nicosia. Quel varco sorvegliato dalla polizia è il simbolo dell’isola di Cipro divisa in due: l’ultima frontiera chiusa d’Europa. Ci si arriva percorrendo tutta Ledra street, la strada dello “struscio” e dello shopping della capitale, che inizia dai bastioni veneziani Si passa solo a piedi, giorno e notte. Non ci sono sbarre, ma il percorso finale è delimitato da una teoria di grossi vasi di fiori che creano un corridoio obbligato. Gli agenti sono gentili e i controlli veloci. Molto meticolosi, però. Ogni volta che si va dalla zona greca a quella turca bisogna farsi dare un visto, che viene poi annullato al rientro. Un visto per ogni passaggio, con tanto di verifica elettronica attraverso un computer collegato ai terminali dell’Interpol. Se si supera il confine tre, quattro, cinque volte anche in un solo giorno, come può capitare spesso, occorrono altrettanti “passi” distinti. Così, per evitare di riempire di timbri tutte le pagine del passaporto, il permesso viene rilasciato su un modulo separato, che può essere utilizzato sino al totale esaurimento dello spazio e poi sostituito.

File e visti a parte, non ci sono altre difficoltà. Appena si è al di là, l’ambiente non cambia molto: come lungo Ledra street, le strade, le piazzette, i vicoli sono zeppi di negozi e bar per turisti. Ma a segnalare che si è ormai fuori dall’Unione Europea ci sono subito quattro o cinque banchi di cambiavalute: qui si paga in lire turche, la moneta corrente della Repubblica di Cipro Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato sovrano soltanto da Ankara. E basta fare ancora poche decine di metri, uscendo dalla fascia frontaliera dello shopping, per rendersi conto che quel confine appena varcato è davvero chiuso e blindato. Oltre al checkpoint di Ledra, all’ombra della palazzina dell’Onu, non c’è altra via per transitare a piedi da una parte all’altra di Nicosia vecchia. Le antiche stradine che, seguendo il tessuto del centro storico, collegano la zona nord a quella sud, sono tutte sbarrate da alti muri di cemento o da massicci cancelli di ferro, con selve di filo spinato in cima. Impossibile scalarli, anche se si riuscisse ad eludere le ronde di polizia e, soprattutto, la curiosità degli inquilini delle case che arrivano sino alla barriera e che spesso finiscono per inglobarla.

Gli abitanti di questi vicoli ormai non ci fanno neanche più caso ma, a meno di non salire ai piani alti e “spiare” da una terrazza, non c’è neanche un contatto visivo con “quelli dell’altra parte” del muro. Anche se distano appena pochi passi. “Questo muro è scavalcato solo da voci e rumori. Voci anonime e i rumori tipici della quotidianità: un clacson, un motore, il battere di un martello in un’officina, l’eco di uomini al lavoro, un nome urlato. E’ lo stesso ritmo del nostro quartiere, ma è senza volti: non sappiamo a chi attribuirli questi suoni familiari, non c’è un collegamento con una persona specifica”, spiega Gamal, un anziano che vive da sempre nella Nicosia turca, vicino alla grande chiesa armena perennemente in restauro.

A Famagosta il “clima” è ancora più allucinante. Il confine passa circa un chilometro a sud dell’antico porto, quello famoso dell’ultima, strenua resistenza veneziana, guidata nel 1571 dal governatore Marcantonio Bragadin contro l’invasione ottomana. Lungo la “linea verde” segnata dall’Onu, un muro di cemento e filo spinato arriva sino al mare. Militari turchi armati lo sorvegliano 24 ore su 24. Alle loro spalle, a meno di cento metri, c’è la spiaggia esclusiva del Palm Beach, l’hotel più lussuoso e caro della città, sempre affollato di danarosi turisti russi. Le pattuglie di ronda talvolta indugiano per qualche istante ad ascoltare l’eco della musica delle feste che si tengono nei saloni o sulla battigia. Di fronte, lungo la frontiera chiusa, c’è invece il regno del silenzio: il quartiere greco abbandonato nel 1974, dopo l’invasione turca. Totalmente disabitato, è rimasto come all’indomani dell’evacuazione forzata. Edifici semidistrutti dai bombardamenti, pareti sgretolate da granate e colpi di mortaio, intonaci segnati dai combattimenti, una selva di vicoli e strade deserte e mute, una distesa di finestre inanimate, occhiaie nere e vuote, come a denunciare che non si vede un futuro.

Sono queste immagini a dire che quello che taglia Cipro è un confine vero. Peggio: una divisione dolorosa. La facilità di passaggio al checkpoint pedonale di Nicosia non si ripete se si varca la frontiera altrove. I controlli sono più meticolosi e non sono da escludere restrizioni improvvise, legate a eventuali tensioni politiche. In passato si sono verificate anche chiusure più o meno prolungate della frontiera e stranieri che avevano attraversato in precedenza il varco da nord a sud, dopo essere magari arrivati sull’isola dalla Turchia, si sono visti accusare di ingresso clandestino. Negli ultimi anni incidenti di questo genere non ne sono stati segnalati, ma resta il fatto che i greco-ciprioti non hanno mai riconosciuto la legittimità della Repubblica del Nord e permane l’ostilità nei confronti di Ankara. Così, se si viaggia in macchina l’ispezione dei documenti è estremamente accurata in entrambi i sensi e, in ogni caso, bisogna fare un’assicurazione aggiuntiva perché quella “greca” non è riconosciuta al nord e quella “turca” non ha alcun valore al sud. Non per niente le agenzie di “rent a car” si allarmano subito se si dice di voler passare il confine: “E’ più semplice – avvertono – affittare due auto, una per il nord e una per il sud”.

Il fatto è che il confine, prima che “sul terreno”, è nei cuori e nelle menti. Sofia, una studentessa universitaria di statistica in attesa di trasferirsi a Londra per un anno di master, vive a Paphos ma la sua famiglia è originaria del nord: “I miei abitavano vicino a Kyrenia. Sono stati scacciati dalla guerra, ma non hanno mai abbandonato la speranza di tornare. Mia nonna conserva ancora come una reliquia le chiavi della sua casa. Chissà chi se l’è presa quella casa. Probabilmente qualcuno dei coloni che il governo turco ha trasferito a Cipro dall’Anatolia dopo l’invasione”. E’ una ferita che non si rimargina per migliaia di greco-ciprioti. Non ce n’è uno che non consideri Cipro Nord, il 37 per cento dell’isola, un “territorio occupato” da Ankara e, dunque, la Repubblica turco-cipriota uno Stato abusivo, tenuto in piedi dall’esercito invasore. “Nessuna invasione – replica Ismail, un giovane cameriere di Famagosta – La Turchia è intervenuta d’intesa con l’Inghilterra per salvarci dalla dittatura xenofoba e ultra nazionalista che voleva unire Cipro alla Grecia, spazzando via la comunità turca. Perfino il presidente greco-cipriota Makarios, poco prima del colpo di stato che lo ha deposto e poi dall’esilio, ha denunciato questa manovra dei colonnelli fascisti di Atene e della giunta militare che avevano insediato a Nicosia”.

Sono passati quarant’anni da questi avvenimenti, ma nel sentire comune sembrano appena di ieri. Prima c’è stato, nel 1973, l’avvento al potere della giunta guidata dal brigadiere Dimitrios Ioannides, sostenuta dalla Grecia dei colonnelli. L’anno dopo, in luglio, al culmine di una serie di attentati ed atti di terrorismo, un golpe organizzato dalla Guardia Nazionale, fedelissima a Ioannides, ha costretto Makarios a fuggire a Londra, con l’obiettivo di annettere ad Atene tutta l’isola, ponendo fine di fatto all’indipendenza conquistata nel 1960 dopo una lunga, sanguinosa rivolta contro il dominio coloniale britannico. E’ seguita, pochi giorni dopo, l’invasione turca, con uno sbarco in forze a Kyrenia e il lancio di reparti di paracadutisti all’interno, intorno a Nicosia. L’intervento di Ankara – di cui Londra era stata sicuramente messa al corrente, avendo conservato tre enormi basi militari anche dopo la fine del suo mandato – ufficialmente doveva garantire l’autonomia di Cipro e l’incolumità della comunità turca. E’ diventato, invece, una delle “radici” della mai risolta “questione cipriota”. La divisione dell’isola in due Stati è nata proprio allora. Alla fine della guerra seguita agli sbarchi sulla costa settentrionale, Ankara ha insediato la Repubblica turca del nord nei territori controllati dal suo esercito, circa un terzo dell’isola. Alla Repubblica greco-cipriota, indipendente ma legatissima ad Atene, è rimasta la parte sud e Nicosia non ha mai cessato di rivendicare la restituzione dei “territori occupati”, dove negli anni, al posto dei profughi scappati al sud, circa 180 mila (poi in gran parte emigrati in vari paesi europei), sono state insediate migliaia di famiglie fatte arrivare dalle province del continente anatolico.

Questa frattura non si è mai sanata. Senza esito tutti i tentativi promossi in particolare dalle Nazioni Unite per arrivare a una riunificazione, magari in forma federale, con due Stati dotati di larghe autonomie. Una speranza si è accesa all’inizio degli anni 2000, grazie a una serie di colloqui bilaterali a Ginevra, voluti in particolare dall’allora segretario generale dell’Onu Kofi Annan e sui quali anche l’Unione Europea faceva affidamento. Le trattative hanno portato a due referendum separati perché potesse esprimersi direttamente la popolazione, uno nella Repubblica greco cipriota, l’altro in quella turca. Il voto ha confermato la spaccatura. Il nord ha scelto in massa l’unificazione (64,9 per cento), ma il no del sud è stato ancora più netto: 75,8 per cento.

Dimitrios, un tassista di Nicosia, non ha dubbi: “Era una proposta assurda. Sbagliata già nelle premesse. Basti dire che ai coloni turchi trasferiti dall’Anatolia è stato consentito di votare mentre questo diritto è stato negato ai rifugiati greci fuggiti da Cipro nel 1974. Ovvero, il referendum era aperto a nuovi arrivati che dovrebbero andarsene da Cipro e non invece a profughi che hanno perso tutto, patria e proprietà, scacciati dall’incalzare dell’esercito invasore mandato da Ankara. Anzi, se non ricordo male, nel piano di Kofi Annan non era nemmeno previsto il ritiro delle truppe turche, ancora presenti in forze, a quasi quarant’anni dalla guerra.”. “E’ stato un grosso errore”, sostengono invece Mesuf e Amira, una giovane coppia che ha aperto un piccolo complesso di bungalow a due passi da una spiaggia dove nidificano le tartarughe, nella penisola di Karpas, la “coda” dell’isola, nell’estremo nord est. E spiegano: “Era un’occasione irripetibile per chiudere questo contrasto quarantennale. Torti ed errori ce ne sono stati tanti, spesso molto gravi, da entrambe le parti. Quella dei profughi, ad esempio, è una storia dolorosissima, che ricorda un po’ la vicenda della Palestina. Però non si può stare sempre lì a rimestare e a rinfacciarsi le colpe a vicenda. Quello che serve forse è una grande operazione verità: ogni parte ammetta le proprie responsabilità e poi andiamo avanti. I problemi si risolvono guardando al futuro e non rimuginando continuamente sul passato. Il referendum avrebbe potuto essere il primo passo. Invece la proposta di unificazione è stata bocciata ed ora, nove anni dopo, siamo ancora al punto di partenza. Con due Stati, su un territorio piccolo come Cipro, che non riescono nemmeno a parlarsi”.

 (1. Continua)

(La foto è di Paola Durigon)

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