OMOFOBIA: LA PIAGA SOCIALE MAI RISOLTA.

omofobia1“Sono gay, l’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza”.

Questo è il messaggio che un 21enne gay ha lasciato prima di uccidersi a Roma, in zona Casilina pochi giorni fa. Nella capitale è il terzo caso di suicidio in 11 mesi ma, senza giungere al tragico epilogo, la cronaca degli ultimi mesi è colma di episodi omofobi e discriminatori: due ragazzi gay picchiati a Sassari, quattro a Torino, due a Bolzano e altrettanti a Roma, sette a Varese – e questo è solo un breve excursus sui quotidiani italiani risalenti a  questa estate. Per non parlare delle polemiche che si sono scatenate intorno al caso Barilla e la lunga e tortuosa strada che ha portato all’approvazione alla Camera della legge contro l’omofobia in cui, comunque, un sub emendamento assicurerebbe a le organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto” di poter esprimere liberamente il proprio pensiero discriminatorio su argomenti totalmente legittimi e personali della sfera privata di un individuo. Ci sarebbe da chiedersi, a questo punto, dove è il confine tra libertà di pensiero (sacrosanta e imprescindibile) e il diritto a poter vivere liberamente la propria natura sessuale ed affettiva.

All’estero non va meglio, addirittura in Russia il problema dell’odio e della discriminazione sull’orientamento sessuale è legittimato dai provvedimenti del governo: Putin all’inizio di quest’anno ha varato delle leggi anti-gay dal sapore nostalgico staliniano che puniscono qualsiasi atto di “propaganda” omosessuale in presenza di minori, perché ritenuta non “tradizionale”, quindi deviante, quindi pericolosa.

E’ interessante, inoltre, come lo stigma sessuale sia maggiormente legittimato e tollerato da un punto di vista sociale rispetto al razzismo: seguendo il punto di vista della cultura dell’odio e dell’ostilità nei confronti della diversità, le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, trans) vengono svilite in maggior misura perché oltre ad essere inferiori – come le persone appartenenti ad etnie differenti – sono anche considerate sbagliate e malate.

Da dove nasce la discriminazione in tema di orientamento sessuale? La società, tramite condizionamenti sociali e familiari, predispone le linee comportamentali a cui dovremmo attenerci nella vita: una bambina deve giocare con le bambole, un bambino con le macchinine; una ragazza deve avere interessi “femminili”, cercare il principe azzurro e diventare una buona mamma, un ragazzo deve avere “interessi virili”, dedicarsi al lavoro e trovare un angelo del focolare per mettere su famiglia. Tutto ciò che esula da queste aspettative sociali è deviante.

L’omofobia nasce dal pensiero eterosessista costruito secondo la logica dicotomica del giusto/sbagliato e sano/patologico per cui alla nascita si è inevitabilmente eterosessuali e, di conseguenza, l’orientamento eterosessuale è l’unico possibile; l’omosessualità rappresenta un’anormalità, una perversione, una scelta immorale che devia dalla strada dell’ammissibile. Il fatto che l’omosessualità non sia contraddistinta da caratteri fenotipici visibili, come nel caso di chi viene vessato e giudicato per la propria appartenenza etnica, rende la persona più facilmente testimone di commenti discriminatori e ciò crea maggiori difficoltà in chi si identifica in un orientamento sessuale differente da quello eterosessuale: soprattutto se questa presa di coscienza avviene in età adolescenziale – periodo di per sé già colmo di insicurezze, crisi, cambiamenti destabilizzanti.

In alcuni casi si sviluppano profondi sensi di inadeguatezza e colpa che portano la persona a vergognarsi di sé e a non accettare in prima persona le proprie preferenze sessuali ed affettive. In questo clima emotivo diventa difficile affrontare un coming-out prima di tutto interiore e poi sociale. La difficoltà nasce dai retaggi culturali omofobi, per cui messaggi di intolleranza vengono assorbiti dalla persona omosessuale sin dall’infanzia rendendogli la propria natura fonte di disagio e angoscia. Fortunatamente accade anche che l’ignoranza propria del pregiudizio verso qualcosa che è altro da sé e che si tiene a distanza (favorendo ostilità e mancata conoscenza) non sia presente ovunque e, un clima familiare accettante e aperto, unitamente ad una personalità sufficientemente risolta, pone le basi per scoprire e vivere serenamente il proprio orientamento sessuale.

E’ importante puntualizzare il carattere sociale e non individuale dell’omofobia: lo stigma sessuale è implicito nella nostra cultura, espresso da luoghi comuni e stereotipi nei confronti di persone gay e lesbiche, per quanto difficilmente si ammetta.

A prova di ciò un recente studio condotto da Vittorio Lingiardi e Nicola Nardelli mette in luce la scarsa (in)formazione in tema di omosessualità riscontrata su un campione di psicologi appartenenti a vari Ordini professionali d’Italia. Per circa il 25% degli intervistati l’omosessualità NON è una variante normale della sessualità, il 4% ritiene che l’omosessualità sia una malattia e il 60%affronterebbe un’omosessualità egodistonica con un intervento mirato a modificare l’orientamento sessuale del paziente. Quindi l’intervento non sarebbe finalizzato a comprendere le motivazioni della non-accettazione di sé ma ad indirizzare la persona verso una conversione eterosessuale.

Analogamente una persona con pensieri suicidari verrebbe incitata a togliersi la vita? Un’adolescente anoressica verrebbe approvata nella sua convinzione di dover perdere sempre più peso fino a compromettere irrimediabilmente la propria salute? Quasi sicuramente nessuno psicologo guiderebbe un paziente verso queste assurdità, ma la cultura eterofila e la scarsa informazione in fatto di orientamenti sessuali rende la situazione particolarmente allarmante.

Evidentemente la “lotta” iniziata negli anni ’70, che ha visto la – seppur tardiva – depatologizzazione dell’omosessualità non è ancora giunta a termine: quando il preconcetto e la non-conoscenza saranno sostituiti da opinioni fondate e ragionevoli,  degli psicologi in primis, potremo godere di una civiltà vera.

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