POSTDEMOCRAZIA, LIBERTA’ E INFORMAZIONE

PostdemocraziaIl concetto di postdemocrazia proposto dal sociologo Colin Crouch si rivela molto utile per spiegare la situazione diversamente democratica in cui versano ormai tutti i paesi assoggettati all’economia liberista, quindi tutto l’occidente e buona parte dei paesi emergenti. Nella postdemocrazia il potere economico, divenuto ipertrofico grazie al sistema di accumulo indiscriminato di risorse proprio del capitalismo, gestisce di fatto le strutture politiche e istituzionali, creando una condizione nella quale le regole democratiche, libere elezioni, libertà di pensiero e di stampa, non vengono annullate brutalmente come nei classici regimi dittatoriali, ma sono ridotte a sceneggiata dietro la quale c’è il controllo manipolatorio delle masse realizzato attraverso il sistema della propaganda pubblicitaria.

Il risultato è sostanzialmente una finta democrazia, o comunque una democrazia controllata pesantemente da interessi economici, con la particolarità che il sentimento comune non partecipa una lesione della propria libertà, spostando questa da presupposti etici, filosofici e politici ad altri prettamente consumistici. La libertà, stravolta in una condizione paradossale di dipendenza, nella postdemocrazia è quella di poter consumare prodotti, quali diventano l’informazione, le idee, le relazioni, i leader politici, con il vincolo, dato dal bisogno indotto al consumo compulsivo, di non mettere mai in discussione il sistema economico alla base di tale meccanismo.

Il controllo delle strutture informative di massa, la televisione, Internet, e i suoi derivati quali lo sport spettacolarizzato, i social network, da parte del potere economico è fondamentalmente gestito dalla comunicazione di carattere pubblicitario. Questa, che si presenta come promotrice di prodotti attraverso la manipolazione dei bisogni, in realtà agisce ad un livello ancor più distruttivo delle libertà individuali e sociali, divenendo strumento della propaganda globale del modello economico funzionale agli interessi delle oligarchie finanziare.

Se si accettano tali presupposti, allora diventa importante comprendere come sia pericoloso sottovalutare la forza manipolatoria, privata e sociale, della pubblicità. Oggi qualsiasi agenzia informativa è di fatto soggetta al condizionamento pubblicitario, che fornisce le uniche risorse economiche disponibili. In tal modo, per ottenere le risorse finanziarie necessarie alla gestione delle imprese informative, queste sono costrette più o meno consapevolmente a colludere con gli interessi dei loro maggiori finanziatori, gli operatori pubblicitari, e di conseguenza con i loro committenti.

Perché questa relazione agisca con efficacia è necessario che si adotti il sistema della semplificazione. Questo sistema, proprio dei messaggi pubblicitari, tende a mettere in relazione causa ed effetto in maniera superficiale, togliendo dalla valutazione le implicazioni profonde delle azioni e delle rispettive ripercussioni. La semplificazione in pubblicità è necessaria per rendere un prodotto appetibile al di la del suo reale valore. Se devo vendere un’automobile tenderò a semplificare la relazione tra il bisogno di mobilità e la sua soluzione, tralasciando opportunamente tutte le implicazioni complesse, il traffico, l’inquinamento, i costi sociali e individuali (nel 2012 ci sono stati 3650 morti e 260.000 feriti a causa di incidenti stradali), al solo vantaggio del mio interesse commerciale. Quando, attraverso la manipolazione della comunicazione pubblicitaria ho creato la dipendenza, la semplificazione avrà agito anche nel consumatore.

Si arriva così a quel paradosso della trasmissione televisiva, condotta dall’ennesimo paladino della “libera informazione”, sui disastri delle discariche di rifiuti, interrotta più volte dalla pubblicità di ennesimi inutili prodotti che, acquistati in massa grazie proprio all’interruzione pubblicitaria, una volta dismessi andranno a costituire nuovi cumuli in altre sempre più disastrose discariche.

La semplificazione si realizza come presupposto culturale con il quale si gestisce la lettura della realtà. La stessa informazione utilizza la semplificazione per rendere appetibile il prodotto notizia e a venderlo con i migliori vantaggi per il sistema globale finanziario-pubblicitario. La notizia così assume valore di oggetto manipolatorio, proponendo una semplificata relazione tra vicenda raccontata e causa della stessa. Così accade che si creano categorie merceologiche informative, il femminicidio, i suicidi da crisi economica, che servono fondamentalmente a impedire la lettura delle profonde implicazioni tra evento e causa dello stesso. In pratica i consumatori di notizie devono sentire appagato il loro bisogno d’informazione rimanendo estranei alla comprensione profonda degli eventi, come della stretta relazione tra crisi economica e sistema  liberista.

Nel processo semplificatorio s’inserisce il rapporto con Internet e la tecnologia. Internet, con le sue meraviglie, è purtroppo poco vissuto nelle sue implicazioni liberticide. Per esempio navigare “liberamente” su Internet, partecipare a eventi di rete sociale, vuol dire essere costantemente monitorati, come se uscendo per strada a fare una passeggiata si avesse sempre un pedinatore alle spalle. Il simpatico e onnipresente Google è la più grande agenzia pubblicitaria del mondo, seguita a regime dai vari social network, che monitorizza ogni azione su Internet per vendere più appropriatamente il prodotto utente. La tecnologia diventa così un enorme semplificatore della relazione tra individuo e realtà, e, una volta creata dipendenza, lo stesso soggetto manipolato tenderà a sottovalutare le implicazioni sulla propria libertà insite per esempio nell’utilizzo della geo-localizzazione del suo indispensabile smartphone.

Se si dovesse percepire un’esigenza di tutela del proprio diritto alla riservatezza e di libertà dal condizionamento manipolatorio della pubblicità, si può agire attraverso condotte attive di contrapposizione. Per esempio cercare di utilizzare informazioni fornite da media non soggetti al condizionamento pubblicitario, ridurre la propria esposizione, e quella sopratutto dei bambini, ai messaggi promozionali. Per questo è meglio per esempio guardare un film mediante un supporto di memorizzazione, o in streaming, che in televisione. Spegnere l’audio durante i messaggi pubblicitari, e magari, incarognendosi un po’, fare una “lista nera” dei prodotti che interrompono le trasmissioni seguite. Per Internet è fondamentale la considerazione che, senza escludere i grandi vantaggi che offre, la fruizione di questo sistema riduce fortemente la propria libertà diversamente da come è comunemente percepito.

Sempre per Internet, a meno di utilizzare sistemi più o meno complessi, e comunque non totalmente efficaci, di tutela della riservatezza, come per esempio la rete Tor, è opportuno tenere costantemente a mente che ogni attività viene letta, interpretata e gestita da terzi più o meno rispettosi dei diritti degli utenti. Conoscere meglio la tecnologia che si utilizza è molto importante per non viverla passivamente, come è necessario smitizzare i servizi offerti da Internet, per esempio Wikipedia, che, se pur spesso utili, non sono esenti da fenomeni di oscurantismo o di condotta discriminatoria.

Ma al di la di considerazioni prettamente tecniche e di riservatezza, Internet non può garantire partecipazione democratica in quanto luogo di virtualizzazione dell’esperienza globale di relazione. Internet è un grande spazio di comunicazione che non crea esperienza reale, perpetuando essenzialmente messaggi di negazione e conferma, mi piace-non mi piace, alla cui base c’è il sistema di manipolazione propagandistica che determina la formazione delle ipotesi di scelta. In sostanza l’equazione Internet uguale libertà è una grossa bufala, spinta purtroppo anche a livello politico, soprattutto dai vari giovanilisti che tendono ad accaparrarsi l’attenzione positiva delle nuove generazioni che, avendo meno strumenti critici da utilizzare, sono maggiormente sottoposti alla manipolazione culturale del sistema comunicativo globale.

In politica per esempio, quando si va a votare, considerando comunque la dignità libertaria delegittimante del non voto, si dovrebbe fare attenzione a valutare il prodotto che viene presentato decurtandolo di tutte le insignificanti sovrastrutture pubblicitarie, quali la personalizzazione, la “simpatia”, l’aspetto fisico, l’età, concentrandosi sulla reale proposta politica. Si vedrebbe allora che la quasi totalità delle indicazioni mirabolanti di “cambiamento”, “innovazione”, “rottamazione”, e addirittura di “sinistra” e “rivoluzione”, sono tutta fuffa, manipolazione dietro la quale c’è il nulla se non il garantire la tutela degli interessi dell’oligarchia economica.

Sempre in politica la situazione postdemocratica determina una necessaria contrazione della partecipazione democratica che si realizza adottando sistemi elettorali che assicurino il predominio delle organizzazioni forti, quelle più compromesse con il potere economico. Questo avviene, in nome di altri feticci comunicativi, la governabilità, la  riduzione dei costi della politica, attraverso sistemi liberticidi  di rappresentanza elettorale che adottano concentrazione di potere attraverso la riduzione dei rappresentanti, premi di maggioranza e barriere di minoranza. Lo scopo di tali procedure sostanzialmente antidemocratiche è quello di liberare sempre di più il dibattito politico da influenze critiche e conflittuali e procedere verso la migliore governabilità, quella della dittatura.

Il messaggio pubblicitario, che come abbiamo visto controlla l’informazione, la cultura e la politica, dice fondamentalmente sempre la stressa cosa, “consuma e sarai felice”, e solo chi accetta questa proposta potrà presentarsi vincente nel teatro ridotto a farsa della politica, dell’informazione, della religione e di ogni ambito rappresentativo, della postdemocrazia.

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