SOMALIA: UN CONTO APERTO PER L’ITALIA E PER L’EUROPA

Italian_east_africa_map1936 Il 26 febbraio, organizzato dal Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) – in collaborazione con la Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), l’Associazione per l’aiuto alle donne e ai bambini somali e la Camera di Commercio italo-somala – si è svolto a Roma un convegno sul tema “Somalia: scenari attuali e prospettive di sviluppo”. I gravi problemi, le situazioni, gli auspici emersi dall’incontro offrono lo spunto per una riflessione sulla difficile situazione che sconvolge la Somalia da decenni, contribuendo a destabilizzare l’intero Corno d’Africa, una regione con cui l’Italia ha profondi legami storici e, anzi, un vero e proprio conto aperto per i suoi trascorsi coloniali. Non a caso, proprio in queste ultime settimane è stata sollecitata a interessarsi con più continuità ed efficacia ma, soprattutto, con uno spirito diverso, del suo ex “impero africano”: la Libia, l’Etiopia, l’Eritrea e, appunto, la Somalia, dalle quali arrivano ogni anno decine di migliaia di profughi, costretti a fuggire da guerra e persecuzioni, fame, carestia e sottosviluppo. Sarebbe, ha ammonito l’Ue, un modo anche per riconsiderare il passato e risarcire lo sfruttamento a cui sono stati sottoposti questi paesi.

A oltre 20 anni dal golpe che ha rovesciato la dittatura di Siad Barre e provocato l’implosione del Paese, la Somalia resta disgregata e pressoché ingovernabile. Alla guida dello Stato c’è per la prima volta dal 1991 un presidente eletto, Hassan Sheik Mohamud, professore ed attivista per i diritti umani, che nel settembre 2012 ha sconfitto a sorpresa il presidente uscente Sharif Sheik Ahmed, nominato nel 2009 ed esponente delle Corti Islamiche moderate. Nel suo discorso di insediamento, Hassan Sheik ha dichiarato che intende basare il suo mandato su stabilità, ripresa economica, riconciliazione e unità nazionale, servizi alla popolazione, partnership internazionale. Ribadisce questo programma in tutti i suoi incontri con le cancellerie occidentali. Lo ha fatto qualche mese fa anche nel colloquio avuto con l’allora premier Enrico Letta, durante la visita ufficiale in Italia che, in nome dei “profondi legami storici tra Roma e Mogadiscio”, gli ha offerto l’occasione per sollecitare una maggiore solidarietà da parte del nostro Paese e per prospettare agli imprenditori italiani la possibilità di investimenti e lavoro in Somalia.

Nonostante la fiducia e il sostegno assicurato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dall’Unione Africana, tuttavia, il governo centrale di Mogadiscio in realtà non riesce a controllare e ad esercitare la sua autorità su tutto il territorio nazionale; restano forti tendenze autonomiste o addirittura secessioniste in regioni chiave come il Somaliland, il Puntland e il Giubaland; la situazione economico-finanziaria è drammatica; la sicurezza aleatoria, estremamente precaria, minata dall’azione dei gruppi armati terroristi che fanno capo al movimento islamico Al Shabaab, legato ad Al Qaeda. Non a caso – come ha riferito Franco Frattini, ex ministro degli esteri italiano – l’Italia finora ha preferito non riaprire la sua ambasciata. Senza risultati concreti (per ammissione dello stesso Frattini, che ne fu tra i promotori) le missioni di addestramento della polizia e dell’esercito somalo condotte dall’Italia.

La prima necessità, dunque, è quella di arrivare a una stabilizzazione politico-istituzionale, che garantisca un sufficiente livello di sicurezza, come premessa indispensabile per un programma di recupero e ricostruzione economica e sociale. Basti rilevare che, dall’inizio dell’anno, si sono avuti nella stessa Mogadiscio due grossi attentati, rivendicati da Al Shabaab, con decine di morti e feriti gravi: il primo con due autobombe fatte esplodere davanti all’hotel Jazeera, vicino al quartier generale dell’Onu, e il secondo all’aeroporto internazionale.

“E’ un circolo vizioso – ha sottolineato Frattini – La povertà, la carestia, il gravissimo disagio economico alimentano la destabilizzazione e la precarietà; mentre l’instabilità politica e la scarsa sicurezza impediscono l’attuazione di adeguati programmi economico-finanziari e bloccano eventuali investimenti dall’estero per combattere la povertà e progettare nuove, credibili forme di sviluppo. L’Italia sta facendo la sua parte, ma non basta. E’ un problema da affrontare come Europa”.

Giampaolo Contini, direttore dell’ufficio Cooperazione del ministero degli esteri, ha confermato questa valutazione: “La Somalia attraversa da anni una situazione di precarietà e vulnerabilità estreme. Non a caso risulta tra i cinque paesi più disastrati del mondo (carestia, gravissima carenza di risorse anche per l’alimentazione di base, assenza di sicurezza, guerra civile e instabilità politica, rischio di secessioni). Sono vitali, anzi, risultano addirittura la voce più importante del Pil, le rimesse dei somali della diaspora. In pratica, però, questo denaro finisce per essere impiegato esclusivamente per la sopravvivenza delle singole famiglie: non viene convogliato sui processi di sviluppo. Il contesto politico ed economico-sociale è drammatico. Per uscirne va varato e sostenuto una sorta di ‘New Deal per la Somalia’, fatto di supporto alla creazione di una stato federale che tenga insieme tutte le regioni, vincendo le tendenze separatiste, e, nello stesso tempo, caratterizzato da aiuti diretti alla popolazione”.

Marco Raffaelli, dell’African Medical Foundation, ha allargato il discorso, andando alle radici del problema: “Parliamo sempre di Somalia ma in realtà, come non c’è una sola Africa ma più ‘Afriche’, così bisognerebbe parlare di ‘Somalie’. Ci sono nel paese situazioni molto diverse a seconda delle regioni. Tanto diverse e gravi da mettere spesso in discussione la stessa unità nazionale”. Si tratta, per usare l’efficace espressione di Raffaelli, di almeno 4 “Somalie”.

Il Somaliland (già colonia britannica) non ha mai fatto mistero della sua vocazione autonomista o addirittura indipendentista.

Il Puntland, dopo anni di contrasti, attraversa ora un discreto grado di stabilità, ma anche qui il governo regionale non perde occasione per prendere le distanze da Mogadiscio, manifestando una crescente volontà autonomista.

Il Centro-Sud, con il Giubaland, rappresenta la situazione più difficile. E’ l’area dove le milizie di Al Shabaab sono più forti e dove meno si avverte ed anzi viene apertamente rifiutata e combattuta l’autorità del governo di Modagiscio.

Mogadiscio. Il governo centrale controlla stabilmente la capitale e le aree urbane, il porto, l’aeroporto e in parte le principali vie di comunicazione, ma anche qui nelle campagne è forte (come hanno denunciato alcuni somali della diaspora durante il dibattito: ndr) la presenza minacciosa dei ribelli Al Shabaab. Lo confermano gli ultimi attentati condotti proprio nella capitale, con numerose vittime.

Si parla di supporto al federalismo, come sbocco più adeguato al processo messo in atto con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Europa, per arrivare a nuove elezioni democratiche nel 2016. “La realtà sul terreno, come dimostrano le forti differenze  e le radicate ‘incomprensioni’ tra le varie regioni – ha denunciato Raffaelli – contrasta fortemente con questo piano, basato su riconciliazione e federalismo. Si riuscirà ugualmente ad attuarlo? Sono due i problemi o, per meglio dire, gli ostacoli principali: l’assetto istituzionale e la sicurezza”.

Assetto istituzionale. Ci sono grosse difficoltà tra il Governo Federale di Mogadiscio e le “autorità regionali”. In particolare con il Somaliland, il Puntland e il Giubaland. Senza contare i rapporti ancora più difficili, incerti e pericolosi con tutta una serie di “sedicenti organizzazioni territoriali” sostanzialmente incontrollabili. Se non si riesce a superare almeno in parte questa serie di difficoltà, la partita è praticamente persa in partenza.

Sicurezza. Negli ultimi tempi si sono registrati dei miglioramenti, soprattutto nella zona di Mogadiscio. E’ proprio di queste settimane una nuova offensiva contro le milizie di Al Shabaab condotta dall’Amisom, il contingente militare inviato in Somalia dall’Unione Africana, in collaborazione con l’Etiopia. Ogni ottimismo è tuttavia infondato: è meglio restare molto cauti. Al Shabaab è ancora molto forte, specie nel centro sud: si è ritirata dai centri urbani (a cominciare da Mogadiscio e poi da Chisimaio, nel Giuba meridionale, importantissima per il suo porto, il secondo del paese), ma controlla completamente le zone rurali e i villaggi e si è estesa anche negli stati vicini, dove continua a reclutare adepti. Anzi, è in grado di sferrare attacchi micidiali persino oltre confine, come dimostra la strage recente nel centro commerciale di Nairobi, in Kenya, che fa il paio con gli ultimi attentati messi a segno a Mogadiscio. E il suo radicamento in certe fasce della popolazione resta profondo. Per capirne le ragioni vale la pena ripercorrerne la storia.

Al Shabaab nasce come costola estremista delle Corti Islamiche tradizionali che controllavano larga parte del paese. Nella fase iniziale, grossomodo nel 2005/2006, non contava più di qualche centinaio di adepti, forse da 300 a 500. La sua escalation ha preso il via dall’intervento militare etiopico in Somalia nel 2006, la guerra condotta da Addis Abeba su imput del presidente americano George W. Bush, nell’ambito della cosiddetta “lotta al terrorismo islamico internazionale” “Il popolo somalo – sostiene Raffaelli – ha vissuto quella guerra come una invasione e una ingerenza esterna da parte di una potenza straniera ostile. Di fronte all’esercito etiope, le Corti Islamiche, che detenevano il potere, si sono rapidamente ritirate. Sono rimaste sul campo a contrastare gli invasori soltanto le milizie di Al Shabaab. Questa scelta ha procurato grande consenso e simpatia tra la popolazione al movimento islamico radicale, che infatti ha visto rapidamente ingrossare le proprie fila, con l’adesione di migliaia di combattenti e volontari”.

Questo vasto, crescente consenso popolare – insieme ai successi militari conseguiti sul campo contro l’esercito etiope – ha portato di fatto all’annullamento dell’accordo di Nairobi, che nel 2004 aveva portato a un equilibrio tra il governo provvisorio di Mogadiscio e le Corti Islamiche, dividendo con estrema cura le cariche governative e parlamentari secondo la “gerarchia” dei vai clan, maggiori e minori. Al Shabaab ha conquistato il controllo quasi totale del territorio, specie nel centro sud e nel Giubaland e lo stesso contingente militare inviato dall’Unione Africana, i cosiddetti “caschi verdi”,  è stato costretto di fatto a concentrarsi sulla sola Mogadiscio.

Nel 2008 , sotto l’egida dell’Onu e con la mediazione di numerosi “attori” (Unione Europea, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Gibuti, Arabia Saudita, Lega degli stati arabi e Conferenza Islamica) è stato siglato un nuovo accordo tra il Governo di transizione insediato a Mogadiscio e l’Ars (l’Alleanza per la liberazione della Somalia). Il primo passo avrebbe dovuto essere una tregua d’armi, premessa per il ritiro delle truppe di Addis Abeba dal paese. Gran parte delle Corti Islamiche, ormai controllate da Al Shebaab, hanno però rifiutato questa intesa, rilanciando la guerriglia e confermando il controllo di gran parte del territorio. Da questo momento, tuttavia, è iniziata la parabola discendente per le milizie fondamentaliste. A causa di una feroce faida interna sfociata in una vera e propria guerra intestina, che ha portato all’eliminazione fisica di buona parte dei leader. E, ancora, a causa di due errori enormi: il primo di carattere militare, l’altro politico-sociale.

Errore militare. Abbandonando la tecnica della guerriglia e del controllo diffuso del territorio che l’aveva portato al successo, Al Shabaab ha accettato lo scontro in campo aperto con l’esercito nazionale e, soprattutto, con i contingenti dell’Amison. Prive di armi pesanti, strutture logistiche, sistemi di comunicazione moderni, ecc. le milizie islamiche hanno avuto la peggio.

Errore politico-sociale. Nella primavera del 2011 la Somalia è stata sconvolta da una delle peggiori siccità della storia, che ha portato a una carestia terribile, con milioni di sfollati, migliaia e migliaia di morti per inedia, intere folle rifugiate nei campi profughi allestiti in Etiopia, in Kenya, in Uganda e, al di là del Mar Rosso, nello Yemen. Di fronte alla mobilitazione internazionale, Al Shabaab ha respinto ogni offerta di aiuto, ha impedito materialmente che medici e viveri varcassero i confini nazionali, ha negato l’emergenza e addirittura che il Paese fosse sconvolto da una carestia senza precedenti. Questa chiusura totale, mentre la gente era alla fame e ogni giorno morivano soprattutto bambini e anziani, ha alienato in breve al movimento le simpatie della popolazione.

Si è arrivati così a una trasformazione politico-militare, che ha portato ad esaltare le ali più radicali ma ha in definitiva indebolito il movimento, costringendolo a “uscire” dalle aree urbane. La prima ad essere abbandonata è stata la capitale, Mogadiscio. Lo stesso è accaduto poi nel sud con Chisimaio, nel Giubaland. Le milizie si sono disperse nel territorio ma, lungi dall’essere state definitivamente sconfitte, sono riuscite a radicarsi nelle aree rurali per poi ramificarsi anche nei paesi vicini. Per Al Shabaab è stato un duro colpo anche sotto il profilo economico. Il controllo del porto di Chisimaio consentiva un enorme volume di entrate, sotto forma di tasse sul movimento delle merci: una “tassazione col consenso”, l’ha definita Raffaelli, che si andava ad aggiungere ai finanziamenti provenienti da diversi paesi islamici fondamentalisti. I contributi in denaro dall’estero non sono cessati: continuano ad affluire grossomodo con consistenza immutata. Si è però ridotta notevolmente la possibilità di “autofinanziamento”, oggi assicurata soprattutto da forme estorsive, attuate sotto la minaccia delle armi, del ricatto e della violenza. Non è invece diminuita la capacità di proselitismo. Anzi, come si è accennato, si è estesa ad altri paesi della regione. In particolare al Kenya, favorita dalla forte componente di origine somala della popolazione. II reclutamento, tuttavia, non si basa tanto su fattori di origine etnica quanto, invece, religiosa e sociale. I nuovi adepti provengono soprattutto dalle fasce più deboli ed emarginate della popolazione: come altri gruppi fondamentalisti, Al Shabaab, in definitiva, sfrutta situazioni di palese ingiustizia sociale e politica, trascurate o addirittura favorite dalle scelte dei vari governi “ufficiali”, spesso nell’indifferenza o addirittura con il favore e il consenso delle potenze occidentali.

Questo suggerisce anche la possibile strategia per vincere la battaglia contro Al Shabaab. Strategia basata sul principio-constatazione che l’unica possibilità di battere il fondamentalismo islamico è che a opporsi e a contrastarlo siano gli stessi islamici. A dieci anni dall’accordo di Nairobi la situazione è profondamente mutata. Nel 2004 a Mogadiscio c’era il debolissimo Governo di transizione, ma nel paese non c’era ancora il terrorismo. E’ stato un grave errore non valorizzare e non stimolare confronti con le Corti Islamiche, per poter arrivare a una collaborazione più completa e convinta e, in definitiva, a quella “riconciliazione nazionale” ritenuta ormai la premessa indispensabile per la ricostruzione del Paese. Il Governo attuale, sostenuto dagli Usa e dall’Europa, ha la possibilità di rafforzarsi, ma c’è il terrorismo e i problemi di instabilità si sono estesi: non riguardano più solo la Somalia ma l’intero Corno d’Africa e oltre, a partire dal Sudan e fino addirittura allo Yemen. Spesso con la complicazione di interventi autonomi e incontrollati di questa o quella nazione che cerca di affermare la propria supremazia regionale in ordine a varie situazioni e a contrasti di tipo economico, politico, territoriale, ecc. Valgano ad esempio certe iniziative recenti dell’Uganda o del Kenya, sia politiche che militari, in Somalia e non solo. Allora – è la “ricetta” di Raffaelli – bisognerebbe muoversi su tre fronti:

– continuare, da parte dell’Occidente e dell’Europa in particolare, il programma di cooperazione internazionale, rivolgendosi però direttamente alle popolazioni più che agli organismi istituzionali e, in definitiva, al “potere”.

– Incoraggiare la stabilità politica ed economico-finanziaria e favorire nel più breve tempo possibile il ristabilimento di un livello minimo accettabile di sicurezza.

– Ridurre le iniziative e le “influenze” incontrollate di singoli paesi della regione i quali, più che a mirare alla stabilità, puntano ad affermare spesso la propria egemonia.

Il tutto tenendo sempre ben presente che gli attori principali, i protagonisti del cambiamento, devono restare i somali. Non gli “europei”. Quasi implicitamente a dire: i risultati di certe scelte, come le azioni e le guerre scatenate per “l’esportazione della democrazia”, sono sotto gli occhi di tutti.

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