“SENZA TERRA NON C’E’ VITA”: LOTTA CONTADINA IN SENEGAL

Ladri di terre“Senza terra non c’è vita”. E’ il grido con cui Actionaid, una Ong da anni impegnata nella lotta contro la fame, il bisogno, l’analfabetismo, per migliorare le condizioni di vita di milioni di persone nel Sud del mondo, denuncia quello che ritiene l’ultimo grave episodio di land grabbing in Africa: l’ultimo caso di occupazione delle terre agricole migliori da parte di grandi società multinazionali, con l’avallo dei governi centrali ma contro la volontà e gli interessi delle comunità locali che da sempre quelle terre le possiedono e le lavorano. E alla denuncia Actionaid unisce l’appello ad aderire ad una petizione: chiede una valanga di firme per bloccare il progetto.

E’ in gioco – sostiene l’associazione – la sorte di migliaia di famiglie di contadini e pastori che rischiano di essere scacciati dai campi che coltivano da generazioni: gli artefici di un’agricoltura che consente loro di vivere con un minimo di dignità. E c’è il timore che, ancora una volta, venga fortemente impoverita la produzione per i fabbisogni alimentari della popolazione a favore di colture industriali destinate all’esportazione per l’industria e gli interessi dei “paesi ricchi” del Nord del mondo. Accade in Senegal, nella riserva boscosa di Ndiael, nel nord ovest del Paese. Da una parte oltre novemila persone, praticamente tutti gli abitanti di 37 villaggi. Dall’altra la Senhuil Senethanol, un’azienda che fa capo essenzialmente al Tampieri Financial Group, una società con sede a Faenza, in Romagna.

La controversia si trascina da anni: l’hanno sollevata e resa nota a livello internazionale organizzazioni come l’italiana Re Common, Grain e la rete Land Reflection Action Group. Tutto inizia nel 2010, quando il Consiglio rurale di Fanaye assegna alla società Senhuil Abe Italia una concessione di 20 mila ettari nei pressi della città di Podor, lungo il fiume Senegal. Obiettivo: avviare vaste colture di patata dolce, da trasformare in biocarburante destinato al mercato europeo. Tempo pochi mesi ed esplode la protesta. Guidati dal Collettivo per la difesa delle terre, i piccoli agricoltori e allevatori della zona contestano la decisione presa dai consiglieri della Comunità Rurale. “Questo progetto – accusa il Collettivo, rilevando tra l’altro che la popolazione non è stata né informata né tantomeno consultata – comporta lo spostamento forzato di numerosi villaggi, la distruzione di migliaia di ettari di foresta, la perdita di una grande quantità di bestiame, la profanazione di un cimitero e di una moschea, oltre alla perdita del lavoro per gli agricoltori e gli allevatori, poiché i 20 mila ettari prescelti rappresentano una superficie essenziale per le colture e per il passaggio o il pascolo delle greggi”. Ne nasce una serie di violenti scontri con le forze di sicurezza, che provocano almeno tre vittime e numerosi feriti, ma che, nel 2011, inducono l’allora presidente senegalese Abdoulaye Wade a sospendere il progetto e la stessa concessione.

Sembra fatta, ma nel 2012 il programma viene recuperato con l’avallo del nuovo presidente Macky Sall. Ora si chiama progetto Senhuil Senethanol, dal nome di una società controllata per il 51 per cento dal gruppo Tampieri e per il rimanente 49 per cento dalla Senethanol, con sede in Senegal ma “creata – rileva Re: Common – con fondi del gruppo di investimento Abe Italia (75 per cento) e dall’imprenditore senegalese Gora Seck”. Cambiano anche i terreni concessi: sempre 20 mila ettari, ma situati nella riserva di Ndiael, ceduti per un periodo di 50 anni. E cambia il tipo di produzione: non più patate dolci destinate ad essere trasformate in biocarburante ma semi di girasole per l’olio. E’ proprio questa nuova coltura che il presidente adduce come giustificazione per il nulla osta: si tratta – affermano sia il Governo che Gora Seck – di un progetto agricolo-industriale per produrre semi oleosi da esportare ma anche riso e arachidi per il consumo locale. “Ancora una volta, in realtà, la popolazione è stata tenuta all’oscuro di tutto”, protesta però il Collettivo, a nome dei 37 villaggi della zona coinvolti. E aggiunge: “Chi si può fidare di questi investitori? Prendono le nostre terre, prendono le nostre vite, ci circondano al punto che il nostro bestiame, la fonte del nostro sostentamento, non può più pascolare. E tutto questo per cosa?…”.

La Tampieri di Faenza, chiamata in causa dalla petizione promossa da Actionaid, respinge l’accusa di accaparramento delle terre. Giovanni Tampieri, amministratore delegato del gruppo, in una dichiarazione resa a Emanuela Stella, di Repubblica, in linea con gli impegni illustrati da Gora Seck, ha spiegato: “Ci si vuole trascinare a forza nella questione del land grabbing, che però non ci riguarda. Noi non rubiamo terre, ma anzi stiamo facendo qualcosa di utile per la popolazione locale e per tutto il Senegal, aiutandoli a produrre i generi alimentari di cui hanno necessità. Al momento lavoriamo soltanto per il mercato interno senegalese: non abbiamo esportato nulla, se non campioni per il controllo qualità. Viste le necessità attuali del Senegal, stiamo iniziando a produrre riso, principale bene di consumo del paese, che è costretto a importarne il 70 per cento. In seguito produrremo mais, sempre per il mercato interno, perché anche di questo c’è una pesante importazione destinata all’alimentazione del bestiame. Infine stiamo iniziando a verificare la possibilità di coltivare arachide da seme da destinare all’uso degli agricoltori senegalesi, cosa che ci è stata chiesta dal Governo: l’arachide è uno dei principali prodotti senegalesi. Non solo. Quando arriviamo vicino ai villaggi, lasciamo ampie zone a disposizione della popolazione, fornendo anche servizi di pronto soccorso, scuole, luoghi per il culto, zone di pascolo da noi irrigate per alimentare il loro bestiame Non è vero che precludiamo l’accesso all’acqua: abbiamo cercato di scavare pozzi ad uso delle popolazioni, ma ci siamo scontrati con la loro opposizione, in quanto sono convinti che sia opportuno ridurre il nostro impatto al minimo”.

Un comunicato diffuso successivamente dalla società ribadisce che il progetto base “prevede la coltivazione di girasole per uso alimentare, destinato sia al consumo locale che all’esportazione verso lo stabilimento italiano” ma, su invito del Governo, si è deciso di puntare anche su riso, mais e arachidi. Aggiunge che la realizzazione del programma “al momento consente di dare lavoro a circa 250 famiglie in loco” e che nello scorso gennaio “è stato sottoscritto un protocollo d’accordo tra la Senhuile e il collettivo dei villaggi della comunità rurale di Ngnith, che conta 1200 abitanti, nel quale le parti si impegnano ad operare per una coabitazione pacifica e una franca collaborazione”. Non si specifica, tuttavia, né l’entità del canone annuo versato allo Stato per ogni ettaro di terreno ottenuto in concessione, né l’ammontare del salario giornaliero o mensile dei contadini assunti, le condizioni di lavoro, ecc. Mentre l’associazione Re Common insiste che “le comunità di Ngnith hanno espresso la loro più netta avversione nei confronti del progetto”. Sembrerebbero profilarsi, insomma, due atteggiamenti contrastanti: quello delle “autorità” ufficiali del collettivo e quello della gente comune.

Actionaid, per parte sua, conferma la sua decisa contestazione, dandole anzi una dimensione internazionale attraverso la petizione promossa insieme a Re Common e al Collettivo di difesa della riserva di Ndiael ma sostenuta anche da Peuple Solidaire, Grain, Oakland Institute, il Conseil National de Concertation et de Cooperation del Rurauw. L’ultimo appello è recentissimo: risale alla fine di marzo. “Il fatto che la maggioranza della popolazione locale si opponga al progetto – ha dichiarato a Repubblica Roberto Sensi, responsabile dell’ufficio per il diritto al cibo di Actionaid – evidenzia il conflitto sull’uso di quella terra. Prevale l’interesse privato su quello collettivo. Inoltre, i rischi per la sicurezza alimentare e l’ambiente denunciati dal Collettivo di Ndiel, una valutazione di impatto ambientale e sociale realizzata solo a lavori avviati, il venir meno degli impegni assunti dall’azienda nell’agosto del 2012 con le comunità per la realizzazione del progetto nell’area concordata, sono tutti elementi che configurano questo investimento come di land grabbing”.

Certo è che nel Senegal la cessione di terre coltivabili a grandi gruppi multinazionali sta subendo un’escalation rapidissima: anche per questo, forse, la contestazione nella riserva di Ndiel è così decisa e radicale. Secondo un’indagine condotta da Re Common e da Grain, dai 168 mila ettari assegnati alle società dell’agrobusiness nel 2008 si è saliti nel 2012 a quasi 850 mila, pari al 16,5 per cento dell’intera superficie coltivabile. Il tutto in un paese che deve importare il 50 per cento del cibo necessario per il fabbisogno alimentare di base e dove quasi il 30 per cento degli abitanti soffrono la fame o comunque non sono in grado di assicurarsi un’alimentazione regolare sufficiente. Ed è, questa del Senegal, solo una goccia nel mare enorme del land grabbing in tutta l’Africa a favore delle multinazionali occidentali o di nazioni emergenti come la Cina, l’India o il Brasile. Basti ricordare che, stando alla “mappa” più recente, nei paesi in via di sviluppo, soprattutto africani, ai piccoli agricoltori sono stati strappati dai 60 agli 80 milioni di ettari da parte di potenze agroalimentari o finanziarie internazionali. Una superficie pari a oltre 46 volte quella del Lazio o a più del doppio dell’Italia intera. (2. continua)

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