SFIDA ALL’ITALIA PER LA “NUOVA ERITREA”

SFIDA ALL'ITALIA PER LA “Il nostro coordinamento, che riunisce diversi gruppi della diaspora in Italia, si pone come alternativa alla dittatura di Isaias Afewerki, per la costruzione di un’Eritrea libera, democratica, rispettosa dei diritti di tutti, aperta al mondo. Chiediamo al Governo italiano di considerarci un interlocutore valido, un soggetto politico a tutti gli effetti, per le scelte e i progetti che riguardano il nostro Paese. A cominciare dal Processo di Khartoum sull’immigrazione e, più in generale, dal ritrovato interesse di Roma e dell’Unione Europea per il Corno d’Africa”.

L’intervento di Siid Negash è forse la novità di maggior interesse emersa nella conferenza stampa sul processo di Khartoum, promossa alla Camera dal Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos. Altri protagonisti dell’incontro hanno fatto emergere e denunciato le contraddizioni e gli inspiegabili silenzi che circondano questo strano “processo”, presentato dalla Farnesina quasi come una “rivoluzione” per la politica migratoria italiana ed europea. Ma le parole di Siid sono risuonate come una frustata in faccia al vertice convocato a Roma dai ministri Paolo Gentiloni (esteri) e Angelino Alfano (interni) con la dittatura eritrea, con quella del Sudan e con gli altri Stati del Corno d’Africa e del Maghreb, le regioni da cui arrivano o che sono attraversate dai profughi in fuga verso l’Europa.

Chiunque segua la vicenda dell’Eritrea – soggiogata da un regime che ne ha fatto uno stato prigione tra i più poveri del mondo, dove è bandita ogni libertà, con migliaia di prigionieri politici, isolato dalla comunità internazionale, sotto accusa per la violazione costante dei diritti umani, sospettato di armare o comunque sostenere gruppi fondamentalisti come Al Shabaab – non può non cogliere la portata di questa novità sollevata da Siid Negash, che segna una svolta forse decisiva. In più occasioni, parlando dell’Eritrea, parlamentari e funzionari della Farnesina hanno lamentato che colloquiare con il governo di Afewerki sarebbe una scelta pressoché obbligata. “Manca – dicevano – un punto di riferimento capace di rappresentare l’opposizione democratica”. In parte era, in realtà, soltanto un alibi, ma in parte era vero. Ora si profila un cambiamento: il Coordinamento Eritrea Democratica si propone come interlocutore per tutti gli “affari eritrei”, in alternativa alla dittatura al potere ad Asmara, a nome, se non di tutta, di buona parte della diaspora presente nella penisola, superando i contrasti, che pure non mancano, tra i vari gruppi della resistenza. E può diventare un modello per la diaspora insediata negli altri paesi europei, negli Stati Uniti, in Canada.

Siid Negash ha posto l’accento su questi aspetti di rappresentanza unitaria asserendo che il primo test per valutare l’orientamento del Governo italiano può essere proprio la sua disponibilità a confrontarsi sul Processo di Khartoum, al quale l’Eritrea è particolarmente interessata: basti ricordare che sono eritrei oltre un terzo dei 150 mila profughi sbarcati quest’anno in Italia. “Noi siamo convinti – afferma Siid, ampliando le dichiarazioni fatte nel corso della conferenza alla Camera – che Afewerki strumentalizzerà l’apertura di credito che gli ha offerto la Farnesina con il viaggio fatto dal viceministro Lapo Pistelli nel Corno d’Africa lo scorso luglio ed ora con il Processo di Khartoum: cercherà in tutti i modi di sfruttare questa opportunità per rafforzare il suo potere e uscire dall’isolamento in cui lo hanno confinato gli Stati democratici. E non mancherà di convogliare a favore del regime le eventuali risorse economiche che dovessero arrivare ad Asmara. Ora, noi non siamo contrari a priori che l’Italia e l’Europa aprano un confronto anche con l’Eritrea di oggi. Purché sappiano bene, però, con chi hanno a che fare. Purché, cioè, siano loro, Roma e Bruxelles, a condurre il gioco, ponendo alcune irrinunciabili condizioni preliminari. Ad esempio, chiedendo di abolire il sistema del partito unico e di reintrodurre la competizione tra più formazioni politiche; di ridare voce alle forze di opposizione; di indire al più presto elezioni democratiche; di concedere la libertà di opinione e di stampa, di liberare tutti i prigionieri politici, di bandire le persecuzioni ideologiche e religiose. In una parola, di attuare la costituzione varata nel 1997 ma mai attuata. Fermo restando che se il regime non accetta queste condizioni non c’è possibilità di dialogo. Se l’Italia e l’Europa imboccheranno questa strada, avranno tutto il nostro sostegno. Ma fuori da questo schema l’apertura di credito concessa ad Afewerki ci appare ingiustificabile e cercheremo di contrastarla con tutte le nostre forze”.

Siid non lo dice apertamente, ma sembra emergere un messaggio chiaro. La nuova Eritrea libera e democratica non può che nascere da una svolta radicale. Da una “resa dei conti” con Afewerki e gli altri principali esponenti del governo. La speranza è che a questo appuntamento si arrivi non attraverso una guerra ma in modo pacifico, con una operazione di verità e giustizia sul tipo di quella condotta da Mandela in Sud Africa, senza spargimenti di sangue e senza il rischio di balcanizzare il paese con una faida di tutti contro tutti. Sta all’Italia e all’Europa decidere quale via imboccare. Gli accordi al buio con Asmara non appaiono in grado di portare a una soluzione pacifica la lotta contro il regime: hanno piuttosto il sapore del sostegno al “dittatore amico” per garantirsi certi equilibri geopolitici o magari interessi economici, sulla scia della mentalità neocoloniale che sembra riaffacciarsi pericolosamente nelle politiche del Nord nei confronti del Sud del mondo.

Anche il Processo di Khartoum ha almeno in parte questo sapore. Tutto il progetto appare una specie di oggetto misterioso. Dal vertice interministeriale organizzato dalla Farnesina non è emerso all’esterno nulla di preciso sui contenuti né sugli obiettivi concreti o sugli interventi a breve o medio termine. I comunicati ufficiali si limitano a impegni generici o a qualche più che ovvia affermazione di principio del ministro Gentiloni sulla necessità di cambiare rotta nelle politiche migratorie e di intensificare la lotta contro il traffico di esseri umani. “Alzare muri – hanno dichiarato all’unisono Paolo Gentiloni e il suo omologo tedesco, Frank Walter Steinmeier – non è una risposta al grande problema dei rifugiati. La chiave è stabilizzare le aree di crisi, sviluppare le economie dei paesi d’origine dei profughi e creare negli Stati africani disposti ad accogliere i migranti in transito, strutture dove esaminare le richieste di asilo”. Giustissimo: non potrebbe essere altrimenti, alla luce della catastrofe umanitaria a cui stiamo assistendo inerti, con migliaia e migliaia di persone allo sbando e un bilancio, solo quest’anno, di 3.600 morti, spariti in fondo al Mediterraneo o nel deserto africano. Mancano però indicazioni operative precise: ci si è limitati a dire che per gli interventi concreti, immediati o a media scadenza, verranno predisposti “progetti specifici in tempi ravvicinati”. Neanche una parola per chiarire di cosa si tratti.

A scavare un po’, emerge che si starebbe pensando di aprire, sotto l’egida Unhcr, una serie di campi “protetti” nei paesi di transito, dove dovrebbe essere possibile anche esaminare le richieste di asilo, nella prospettiva che l’Europa accolga poi quelli che “superano l’esame” o quanto meno una quota consistente. Non si sa, però, né come, né in che misura, né attraverso quali procedure. E, soprattutto, non risulta che si sia fatta parola né sulla possibilità di “aprire” le ambasciate europee in Africa alle richieste di asilo, né tantomeno sulla necessità di istituire un sistema europeo di accoglienza unico, accettato e condiviso da tutti gli Stati dell’Unione. Due punti senza i quali non si riuscirà mai a varare degli efficaci canali di immigrazione legale, per sottrarre i migranti al ricatto dei trafficanti e degli scafisti.

Sono mesi che la Farnesina sta lavorando a questo progetto. Proprio per questo sarebbe stato lecito attendersi quanto meno notizie più esaurienti. Invece tutto resta avvolto come in una cortina fumogena. In una atmosfera indefinita che ricorda quella creata intorno ai trattati bilaterali per il controllo dell’emigrazione che l’Italia ha stipulato con diversi paesi del Nord Africa, a cominciare da quello con la Libia, firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2009, ribadito poi da Monti nel 2012 con il governo nato dalla rivolta contro il rais e rinnovato infine da Letta il 3 luglio 2013. Quali siano i risultati di quegli accordi è sotto gli occhi di tutti. E l’Eritrea è una delle prime vittime di questo vortice infernale.

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