IL “NUOVO” INNO DELL’ITALIETTA RENZIANA

renzi-expo11-1030x615“Siam pronti alla vita…”. In occasione dell’inaugurazione dell’Expo, così è stato modificato l’inno di Mameli. Nessuno ha trovato da obiettare. Meno che mai il premier Matteo Renzi, né durante la cerimonia, né dopo. Al contrario. Eppure appare una scelta a dir poco discutibile. O che quanto meno dimostra di non capire il significato del “siam pronti alla morte” che è nel testo originale. Quello voluto da Goffredo Mameli.

Già, Mameli, morto poco più che ventenne nella difesa della Repubblica Romana del 1849. Il suo inno, diventato nel dopoguerra l’inno della nostra Repubblica, unisce idealmente i due momenti forse più belli e significativi della storia d’Italia: la repubblica di Mazzini, Garibaldi, migliaia di giovani e giovanissimi patrioti e la Resistenza, dalla quale sono nate la Costituzione e la Repubblica Italiana.

La repubblica del 1849, sui cui spalti sono accorsi uomini di ogni fede, anche monarchici come Luciano Manara, perché in quel momento l’Italia era lì, a Roma Con una costituzione che ha influito non poco sulle idee di libertà, uguaglianza e solidarietà che sono alla base oggi della nostra Costituzione, varata un secolo dopo. E la Resistenza, che è stata non solo rivolta per scacciare gli invasori tedeschi ma lotta per un’Italia profondamente diversa da quella voluta dal fascismo e anche da quella prefascista: per costruire, cioè, un paese nel quale tutti potessero identificarsi, sentendolo “proprio”. Con al centro i valori fondamentali dell’umanità. Quell’Italia di tutti gli italiani, appunto, che sognavano i tanti accorsi sotto le bandiere di Mazzini e Garibaldi così come le donne e gli uomini che hanno preso parte in armi alla guerra partigiana o si sono resi protagonisti di quella diffusa resistenza civile che ha combattuto il nazismo e il fascismo in mille modi: aiutando i soldati sbandati dopo l’8 settembre, nascondendo i prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento, con l’opposizione passiva a ordinanze e bandi, offrendo ricovero ai renitenti alla leva fascista, salvando gli ebrei dalla caccia della polizia tedesca e repubblichina… In nome della “cultura della vita” da opporre alla “cultura della morte” propria del nazifascismo.

Ma, allora, perché quel “siam pronti alla morte” di Mameli? Potrebbe sembrare una contraddizione. E invece no: è esattamente il contrario. Quel “siam pronti alla morte” significa che si è disposti anche a morire per affermare, appunto, la “cultura della vita”, con tutto quello che caratterizza questo valore, a cominciare dalla libertà, dall’uguaglianza, dalla solidarietà tra tutti gli uomini, al di là delle differenze di razza, religione, idee politiche e via dicendo.

Ecco il punto. Goffredo Mameli, morto a 21 anni, desiderava con tutte le sue forze vivere, non certo morire. Ma indica che, se necessario, si può anche sacrificare la propria vita. Come poi in effetti avviene. E come fanno migliaia di altri giovani. Luciano Manara, ad esempio, arrivato a Roma alla testa di un battaglione di bersaglieri lombardi, in maggioranza monarchici come lui, ucciso a 24 anni mentre difende Villa Spada. Oppure Enrico Dandolo, colpito a morte a Villa Pamphili, appena ventiduenne, accanto al fratello Emilio, non ancora ventenne. Ed Emilio Morosini, caduto a 18 anni al Gianicolo. O Achille Cantoni, di Forlì, che volontario in camicia rossa a soli 15 anni, salva la vita a Garibaldi nella battaglia di Velletri e va poi a morire a Mentana, nel 1867, durante la campagna dell’Agro Romano per la conquista di Roma. Tutti loro impugnano le armi non come “valore in sé” della guerra ma per una pesante, dolorosa necessità e, morendo, testimoniano il valore della vita. Non della morte. Questo è il significato di quelle parole di Mameli. E questo affermano con il loro sacrificio migliaia di partigiani. Come ben riassume Italo Calvino, nel suo “Il sentiero dei nidi di ragno”, una delle opere letterarie più efficaci sulla Resistenza, nel colloquio tra Ferriera, un capo partigiano, e Kim, il commissario della formazione. Vale la pena riproporlo, questo colloquio.

Kim discute con Ferriera del “furore” della guerra che investe sia le bande partigiane che le brigate nere e gli altri reparti fascisti. “Quindi – chiede Ferriera – lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?” E Kim risponde: “La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… La stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qui si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto: tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e a perpetuare quel furore e quell’odio….”.

Quel “siam pronti alla morte” significa tutto questo. E allora quel “siam pronti alla vita” appare decisamente fuori luogo. Una inutile, disinvolta, ingiustificata forzatura. A meno che non sia anche peggio: quasi una presa di distanza, una sorta di rottamazione, non è dato sapere quanto consapevole, dei valori che sono alla base dello “stare insieme” non solo dell’Italia repubblicana ma dell’Unione Europea ispirata al movimento federalista nato dal Manifesto di Ventotene. Poco importa se questa eventuale rottamazione sia voluta o frutto di una incomprensione o magari di una sottovalutazione del fatto che, specie in questi casi, le parole contano: hanno un significato specifico e un peso enorme. Ed è assurdo che tutto ciò si sia manifestato attraverso lo stesso inno nazionale e in una occasione in cui, come è stato scritto da più parti, “tutti gli occhi del mondo erano puntati sull’Italia”. Perché, attenzione: a furia di rottamare si rischia di restare solo con un cumulo di rottami. E di ritrovarsi nella storia non più dalla parte del riscatto di cui parla Calvino: dalla parte, cioè, di chi vuole “costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”.