VIOLENZE SUI PROFUGHI NEI PAESI DEL PROCESSO DI KHARTOUM

Profughi-al-confine-etiopiaSequestri da parte di bande di trafficanti, ricatti della polizia, galera a tempo indeterminato o rimpatri forzati nel paese da cui sono fuggiti per sottrarsi a persecuzioni, torture, negazione dei diritti più elementari. E’ quanto accade sempre più spesso ai profughi in fuga dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana proprio in alcuni degli Stati che l’Unione Europea ha scelto come partner per il controllo dell’emigrazione. In particolare, in Sudan e in Egitto, due “pilastri” del Processo di Khartoum, l’accordo firmato a Roma il 28 novembre 2014, su iniziativa del governo italiano, e degli accordi di Malta siglati l’11 novembre scorso.

Sono di questi giorni tre episodi emblematici della situazione assurda creata dalla volontà di esternalizzare i confini dell’Unione Europea, spostandoli sempre più a sud, oltre il Sahara, e affidandone la sorveglianza, come “gendarmi a pagamento”, a Stati di assai dubbia democrazia, quando non a vere e proprie dittature. Come, appunto, il Sudan di Al Bashir o l’Egitto del generale Al Sisi, dove questi episodi stanno accadendo. Ne sono vittime una ragazza di appena quindici anni; una giovane madre con i suoi tre bambini; decine di giovani. Tutti eritrei. Tre casi che urlano quali siano in realtà le conseguenze di trattati come il Processo di Khartoum e gli accordi di Malta per la sorte, la vita stessa dei profughi.

Il primo episodio, quello della quindicenne: una ragazzina minuta, Eden, nome convenzionale per proteggerne l’identità. E’ una storia iniziata tre mesi fa. Eden, studentessa, vive a Keren, nel nord del paese, ma la madre e i fratelli sono emigrati da tempo in Svizzera. Per lei, adolescente, è ormai prossimo il dodicesimo anno di scuola, che per legge coincide con l’inizio del servizio militare senza fine imposto dalla dittatura di Afewerki. Così, per non vedersi “rubare la vita”, decide di lasciare il paese per raggiungere la famiglia. Cerca di espatriare insieme a un gruppo di amici, studenti come lei, alcuni della sua stessa scuola. Un espatrio clandestino, come tutti quelli dall’Eritrea, uno Stato prigione che pure è tra i firmatari del Processo di Khartoum, “beneficiato”, poco prima di Natale, con fondi europei da investire in ricerche petrolifere o addirittura in favore della polizia, per potenziare la vigilanza alle frontiere. Ma per fughe come questa di Eden – una delle cinquemila che, secondo il Commissariato Onu per i rifugiati, si registrano ogni mese – ci sono due sole alternative: tentare di attraversare il confine a piedi, con i propri mezzi, sfidando le fucilate delle guardie, oppure affidarsi a una organizzazione di trafficanti.

Eden sceglie questa seconda soluzione. Va tutto bene fino a Tesseney, una piccola città vicino alla frontiera con il Sudan, dove i trafficanti che dovrebbero aiutarla a “passare”, la sequestrano e la violentano a turno. Più volte. Abbandonandola poi esanime. Lei trova la forza di raggiungere Tesseney, dove la madre ha un’amica fidata. E’ in condizioni così gravi che la donna è costretta a portarla in ospedale. Naturalmente non può dire che stava tentando di arrivare in Sudan e che a stuprarla sono stati i trafficanti a cui si era affidata: sarebbe come autodenunciarsi, visto che in Eritrea l’espatrio clandestino è considerato un reato grave. Così racconta che la ragazzina era andata a trovarla per fermarsi qualche giorno da lei a Tesseney e che è stata aggredita e violentata da un gruppo di sconosciuti.

A poco a poco Eden si riprende. Appena può riprende la fuga. Questa volta riesce a passare il confine con l’aiuto di un’altra banda di “passeur” eritrei e sudanesi, ma una volta arrivata in Sudan, nella regione di Kassala, non fa molta strada: cade nelle mani di un gruppo di trafficanti, forse complici di quelli che le hanno fatto superare la frontiera. Ora è prigioniera da circa un mese. Per liberarla i banditi chiedono alla madre 8 mila dollari. La prima telefonata è arrivata in Svizzera all’inizio di dicembre. Ne sono seguite altre a cadenza fissa, sempre più minacciose: dicono che se i familiari non si sbrigano a pagare, Eden verrà “messa in vendita”, ceduta al miglior offerente, come in un’asta di schiavi: a un’altra banda o anche peggio.

E’ la conferma che le forze di sicurezza sudanesi in realtà non hanno alcun controllo del territorio. O, peggio, che sono complici o quanto meno indifferenti alla sorte dei profughi che, in base al trattato firmato dal Sudan, dovrebbero invece tutelare. Né il governo di Al Bashir sembra preoccuparsi più di tanto: l’intera regione di Kassala è “terreno di caccia” dei trafficanti di esseri umani. Persino all’interno dei campi profughi. Ma tutti fanno finta di non vedere.

La seconda storia, quella della giovane donna, Ribka (anche questo è un nome di copertura), con i suoi figlioletti, tre bambini di 8, 5 e 3 anni. Una intera famiglia che vorrebbe raggiungere il padre in Svizzera. La fuga inizia quasi un mese fa. Anche in questo caso affidandosi a una banda di trafficanti eritrei e sudanesi, a cui sono versati migliaia di dollari. Nessun serio problema fino al passaggio della frontiera: la signora e i suoi tre piccoli riescono a entrare in Sudan senza che nessuno li fermi. Sembra fatta. Ribka sta già pensando a come raggiungere Khartoum e di lì proseguire fino allo sponda del Mediterraneo, quando lungo la strada per Kassala, a pochi chilometri dalla frontiera, viene fermata da una pattuglia di polizia. Anziché accompagnarla in uno dei campi profughi della regione, gli agenti la conducono al loro comando. Dicono che si tratta di una normale procedura, “per accertamenti”. In realtà i poliziotti sequestrano la donna e i bambini: non li portano in un centro di accoglienza né li lasciano andare. Lei chiede con insistenza di essere affidata ai funzionari del Commissariato Onu, l’Unhcr, come è suo diritto di rifugiata, insieme ai figli. Gli agenti promettono, tergiversano. Poi consentono a Ribka di mettersi in contatto con il marito, in Svizzera.

L’uomo manda subito alla stazione di polizia alcuni amici eritrei che vivono in Sudan, per capire bene la situazione. “Ed è subito venuto fuori quello che si sospettava – spiega don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia a cui il marito di Ribka ha chiesto aiuto – I poliziotti, a quanto pare, chiedono un riscatto per liberare la donna e i piccoli. Oltre tutto, non si capisce nemmeno bene quanto pretendono. Si direbbe che giochino al rialzo: alle persone inviate a informarsi, una volta dicono che devono deferire la donna a un giudice, un’altra che verrà rimpatriata di forza in Eritrea, che è la minaccia più grave perché, se rispedita a Keren, rischia di essere arrestata per la ‘fuga clandestina’ e di finire in carcere per chissà quanto tempo e in quali condizioni”.

L’agenzia Habeshia ha investito del “caso” l’Unhcr, che ha promesso di farsene carico. Ma intanto questa tortura continua. “A ben vedere – afferma don Zerai – questa vicenda, di cui sono vittime anche tre bimbi piccolissimi, è ancora più grave di quella della ragazzina quindicenne, perché, stando al racconto della donna, a pretendere di essere pagati per il rilascio, ricattando il marito, non sono trafficanti ma direttamente dei poliziotti: il ‘braccio’ dello Stato che si è impegnato a proteggere le persone in fuga che entrano nel suo territorio, affidandole al Commissariato dell’Onu per i rifugiati”.

Il terzo caso riguarda due gruppi di ragazzi tra i sedici e i venti anni. In tutto, oltre trenta giovani e giovanissimi, catturati in Egitto. La storia è venuta fuori l’otto gennaio, quando 13 di questo ragazzini, uomini e donne, si sono rivolti all’agenzia Habeshia. E’ un’altra fuga dall’Eritrea bloccata quando la meta del Mediterraneo sembrava ormai vicina. I tredici – Semhar Yeman, Miskana Gere, Selam Kibreab, Asha Abdela, Rim Derek, Eden Reda, Selam Mekonnen, Ermiad, Henok, Salah, Hiwer Gabir, Alì, Milyon – scappano insieme e insieme riescono a passare in Sudan e poi in Egitto. Stanno cercando di scendere la valle del Nilo verso il delta quando incappano nella polizia. Non ci vuole molto a capire che sono entrati nel paese senza visto, “clandestini”. Un reato grave, in Egitto: comporta non solo l’arresto immediato ma la detenzione in carcere fino a quando non si ha la possibilità di coprire “in proprio” le spese per il rimpatrio forzato in aereo. Chi non ha soldi e non può farseli inviare dai familiari oppure, più semplicemente, non vuole pagare da sé la sua stessa riconsegna al regime da cui è scappato, resta in carcere a tempo indeterminato.

E in prigione, infatti, finiscono subito quei tredici ragazzi, nel carcere di Al Shalal, presso Assuan, tristemente famoso perché, ha denunciato Human Rights Watch, nel 2011 le guardie hanno pestato a sangue 118 detenuti eritrei per convincerli a firmare un documento di “rimpatrio volontario”. Da quando sono stati fermati chiedono di essere messi in contatto con l’Unhcr o con una Ong che si occupa dei profughi, per avere assistenza legale e per accedere alle procedure per la concessione del diritto d’asilo. Senza risultato.

Non solo: indagando su questa vicenda, Habeshia è venuta a sapere che pochi giorni prima è accaduto lo stesso a una ventina di altri ragazzi eritrei più meno della stessa età, trattenuti nel commissariato di Assuan. Anche a loro è stato impedito finora ogni contatto con l’Unhcr o ogni possibilità di assistenza legale. Del resto non è una novità. Testimoni hanno raccontato che alcuni giovani sono stati detenuti per anni in queste condizioni: persino ragazzi sfuggiti ai predoni beduini nel Sinai e poi intercettati dalla polizia. Se ne è avuta conferma anche da organizzazioni umanitarie che sono riuscite a far liberare dei prigionieri eritrei facendoli passare per etiopici e “rimpatriandoli” poi ad Addis Abeba anziché ad Asmara.

L’Unione Europea non può non saperlo. In particolare, non può non saperlo il Governo italiano, visto che queste organizzazioni, come l’associazione Gandhi della dottoressa Alganesh Fessaha, hanno sede, appunto, in Italia. Eppure si è scelto come partner del Processo di Khartoum e degli accordi di Malta anche l’Egitto, uno Stato che i richiedenti asilo, anziché aiutarli, li chiude in galera, per rispedirli indietro. Ma sapere e far finta di niente – denuncia il Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos – equivale a rendersi complici di una violazione sistematica dei diritti umani dei rifugiati. Un crimine di lesa umanità.

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