IL MURO NELLA TESTA

Il muro nella testaI muri, costruiti per contenere gli spostamenti della gente, prima di essere eretti con reti o mattoni sui confini, s’innalzano nella testa quali barriere mentali tese a respingere il dolore e la consapevolezza della perdita di ogni libertà personale e sociale dei popoli condotti verso lo straziamento della condizione umana.

La fiacca Europa, impalcata sulle avidità economiche più che su stimoli unitari e collaborativi, sponsorizzata fin dall’esordio dal capobanda capitalista d’oltreoceano per assicurarsi un modello sociopolitico conforme ai suoi interessi, mostra la sua colpevole vigliaccheria nelle stragi di esseri umani, prima lasciati affondare nei mari, poi anche rinchiusi tra muraglie di filo spinato e di ostile indifferenza.

I ghetti di Idomeni e Calais, come i vari punti di respingimento e contenimento sparsi un po’ in tutta Europa sulle rotte dei migranti, rimarranno luoghi tragici della storia, come gli altri del passato che compongono la lunga mappa del percorso processionale dove s’intoneranno, sempre più penose, le giaculatorie del tardivo pentimento di colpe sempre più difficili da perdonare.

E’ questo il tempo e la gloria dei vari capipopolo del razzismo, ignobili discendenti di stirpi di barbari della ragione e pena dell’umanità, che scorrazzano nei media palesemente supportati non tanto da motivi di cronaca giornalistica, quanto da profonda emotiva convergenza anche con chi, conduttori e pubblico, razionalmente se ne distanzia.

Si guarda il buzzurro arringatore anti-migranti come il mandante osserva il sicario ingaggiato per il lavoro sporco, con palese disprezzo e sottaciuta ammirazione, come si tratta un bubbone purulento, schifoso ma necessario per lo spurgo dell’infezione.

La piaga della deriva razzista è il sintomo della scarsa qualità umana a cui è giunto il popolo europeo. La cultura e i traguardi nel campo della filosofia, della psicologia e del pensiero sociopolitico del novecento, che erroneamente hanno fatto pensare al possibile superamento del disumano con cui s’è intrisa la storia europea, sono stati travolti dalla dittatura economica del pensiero unico capitalista e dai suoi feticci culturali. Il mito delirante della crescita continua di produzione e consumo di beni ha reso questo quale valore significante dell’esperienza umana in luogo dello sviluppo di qualità necessarie per il progresso e la conservazione della specie, quali la condivisone, l’empatia e l’altruismo.

La perdita della libertà, derivata dal condizionamento individualistico proprio della cultura economica dominante, che racconta di un mondo fatto di competizione, di sempre maggiore disparità di risorse tra pochi ricchi e molti poveri, di negazione di ogni forma di solidarietà sociale, rende necessario l’allontanamento di qualsiasi pensiero che riporti al danno subito, come fanno le richieste d’attenzione dei migranti, divenuti proiezioni della propria disperata condizione. Negare il diritto all’accoglienza delle vittime dello sfruttamento economico vale quale negazione della stessa condizione a cui si è soggetti senza consapevolezza.

Il delirio, scientificamente provato, dell’infinitezza delle risorse da fagocitare per sedare l’ansia di vissuto povero e inadeguato alle esigenze umane di condivisione e attenzione ai bisogni degli altri, ha provocato una fuga dalla realtà che ha necessità di negare il dolore da essa generato. Per questo si costruiscono i muri, prima nella mente, per non far passare l’angoscia della perdita del valore umano, per tentare di rigettare indietro e lasciare alla deriva i simboli e le vittime della distruzione generata, deriva verso la quale, inconsapevolmente, si lascia da tempo andare la nostra civiltà.

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