MATTI COL BOTTO

Matti col bottoIl tema della follia come stimolo di comprensione per i vari momenti di violenza agita nelle stragi d’innocenti che accompagnano l’attenzione mediatica di questi ultimi tempi, per lo più dedicata al cosiddetto terrorismo islamico, può essere fuorviante se usato quale mezzo di evitamento, “sono matti, qualcosa non funziona nel singolo”, per una più profonda cognizione.

In realtà la follia pura, quella avulsa da ogni relazione con il presente e con il sociale, è estremamente rara. I comportamenti disfunzionali, che raramente hanno azioni aggressive eterodirette, sono sempre, seppur spesso a livello metaforico, delle rappresentazioni di relazioni problematiche all’interno di gruppi più o meno complessi. Per questo nel nostro caso, come minimo, si dovrebbe parlare di follia a due, dove da una parte c’è la massa sociale, succube passiva del potere economico, che non si rende conto delle proprie responsabilità nella generazione di squilibri e violenze di carattere psicosociale, dall’altra c’è chi rappresenta individualmente in maniera enfatica e simbolica tale relazione compromessa.

Questo accade spesso nelle famiglie dove uno dei membri esprime il disagio che deve essere compreso come il disagio inconsapevole dell’intera famiglia. Non serve esporre il capro espiatorio allo stigma della follia individuale, questo può solo creare maggiore violenza all’interno del gruppo data dall’incomprensione del reale problema. La proiezione del male sul singolo, o su determinati gruppi identificati su base religiosa, etnica, culturale, è vecchia storia delle inettitudini umane. E’ strumento di difesa dalla responsabilità, questa molto più complessa e dolorosa del semplice attacco al nemico di turno.

La caccia al diverso, matto e/o islamico che sia, si compie purtroppo anche questa volta nell’analisi dei fatti relativi alle violenze condotte su base apparentemente religiosa e etnica. La rappresentazione scenica è abbastanza semplice: una o più persone inneggiando Allah compiono strage di gente inerme a caso e di loro stessi. Questo basta a molti, ormai capaci soltanto di reagire semplici stimoli mediatici opportunamente distribuiti per aizzare le folle, per trovare le sufficienti chiavi di lettura: musulmani contro la nostra civiltà, guerra di religione, Islam contro Occidente. Ne consegue rifiuto totale a trovare legami con vicende storiche che riguardano il terrore immesso dall’Occidente all’esterno come al suo interno. Le forze economiche occidentali che, attraverso i sottomessi derivati politici e militari, hanno avuto gravi responsabilità per le drammatiche condizioni socioeconomiche in cui versano gran parte dei paesi nordafricani e mediorientali, si beano delle reazioni dei loro sudditi che, mentre se la prendono con i barbari islamici, possono essere convinti facilmente cedere diritti e risorse in nome di una vaga “guerra al terrorismo” e per una fantomatica più ampia sicurezza.

La violenza interna alle società occidentali è generata dal modello economico-sociale dove il profitto e la ricchezza materiale sono gli unici valori trasmessi culturalmente. Sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente, competizione, individualismo, pubblicità e consumismo, sono gli atti violenti di un modello sociale che sta generando povertà e disperazione, materiale e morale, anche all’interno dei confini dell’Occidente. Non è strano che qualche europeo d’origine islamica, o anche no, possa vedere nell’immolare se stesso e quella società vissuta anonima e disgregante, nemica in quanto umiliatrice della dignità dei padri, la delirante risposta al vuoto dei significati perduti.

Per quel che riguarda il senso di minaccia alla sicurezza, solo in Italia, in media, dieci persone al giorno muoiono per incidenti stradali. Una strage da 3500 morti l’anno più diverse centinaia di migliaia di feriti che, siccome non viene visualizzata mediaticamente, non esiste. Per i sempre più islamofobici italiani ed europei è di gran lunga più facile morire sulle strade, a bordo della nuova fiammante automobile di cui ci si è invaghiti grazie alla pubblicità, o per qualsiasi incidente domestico o d’altro genere, che per una strage d’ispirazione islamista. Dall’altra parte del mondo, contro cui gli esagitati del fondamentalismo occidentale inveiscono, invece è molto facile morire per il terrore seminato anche dall’Occidente. Senza tornare troppo indietro nel tempo, quindi tralasciando l’Iraq, l’Afghanistan ed altri luoghi vittime di “esportazione di democrazia”, in Siria negli ultimi cinque anni a causa del conflitto stimolato dagli interessi occidentali sono morte, secondo le diverse stime, dalle 200.000 alle oltre 400.000 persone. Stesso risultato sta dando la “sistemazione democratica” della Libia. Queste stragi anche d’innocenti, di bambini, donne, anziani, non si vedono in televisione, quindi non esistono.

In fondo potremmo anche sentirci rassicurati, il ritorno di tutta la violenza immessa nel sistema sociale globale è solo in piccolissima parte. Questo grazie alla capacità umana di assorbire il dolore. Ma il dolore non si cancella, diviene acre sedimento dell’anima. E il più grande dolore, a parte quello immenso patito dalle vittime delle stragi, si coagula nella sempre maggiore incapacità della nostra cultura di cogliere il nesso tra causa ed effetto. C’è solo reazione, violenta e stupida, inconsapevole, capace di sentirsi rassicurata solo quando “il terrorista è stato abbattuto”, quindi negato con la sua valenza conflittuale. Così si può premere il tasto rosso del telecomando e ritornare nel nulla del nero. Fino al prossimo botto.

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