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La diffusione della malattia è stata rapida in molte zone del mondo, complice la facilità di comunicazione tra le varie aree sociali, così da infettare in breve buona parte dell’umanità. La contaminazione ha assunto in breve tempo carattere pandemico, divenendo uno dei più pericolosi malanni che la storia della nostra specie ricordi. Il pericolo di questo morbo è quello di mettere a repentaglio il futuro dell’umanità, potendo portare a distruzione tutti i modelli di aggregazione sociale fondati sulla collaborazione e la solidarietà, sulla libertà concessa dalla distribuzione equa dei beni comuni. Il capitalismo si è espanso come il più pericoloso dei virus, portando con sé la peste dell’individualismo, dell’egoismo, della competizione e dello sfruttamento, creando la distruzione delle risorse del pianeta in maniera ormai quasi irreversibile.
Per comprendere la sua veloce espansione dobbiamo considerare come funziona il meccanismo comunicativo e il sistema etico nella nostra specie. Uno dei paradossi psicologici che viviamo è quello di considerarci e di sentirci unici e indipendenti. Ogni essere umano sperimenta la sensazione del sé, che porta a valutare in maniera errata la forza della propria capacità di discernere tra il bene e il male, dell’indipendenza di giudizio di un io creato ad arte dalla nostra psiche per non farci sentire insignificanti nel programma evolutivo della specie umana.
La struttura sociale dell’uomo non concerne solo il desiderio di comunità e di aggregazione, ma è principalmente il sistema di valori che definisce il bene e il male, verso il quale nessun essere umano può prescindere. Questa struttura etico-morale, che spesso possiamo far coincidere con la cultura, è alla base dei comportamenti individuali di ogni uomo, ne definisce le scelte e crea il sentimento individuale del sé. La cultura, fatta di credenze religiose, politiche, ma anche scientifiche e sperimentali, in certe occasioni si espande facilmente, proprio come un virus, tra tutti gli individui, rendendoli partecipi di una morale comune, lasciandogli però intatto il sentimento della propria libertà individuale. L’espansione di una cultura dipende dalla sua forza persuasiva posta in essere, soprattutto nel passato, dalla sua aggressività materiale. Si sono fatte guerre violente e distruttive soprattutto per far valere la forza di una cultura sull’altra.
Per espandere una cultura oggi non è più necessaria la ferocia della guerra, basta avere il potere della comunicazione, come hanno ben capito i manipolatori della pubblicità. Tendiamo ad accettare facilmente una comunicazione che ci fornisce plausibili valori da condividere se questi sono associati ad una gratificazione di un bisogno, reale, o montato ad arte. Siamo inclini a dar credito a chi sale sul piedistallo e con la voce grossa ci indica la giusta strada, ricordo ancestrale del dare fiducia all’avamposto che comunica un pericolo imminente avanti nel cammino della foresta, che se evitato salva il gruppo da un possibile esito violento.
In sostanza la comunicazione di un valore culturale avviene più o meno come quella di un prodotto declamato della pubblicità, e questo perché i meccanismi strutturali di comunicazione sociale sono identici. Il paradosso sta nel fatto che come non accettiamo di essere manipolati dalla pubblicità, considerando erroneamente che siamo noi a scegliere comunque, quando questo è ampiamente smentito dagli enormi investimenti che i produttori di beni fanno nell’ambito pubblicitario, così neghiamo a noi stessi la possibilità di essere influenzati nella scelta dei valori da condividere socialmente.
Quindi l’io non esiste, è una falsificazione indotta dal sistema culturale prioritario su cui basiamo la nostra identificazione sociale. Il sistema dei valori che consideriamo nostro, individuale, conseguenza della nostra esperienza personale, in realtà è quasi del tutto frutto del modello etico al quale abbiamo inconsapevolmente aderito. Se facciamo nostra questa considerazione dobbiamo mutare radicalmente la nostra concezione di azione individuale e sociale. L’idea del mondo, il pensiero del sé e dell’altro, l’immagine del futuro, le paure e le speranze del presente, dovranno confrontarsi con i valori stimolati dal sistema comunicativo-culturale preminente e dai suoi interessi manipolatori e di potere. Ma anche il concetto di responsabilità individuale dovrà cambiare. Quanto siamo responsabili di quello che facciamo, di quello che pensiamo, del bene e dei danni che produciamo, se il nostro agire dipende fondamentalmente da un modello morale che ci plasma inconsapevolmente?
E qui la risposta non può altro che agire sulla consapevolezza: siamo responsabili quando siamo consapevoli. Quindi se siamo consapevoli che c’è un sistema di valori che agisce al di là della nostra volontà dobbiamo impegnarci per sostenere un sistema etico che sia funzionale all’interesse collettivo, che sia coerente con la pacifica e sostenibile presenza dell’essere umano sul pianeta. Se non può esistere l’uomo senza una sovrastruttura morale allora dobbiamo adottarla in funzione della condivisione delle opportunità e della speranza, della possibilità di tutti di desiderare il futuro.
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