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Riceviamo da Gian Giacomo Migone e, condividendo, con piacere pubblichiamo.
E’ ormai chiaro che la presidente del consiglio è riuscita a trasformare il caso Almasri in una disputa contro il potere giudiziario in Italia, oscurando il patto scellerato tuttora vigente che consegna i sopravvissuti delle traversate clandestine alle guardie costiere libiche e, quindi, a campi di concentramento al di fuori di ogni controllo. E’ meno chiaro che buona parte dell’opposizione, rispondendo nella stessa chiave, sta contribuendo, a sua volta, ad oscurare la vera posta in gioco: quella di vittime inermi prima ancora dell’indipendenza della magistratura.
Resta, invece, del tutto nascosta la cattiva coscienza che spinge l’opposizione, consapevolmente o meno, a non smascherare se non, addirittura, a concorrere a questo espediente tattico del governo. Salvo la protesta delle SOS e qualche singola battuta – ad esempio di Formigli e della presidente di Magistratura Democratica – nessuno denuncia la radice del problema di cui la liberazione di Almasri, gestore del sistema di oppressione nei confronti degli emigranti, costituisce la coerente conseguenza. Si tratta dell’accordo sottoscritto dall’Italia – Renzi e Gentiloni consulibus – e poi assecondato dall’UE, con cui essa s’impegna a privilegiare la guardia costiera libica, consegnando ad essa i migranti sopravvissuti nelle acque del Mediterraneo. Per poi restituirli al porto libico tuttora dichiarato “insicuro” dalle competenti organizzazioni internazionali.
Una parte, ma non tutta la maggioranza governativa di centro sinistra a suo tempo si è opposta al rinnovo di quell’accordo, previsto in un comma surrettiziamente inserito in un provvedimento di altra natura. Non così Marco Minniti – prima sottosegretario con delega ai servizi segreti del governo Renzi e, successivamente, ministro dell’Interno del governo Gentiloni – autore dell’accordo raggiunto d’intesa con la rete degli scafisti, nel contempo adibiti a gestori di campi di concentramento libici, ad oggi inaccessibili dall’UNHCR e dall’OIM.
A suo tempo un editoriale del “New York Times” (25 settembre 2017) imputò all’Italia – dopo una precedente inchiesta (NYT, 17.9.2017) – a Minniti, la responsabilità di “essersi collocata nel ruolo di chi assume come sorveglianti [dei campi] la stessa gente che trae profitto dall’estorcere denaro, affamare, vendere come schiavi, torturare e stuprare migranti”. Una macchia, che annullò il credito conquistato in precedenza dalla nostra guardia costiera con il salvataggio di numerose vite umane, come riconosciuto dagli alti commissari per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dell’ONU.
Resta da spiegare la rinuncia, apparentemente paradossale, da parte di Meloni ad una chiamata a correo di una buona parte dell’opposizione, come in molti altri casi. La risposta è semplice. L’attuale governo non intende rinunciare alla paternità (o maternità) di una politica spregiudicatamente ostile ad ogni forma di immigrazione, anche legale e controllata, mettendo in pericolo l’accordo libico tuttora vigente. Preferisce tutelarlo con il ricorso al segreto di stato. E’ appena il caso di aggiungere che ogni opposizione, per risultare efficace, deve partire dal riconoscimento delle proprie responsabilità passate ed esigere la tardiva denuncia dell’accordo.
Gian Giacomo Migone
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