TUTTI GIU’ PER TERRA

Secondo l’etica del competitivismo liberista chi non ce la fa, come chi per disperazione indotta dalla crisi economica si toglie la vita, è solo un perdente, e come tale merita di uscire di scena lasciando spazio a chi è più forte. Un darwninsmo socio-economico che dalle teorie spenceriane si è definito nel nostro tempo significato morale della religione più potente del mondo, il capitalismo di matrice calvinista.

Non a caso le maggiori sofferenze economiche europee sono a carico dei paesi di culture d’origine non anglosassone.  Il dio della predestinazione, della beneficenza e della colpa  per la povertà si sta vendicando su quello della misericordia, del perdono, dell’elemosina e della colpa per la ricchezza, e chi non si allea con lui sarà affondato nei meandri oscuri della miseria, Francia compresa.

Diciamocelo chiaramente, non ci si ammazza per la “crisi”, altrimenti la specie umana sarebbe già estinta tra gli orrori che ha attraversato, si muore per disperazione etica, quando il significato del vivere è costretto in limiti morali dove non c’è più spazio per rinascere dalla sconfitta.

I mandanti dei nuovi suicidi sono i ricchi e i potenti, quelli che dicono agli altri, che li mantengono e che da loro vengono sfruttati, che sono “sfigati” perché non sono stati in grado di accumulare ricchezze e poteri come loro.

I responsabili dei suicidi, ma anche delle depressioni e delle violenze, sono i sacerdoti del dio della finanza, che hanno seminato morte nell’etica umana, dando valore alla competizione, all’individualismo, al potere e al possesso.

Ogni uomo necessita di un valore del sè positivo per rimanere in vita, e quando questo valore viene misurato con il significato economico della propria esistenza, allora basta poco, come una crisi finanziaria, a far accendere il lume sulla propria lapide.

E ormai ci siamo abituati a questi valori, ci sembrano normali e congrui, e quando le discrepanze tra chi ha tanto e chi ha milioni di volte meno si raccontano tra le cronache dei media, non ci indigniamo verso il potente, ma sogniamo di poter un giorno anche noi guardare dall’alto il mondo degli sconfitti tronfi di un destino vincente.

Il compito di trovare una via d’uscita sembra impossibile vista la situazione in cui siamo finiti, miliardi di schiavi e un’aristocrazia iperpotente, che controlla i corpi e le menti dei miserabili di cui succhia la vita per ingrassare il proprio egoismo.

Il più grosso scoglio è quello della mancata consapevolezza da parte dei servi della loro condizione, che come martiri di un dio crudele ritualizzano la loro miseria come viatico verso il paradiso del successo. Per ritrovarsi tra gli eletti basta aver fede nella religione del capitale, seguire le parole dei suoi profeti e attendere la nuova crescita che porterà felicità e nuovo benessere.

Il capitalismo nella sua storia ha seminato distruzione, miseria e morte, e finché continuerà ad essere il paradigma assoluto delle speranze di rinascita dalla crisi non ne usciremo mai se non con la disfatta totale. E’ una lotta di significati etici, dove la fede per l’uomo e per la vita si scontra con il culto del danaro e del potere. Le crisi sono momenti importanti, fondamentali per rivalutare il percorso errato, e se perdiamo quest’occasione difficilmente ci salveremo.

Quello che stiamo attraversando è un momento cruciale, e probabilmente l’ultimo argine prima della voragine finale lo si può costruire riaccogliendo l’etica umana, che è metrica dei nostri bisogni e delle nostre fragilità, che da valore alla collaborazione a all’attenzione verso le necessità dell’altro, che crea armonia con l’ambiente, che non ha moralismi o dei da incensare, ma è solo la strada per la nostra sopravvivenza.

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