Le immagini dei corpi dei migranti riversi a faccia in giù nelle acque del nostro mare trasudano vergogna, sono icone ineluttabili di un tradimento di una civiltà. Nel Mediterraneo sono ormai decine di migliaia i corpi inabissati dall’orrore del nostro decomposto divenire, emblema di una decadenza culturale ed etica il cui destino si spande verso l’oblio dell’appartenenza alla comunità umana.
Sono martiri e ogni martirio s’innalza a vessillo di colpa e responsabilità. La colpa di chi sa con merito che questo doveva accadere, che questo ha voluto con metodo e progetto, con il cinismo e la vigliaccheria del luridume del razzismo. Quello putrido declamato con vigliacca arroganza dagli extracomunitari della civiltà che ancora siedono sugli scranni istituzionali, e quello, non meno appestante, dell’economia degli schiavi e dello sfruttamento.
La responsabilità è molto più vasta, raccoglie le azioni e i pensieri di chi a quel luridume ha voluto dare dignità, politica e culturale. Ma riguarda anche chi non ha agito, chi ha fatto finta di non vedere, chi si è nutrito e si nutre ancora di piccole miserie egoistiche, d’ignoranza colpevole di pigrizia mentale, d’inettitudine evolutiva che crea omuncoli gonfiati di puerile e ridicolo narcisismo.
La colpa e la responsabilità attivano percorsi psichici diversi. La prima presto si trasforma in violenza depressiva, dove il nemico, l’io mortificato dal dolore versato, è raggiunto all’esterno del sé, proiettando nemici tra i più deboli. La seconda permette l’elaborazione del danno creato e la conseguente rivalsa della riparazione. Per elaborare le responsabilità ci vuole coscienza dell’agire e comprensione emotiva degli errori. La comprensione emotiva, l’unica che crea cambiamento, non riguarda quella razionale, s’innesca con la partecipazione profonda, emozionale e empatica, al proprio ed altrui dolore.
I corpi dei migranti galleggiano nel liquame della nostra società, consegnandoci il loro martirio come occasione ultima di comprensione del danno che stiamo facendo a loro e soprattutto a noi. I loro corpi vagano immobili nel liquido delle nostre coscienze, disfatte da mitologie di sfruttamento e di violenza sull’altro, divenendo specchio del nostro martirio che è lo sprofondare nell’abisso della disumanizzazione.
Una società, la nostra, endemicamente razzista, dove l’atavica soggezione verso le diversità somatiche si è rigenerata in odio classista verso la razza dei poveri. Un composto sociale che accetta lo straniero solo in qualità di schiavo, che schiavizza e rende straniero il suo stesso margine di povertà. Lacrime di plastica istituzionali e civili sgorgano ipocrite per il tempo dell’esposizione mediatica dell’ennesima strage di migranti. Poi si ritorna, per la maggior parte del tempo e delle persone, ai soliti atteggiamenti intrisi di razzismo, contro i rom, gli extracomunitari, i rumeni, tutti quelli al sud della stupidità e dell’ignoranza, tutti gli stranieri fuori e dentro le mura della mente e della presunta e sempre più confinata patria.
Il razzismo ha una genesi psicologica conosciuta. Perdita del valore personale, deprivazione culturale, fragilità sociale, che inducono a puntare nel mirino della rabbia l’altro più debole, sdegnandolo dell’appartenenza alla comunità psicosociale umana. Sappiamo bene come i perseguitati dal nazismo erano considerati, in una “banalità del male” descritta mirabilmente dalla Arendt, da colpevoli gerarchi e da responsabili normali cittadini, esseri non più meritevoli d’appartenenza alla propria specie. Il razzismo invade le varie comunità sempre con maggiore intensità, in tutti i paesi europei, a partire da quelli dell’est, Ungheria in bella mostra, fino alle più ricche lande occidentali, Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, Italia, si rafforzano idee e fanatismi che richiamano al buio della nostra storia.
Una nebbia oscura sta invadendo l’Europa, dove le criticità sociali si espandono in relazione alle ferite economiche realizzate da una sempre più disastrosa distribuzione delle ricchezze, da un sistema economico e culturale che innalza lo sfruttamento e l’accumulo di beni a favore di pochi miserabili accaparratori a modello incontestabile di sviluppo sociale.
Seppure le basi psichiche del razzismo sono le stesse in ogni epoca, diverse sono le condizioni sociali, culturali ed etiche che agiscono su queste nel nostro tempo. L’avanzare inesorabile della cultura della competizione e dell’arricchimento ha causato la perdita dei valori dell’uguaglianza, dell’appartenenza comunitaria e della partecipazione collaborativa. Si è imposto il credo che i ricchi, i potenti, salveranno i poveri, quando invece questo è la genesi della catastrofe presente e quella definitiva futura.
Nella nostra sbiadita civiltà branchi di sudditi della dittatura sostanziale del potere economico globalizzato vagano inebetiti alla ricerca di nuovi valori con cui rendere significante l’esistere. E sono spinti dalla manipolazione culturale il nuovo fascismo dove la violenza delle parole ha sostituito quella dei manganelli, a cercarli nei centri commerciali, nei feticismi estetici e di consumo. L’uomo moderno è un essere reso sempre più fragile dalla perdita del valore di comunità a favore di quello dell’isolamento, smarrendo fondamentali competenze e sicurezze sociali, rendendosi così facile strumento degli interessi dei potenti.
Perché le responsabilità diventino occasione di rivalsa occorre dire basta, basta con le leggi sull’immigrazione i cui crediti d’autore sono già essi nomi di vergogna, basta con la legittimazione politica, culturale, sportiva, dei vari razzismi. Basta con la mercificazione delle nostre vite, delle nostre relazioni, dei nostri sentimenti. Basta a quei modelli economici che permettono l’accumulo di ricchezze nelle mani di pochi, basta con l’indulgenza verso la finta sinistra che si allea, con scuse di vaghe stabilità necessarie solo agli interessi dei soliti padroni, con i detentori delle colpe dei martirii presenti e futuri.
Basta con i falsi profeti, con i vari salvatori della patria pregni di narcisismo purtroppo simile ai loro seguaci, con i guitti depressi le cui colpe personali creano violenti deliri verbali ed eserciti d’invasati con il Tablet al posto del cervello. Una rivoluzione necessaria, prima quella personale, che rivolti ogni più piccola meschinità, ogni atteggiamento incoerente con le necessità reali dell’etica umana, che è partecipazione collettiva ad un destino comune. Destino condiviso, unica sorte che potrà finalmente riaprire l’orizzonte del nostro futuro.
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